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Opinioni

Violenza. Perché non basta una carta deontologica

Il nodo da aggredire è la cultura: non si cambia con atti prescrittivi, seppure autodisciplinari, ne' con quelli imposti dall'esterno di sapore censorio. [Alessandra Mancuso]

redazione
lunedì 7 maggio 2012 17:01

Migliaia di firme all'appello "Mai più complici" promosso da Se Non Ora Quando. Anche noi di GIULIA abbiamo naturalmente aderito. Noi, giornaliste, che per prime abbiamo denunciato, anche con una lettera aperta alle redazioni, il modo insopportabile in cui l'informazione rappresenta il Femmicidio: ignorandolo di fatto, e trattandolo, a corrente alternata, come l'inevitabile routine che quasi sempre attiene alla sfera privata delle vittime. Tirando in ballo trite categorie, ormai svelate nella stragrande coscienza delle donne, di "passione", "amore", "gelosia". Il regno della donna!

E' ora di fare un passo avanti. La denuncia e l'indignazione non bastano più. Conviene partire dalla domanda: chi sono i complici? Non sono forse anche coloro che, in posti di responsabilità e con capacità di spesa, non promuovono i centri antiviolenza, i servizi di assistenza alle sopravvissute (non chiamiamole vittime), la formazione delle generazioni di nuove e nuovi italiane/i, nelle scuole, nelle parrocchie.? Coloro che non potenziano i servizi di ascolto e accoglienza sul territorio? O coloro che non adeguano i codici. O che tagliano i fondi a polizia e magistratura. O coloro che informano, con pigrizia, perpetuando pregiudizi che non aiutano quel salto culturale necessario per fermare il femmicidio?

E' su questo sentiero che dobbiamo muoverci, ognuna nel proprio ambito: le parole, da sole, non producono cambiamenti. Ragionare sui codici da cambiare, magari, affinchè la "querela di parte", per esempio, venga superata e si diano piu' strumenti di intervento, denuncia, tutela agli operatori sociali, e a quelli di polizia, alle famiglie, al vicinato..Influire sulle politiche e le spese degli enti locali.

Sta alle giornaliste e ai giornalisti, in primo luogo, agire per cambiare l'informazione sul femmicidio. Un nodo cruciale, giustamente additato all'unisono dal movimento delle donne, dai cittadini, e da tanti, finalmente, anche nelle classi dirigenti.

Con sempre maggiore insistenza, ci viene proposto di adottare codici etici o codici di autoregolamentazione. Ancora parole.

Le raccomandazioni del Gender Council dell'Ifj, la Federazione internazionale dei giornalisti (con sede a Bruxelles), in 10 punti, non sono esaustive né incisive. E non hanno circolazione alcuna nelle redazioni. La Federazione nazionale della stampa italiana ha una sua rappresentante nel Gender Council o dovrebbe averla. Dobbiamo chiedere alla Fnsi, alle Associazioni regionali di stampa e all'Ordine dei Giornalisti di fare la loro parte.

Del resto, per valutare l'efficacia della Carte deontologiche nella professione, è esemplare il destino dell'ultima nata: la Carta di Roma. Promossa da Fnsi, Ordine dei Giornalisti e Alto Commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr) per contrastare e superare gli stereotipi che a tutt'oggi dominano ogni qual volta si rappresenti l'immigrazione. I giovani giornalisti, che si preparano all'esame di Stato, non ne conoscono l'esistenza. E nelle redazioni basterebbe un rapido sondaggio, a partire dai quadri dirigenti giù giù fino ai redattori e alle redattrici..

Più sedimentato il percorso della Carta di Treviso, sottoscritta nel 1990, che tutela i minori, spesso esposti senza riguardo dai media. Segno di una maturazione avvenuta, con un percorso più che decennale, nella larga maggioranza dei giornalisti italiani. Una sensibilizzazione, però, lo vedimo tutti i giorni, da rinnovare continuamente come mostrano esempi recenti non proprio edificanti. Nulla è acquisito per sempre.

Ma nel ragionare delle Carte deontologiche, è sempre stato presente a noi giornalisti il problema della loro efficacia, a fronte della mancanza effettivi strumenti sanzionatori.

Un aspetto presente a maggior ragione oggi che, per effetto delle liberalizzazioni del governo Monti, si prevede, già dal prossimo agosto, il trasferimento del potere disciplinare dell'Ordine dei Giornalisti a Consigli di disciplina ancora da istituire.

E al di là di questi aspetti pur rilevanti, noi giornaliste sappiamo quanto, nelle redazioni, ogni nuova Carta è vissuta con sufficienza se non con fastidio. Il nodo da aggredire è la cultura e la cultura non si cambia con atti prescrittivi, seppur in ambito autodisciplinare, men che meno con quelli imposti dall'esterno che assumerebbero sapore censorio. Serve, dunque, mobilitare le nostre energie di giornaliste per un obiettivo dall'efficacia incerta?

Nessuna Carta o Codice etico impedirebbe a un capocronista, in riunione di sommario, di presentare, tra le proposte, un servizio su "quella ragazza di Enna". nel giorno in cui se ne celebrano i funerali, enfatizzando la presenza in chiesa del suo ex fidanzato, "quello di cui lei ha fatto il nome prima di essere uccisa". C'è, in questo, un archetipo che nessuna Carta riuscirebbe a scalfire. E a chi,di noi giornaliste indignate, si trovasse in quella sala riunione, verrebbero fuori parole per spiegare il crimine che si compie: la cancellazione della vita e della dignità di quella ventenne uccisa a Enna, Vanessa Scialfa? Non perdiamo tempo a spiegare a quel collega quanti danni faccia la sua arretratezza culturale. Non può capirlo, è un mediocre.

Cerchiamo alleanze, piuttosto, con i colleghi e le colleghe che trovano patetico questo modo di fare informazione, offensivo anche della nostra dignità di giornaliste e giornalisti. E pretendiamo da chi ha la responsabilità, direttori e direttore, un cambio di marcia radicale. Chiediamo un'assunzione di responsabilità sulla base della quale, magari, indirizzare i nostri comportamenti d'acquisto e di ascolto.

Giovedì scorso abbiamo visto che un'altra informazione è possibile. Due pagine, sul Diario di Repubblica: "Femminicidio - Italia 2012, la Spoon River delle donne". Per un giorno, dieci vite cancellate con la violenza dalla cultura proprietaria maschile del corpo delle donne, hanno trovato giustizia, memoria, riconoscimento.

E' durato un giorno, non basta a cambiare l'informazione, ma è stato un giorno importante. E importante è il cambiamento che le colleghe della 27esima producono al Corriere della Sera. Forse questo è un modello da seguire e da moltiplicare? Non ci serve forse, nelle redazioni, creare, tra noi giornaliste, comunità che si confrontano e crescono e si prendono un ruolo nella dialettica quotidiana delle redazioni? Non siamo piu' all'anno zero. Il cambiamento e in marcia. A noi capire come accelerarlo.

Commenti
  • Luisa Betti 07/05/2012 alle 18:59:43 rispondi
    un passo alla volta si scalano le montagne
    Sono d'accordo, per scalare una grossa montagna bisogna partire dal primo passo senza stare lì a pensare lo faccio così o cosà, perché è il passo concreto che conta. Stiamo già facendo tantissimo, e continuiamo a farlo perché è innegabile che qualcosa si stia smuovendo anche nelle redazioni ed è l'esistenza stessa di GIULIA che lo dimostra. Se non si cambiamo le radici, cioè la cultura, e finché nelle redazioni non si prenderà in seria considerazione che l'argomento è serio (e non da salotto), lo sapete che cosa ci fanno con le carte?
  • Loredana Lipperini 08/05/2012 alle 13:43:18 rispondi
    Sì ma
    Non sono d'accordo. Senza nulla togliere al lavoro che si fa all'interno delle redazioni, mi sembra che liquidare un'istanza di molta parte del movimento come qualcosa che non vi riguarda non sia giusto. Non è questione di rivendicare primogeniture. E' questione di capire come ci si possa, insieme per una volta, agire su quei linguaggi, e dunque su una cultura che ANCHE di linguaggio si nutre. La Carta di Roma non ha certo eliminato il razzismo dall'informazione. Eppure è importante, eppure è un punto di riferimento. I giovani giornalisti non la conoscono? Bene, è possibile invitarli a leggerla. Chiudersi al dialogo, perdonate, non è un buon modo per accelerare il cambiamento: è questo che vi e ci viene chiesto.
  • laura a. 08/05/2012 alle 15:01:34 rispondi
    fissare i limiti
    "la cultura non si cambia con atti prescrittivi"
    eppure alcune leggi hanno il compito di rendere effettivi cambiamenti culturali ancora non maturi, o maturati solo nella parte più evoluta della coscienza collettiva (d'istinto come esempio mi viene la perseguibilità dei maltrattamenti sugli animali, chissà perché...)

    questo tipo di prescrizioni dovrebbe avere la stessa funzione, anche se non prevede (purtroppo) sanzioni.
    Il problema, mi pare anche leggendo qui
    http://web.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_9496.html

    è più che altro l'insofferenza ad un limite imposto dall'esterno. Ma se non tutti sanno "limitarsi", fissare un limite è indispensabile.
  • Silvia Garambois 08/05/2012 alle 15:32:14 rispondi
    Cara Loredana, non credo che ci sia alcuna chiusura al dialogo, anzi! Questo articolo è un contributo meditato e sollecitato proprio dalla proposta del "codice etico" che proviene dal movimento delle donne. La questione è delicatissima e ci riguarda tutte: come si possono scardinare, sradicare, stereotipi e luoghi comuni che creano una sub-cultura, terreno fertile della violenza? Non sarà certo impegno ne' facile ne' di breve durata, ma anch'io credo che la via maestra non sia quella impositiva: serve innanzitutto trasmettere - anche all'interno delle testate giornalistiche - conoscenza, dei fenomeni e degli anticorpi possibili. L' "epidemico" successo di Giulia nelle redazioni è secondo me un segnale molto positivo in questa direzione, perché significa portare dentro i giornali le discussioni delle donne e delle loro associazioni: questa secondo me può essere una strada, una "testimone" in tutti i luoghi in cui si crea informazione, cultura, in cui si discute...
  • Loredana Lipperini 08/05/2012 alle 20:08:30 rispondi
    L'esempio di Giornalisti contro il razzismo
    Cara Silvia (contenta di ritrovarti, a proposito): tutte siamo felici dell'epidemico successo di GIULIA nelle redazioni. Il problema è che gli operatori della comunicazione e anche i giornalisti e le giornaliste lavorano anche fuori dalle redazioni medesime, e il lavoro di tutte e tutti ha bisogno di punti fermi. Non ho mai considerato la Carta di Roma come impositiva e castrante, ma come punto d'appoggio su cui poter lavorare. Il lavoro di Giornalisti contro il razzismo si basa su quella Carta. I saggi, le denunce, gli incontri pubblici che vengono fatti partendo da quel codice avrebbero forza molto minore se il medesimo non ci fosse. E sono passi determinanti, anche se non risolutivi. Ma nulla è risolutivo, in sé. Il lavoro va fatto dentro e fuori dalle redazioni, a mio parere: perché altrimenti il vostro impegno non è sufficiente, nè lo è il nostro. E' importante parlarne: ma, ripeto, insieme.
  • Amedeo 08/05/2012 alle 22:01:57 rispondi
    Discussione interessante.
    Sono del tutto d'accordo con Loredana e Laura: è un peccato che voi giornaliste/i percepiate la proposta di una Carta o di una qualunque altra regolamentazione come una imposizione o una castrazione. Al contrario: credo che rappresenti un'importante opportunità per voi professionisti dell'informazione di scrivere bene. Riesco addirittura a leggerla così.
    Laura, infatti, parla di "limite", tra virgolette: io parlerei di tono, di saggezza dell'informazione. NOn credo che tutti gli articoli osceni che leggiamo, ad esempio riguaro ad episodi di femminicidio, siano scritti in cattiva fede; a maggior ragione, dunque, queste buone fedi vanno educate ad una scrittura più consapevole. E' uno strumento, ecco.
    Se i giornalisti non si fanno guidare individualmente da una saggezza, meglio che tutti insieme, come comunità professionale, intervengano e fissino dei punti. No?
  • Alessandra Mancuso 08/05/2012 alle 23:27:53 rispondi
    Cara Loredana Lipperini, non vedo alcuna chiusura al dialogo: con la nascita di GIULIA, il dialogo lo aabbiamo aperto e lo coltiviamo anche in relazione alle realtà del movimento. Nutrire dubbi, sulla base dell'esperienza che abbiamo, sulla ricetta proposta, ovvero l'adozione di Carte e Codici, è tutt'altro che dire che la questione non ci riguarda. Ci riguarda a tal punto che abbiamo invitato, con una lettera aperta, alcuni mesi fa, le redazioni e i colleghi e le colleghe ad prire una riflessione sul linguaggio utilizzato per rappresentare il Femmicidio. E c'è un altro aspetto da considerare: le donne, lo diciamo sempre, non sono una minoranza da tutelare. Sono la maggioranza del Paese. Non sono un soggetto debole, sono un soggetto forte. Non hanno bisogno di una Carta che le tuteli come tutela i minori quella di Treviso. Abbiamo bisogno di produrre anticorpi alla violenza del linguaggio: a partire dalla formazione e costruendo nelle redazioni un pensiero diverso e una nostra presenza che possa finalmente diventare massa critica.
  • Luisa Betti 09/05/2012 alle 00:05:58 rispondi
    mi spiego meglio..
    Perdonatemi ma la cosa è un po' più complicata. Giulia è l'unica rete di giornaliste che al suo interno sta facendo un serio lavoro sulla discriminazione di genere nei media e attraverso i media (quindi da dentro e da fuori) e non è un lavoro facile ma è concreto che è iniziato solo pochi mesi fa (e quello che è stato già fatto mi sembra un miracolo). Questo lavoro in parte si vede (sul sito e con le iniziative che fa) e in parte no (perché esistono gruppi di lavoro). Vorrei che si prendessero quindi in considerazione due piani riguardo a questo problema della carta sulla violenza: il primo è che si può anche fare ma questo non risolverà del tutto il problema perché un conto è farla e un conto è farla rispettare (voglio vedere i direttori che si rizzano sulla sedia ala parola raptus); il secondo è che si tratta di un lavoro - per me - così serio che non si improvvisa in due mesi con un elenco (come ho anche visto in giro) perché ci si accorge che esiste il femmicidio (le donne morivano anche prima). Il nostro gruppo di lavoro sta facendo a questo proposito una ricerca articolata su come i media trattano la violenza di genere e il femmicidio, prendendo le mosse dalla chiara ed esaustiva traccia del rapporto ombra presentato a NY a luglio, e devo dire che scegliere su cosa intervenire (da dentro) è ben complesso proprio perché, e qui casca l'asino, una cultura su cui la violenza e il femmicidio proliferano è molto più ampia e si chiama discriminazione: quotidiana, costante, martellante, fortissima, ed è la prima violenza a cui tutte noi siamo sottoposte.
    D'altra parte se dentro le redazioni si esagera da un lato (lo scoop della ragazzina carina trucidata dal fidanzato, sembra un film, no?) è anche vero che da dentro i centri (che lavorano e anche bene sulla violenza) esagerano dall'altro, perché la diffidenza impedisce, a volte, di fare corretta informazione e questo non aiuta neanche chi invece vuole fare questa corretta informazione. Quindi un altro punto cruciale è la collaborazione, vera e franca, tra giornaliste e organizzazioni che lavorano (e hanno un bagaglio altissimo) sulla violenza, che sarebbe l'unico modo per fare corretta informazione e anche, eventualmente, stendere anche questa carta in maniera seria. Perché non tutti e tutte sanno le cose, mentre chi le sa magari non le sa mettere!
    Il problema che poi raccoglie tutto, è infatti la preparazione e la conoscenza: avere nella redazione una persona che si occupa di discriminazione di genere, che è preparata su questi temi e che ha "taglio" su certe cose, sarebbe già un passo pratico e coerente, perché capire che "le cose delle donne" non si improvvisano (come invece sembrano pensare molti direttori che fanno scrivere o fanno fare servizi a chiunque), è il primo passo vero e concreto contro questa cultura. Sottolineare ai giornali che la discriminazione e la violenza non è un argomento da salotto su cui ognuno dice la sua ma che ci sono persone preparate su certi argomenti (dandogli anche un ruolo), è la vera, necessaria, rottura di questo meccanismo di potere che relega certi argomenti per poterli meglio controllare.
    Oggi però le donne che muoiono sono troppe, eppure non è da ora che muoiono, ma se ne sono accorti perché chi di queste cose si occupa, ha cominciato a farlo notare (vedi il Rapporto ombra che è stato secondo me importantissimo) alzando la voce: probabilmente anche esasperate da un ventennio berlusconiano che ha accentuato e reso insopportabile questa cultura machista.
    Non sono completamente contraria a una carta, ma farei un passo alla volta, e vorrei che se venisse fuori, venisse da un lavoro serio su cui ci vuole tempo e coinvolgimento di altre realtà, non da un elenco: "questo sì questo no", perché così le donne non muoiono più. Io voglio che le donne smettano di essere uccise dai mariti e dai fidanzati e per ottenere questo bisogna cambiare la cultura ovunque, e per far smettere ai media di sostenere questa cultura - secondo me - la carta non basta, si può fare, ma non basta: la questione non si ferma lì perché la montagna è molto più alta.
    Non basta vincere la battaglia, bisogna vincere la guerra.
    Scusate la lungaggine, spero di essere stata chiara.
    Grazie
  • Loredana Lipperini 09/05/2012 alle 09:47:26 rispondi
    La carta non risolve, eppure
    Dunque, penso che nessuno al mondo possa ritenere che una carta, o un codice, possa essere una soluzione definitiva. Né ritengo che sia solo con un elenco di parole buone o cattive che si possa arrivare al cuore della vicenda. Eppure, credo che sia un primo passo. O forse, meglio ancora, il primo passo è che la discussione si allarghi. E' vero quello che sottolineavate: in molti casi la questione femminicidio, o femmicidio, è stata affrontata, negli ultimi giorni, sull'impeto di una visibilità improvvisa. Ebbene, con tutti i distinguo del caso, e con tutte le ingenuità e le superficialità del caso medesimo, ritengo comunque importantissimo che il termine sia uscito fuori da un ambito ristretto. Il lavoro di Barbara Spinelli e del gruppo di lavoro sul Rapporto Ombra Cedaw deve restare il punto di riferimento. Concordo. Ma mettere insieme i tasselli delle varie anime e teste che si stanno occupando della questione è - almeno da parte mia - l'intento che ha portato all'appello. Proposta: perché non discutere pubblicamente della problematica? Le giornaliste di Giulia insieme ad altre e altri che fanno informazione in altri ambiti (incluso, e non è affatto secondario) il web, senza il quale di Rapporto Ombra non avremmo saputo nulla?
  • State of Mind 10/05/2012 alle 17:13:22 rispondi
    Psicologia del Femminicidio
    Buongiorno!
    VI segnaliamo un nostro articolo sulla Psicologia del Femminicidio. http://www.stateofmind.it/2012/05/femminicidio-psicologia/
  • Alessandra Mancuso 11/05/2012 alle 00:37:38 rispondi
    cara Loredana l'incontro è certamente da fare, ne abbiamo già parlato ieri alla riunione di GIULIA e lo faremo spero presto