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Attualità

Lepri: le scorrettezze (culturali) del linguaggio

In esclusiva per GiULiA, Sergio Lepri - già direttore dell'Ansa, docente di linguaggio dell'informazione alla Luiss - spiega i limiti del linguaggio androcentrico.

redazione
lunedì 5 agosto 2013 00:00

Di Sergio Lepri

Un principio androcentrico ha regolato per secoli ogni lingua e per secoli l'uomo è stato il parametro intorno a cui si è organizzato l'universo linguistico. Soltanto in tempi recenti si è cominciato, nei paesi più evoluti, a porre il problema di un adeguamento del lessico e del linguaggio della comunicazione alla posizione della donna nella società. E' un problema di mentalità e di cultura.
Da sempre nelle scritture giornalistiche e anche scolastiche e di studio si sono usate senza incertezze espressioni come "Gli uomini della preistoria", "La storia dell'uomo", "L'uomo è misura di tutte le cose". Nel 1948 perfino l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò una "dichiarazione dei diritti dell'uomo". Nel termine "uomo" veniva compreso l'essere umano donna, senza rendersi conto di una illogicità e di una scorrettezza politica che oggi è per fortuna divenuta evidente.
Fino a metà del secolo scorso Stati e Chiese hanno riservato alla donna il compito esclusivo di essere sposa e madre. Le professioni più qualificate le erano escluse e questo spiega perché le posizioni che erano riservate all'uomo hanno creato termini solamente di genere maschile (come "dottore", "medico", "chirurgo", "giudice", "sindaco", "assessore"). Con l'ingresso della donna in alcune professioni certe potenzialità grammaticali hanno aiutato, nel passato, la soluzione del problema: col suffisso "essa" ("professoressa", "dottoressa"), col facile femminile della parola che è un participio passato (come "deputata") o delle parole col finale "era" ("infermiera", "consigliera", "bersagliera"). Mai si è avuta la forza di creare parole nuove. Perché non farlo oggi, oltre ad adottare soluzioni antiche?

Insieme al conservatorismo di molti che operano nell'informazione scritta e parlata, oggi la soluzione è resa tuttavia difficile da alcune donne di carriera e di potere che preferiscono la qualifica al maschile, come se la legittima parità rispetto all'uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile.
Susanna Agnelli voleva essere chiamata (quando lo era) senatore (ma l'Ansa la chiamava "senatrice", anche per non fare confusione col suo nonno senatore). Nel primo anno di presidenza della Camera Nilde Jotti si diceva "il presidente" (ma accettò poi l'uso dell'Ansa, che la chiamava "la presidente"). All'articolo maschile ("il presidente") tornò Irene Pivetti (e l'Ansa non fece niente per convincerla; era cambiato il suo direttore). Nel giornalismo molte direttrici di quotidiano si mostrano fiere di essere chiamate "direttore" e anche molte inviate di essere chiamate "inviato". Anche Susanna Camusso si fa chiamare "segretario generale", nonostante che per anni abbia combattuto il maschilismo di certi operai.

La convinzione che l'adozione al maschile di una qualifica professionale sia una conquista femminista è un errore che sorprende. Significa infatti l'opposto; significa ritenere che una collocazione professionale sia importante solo se qualificata al maschile; che essere "ministro" dà autorità e non lo dà essere "ministra". Un inconscio paradossale rigurgito di maschilismo da parte femminista.
Altra sorpresa è che il problema sembra essere soltanto italiano. In francese si dice "la ministre", così come "la secrétaire générale", "la présidente", l'"envoyée extraordinaire", "la directrice", "la secrétaire générale", "la juge", "la conseillère".
In tedesco la donna ministro è "Ministerin", cioè "ministra", come una donna cancelliere (Angela Merkel) è "Kanzlerin", cioè "cancelliera" (con l'iniziale maiuscola come per tutti i nomi comuni in tedesco).
In spagnolo la donna ministro è « ministra » e se  presidente  è una donna, al posto di "presidente" (che, come in italiano, è maschile e femminile) è stato inventato un termine nuovo, proprio per far capire il genere femminile: "presidenta" ; e lo ha stabilito la Reale Accademia spagnola della lingua, fondata nel Settecento sul modello dell'italiana Accademia della Crusca.
In inglese il problema non esiste : "the minister" è eguale per ministro e ministra ; come "mayor" (sindaco), "phisician" (medico), "chancellor" (cancelliere) e così via. Anche "journalist"; e se si deve far capire, per esempio, che "journalist" è una donna si dice "woman journalist" (donna giornalista) ; oppure si fa finta di niente e subito dopo si trova il modo di dire "she" (essa).

Il problema della qualifica femminile delle professioni in italiano ha soluzioni più facili e soluzioni meno facili.
Nel caso di espressioni maschiliste storicamente accreditate si tratta di trovare parole diverse o un diverso gioco di parole. Qualche esempio: invece di "L'uomo è misura di tutte le cose" si dica "L'individuo..."; invece di "L'uomo della preistoria..." si dica "L'uomo e la donna della preistoria..."; invece di "La storia dell'uomo..." si dica "La storia dell'umanità..."; invece di "a misura d'uomo" si dica "a misura umana".
I casi che càpitano più spesso per le cariche e le professioni sono quelli dei nomi che hanno la stessa forma al maschile e al femminile; si tratta solo di cambiare l'articolo: "il presidente", "la presidente"; "il preside", "la preside"; "il parlamentare", "la parlamentare"; "il vigile", "la vigile". Il problema è facilmente risolubile anche con i nomi che hanno una regolare forma femminile: "senatore" e "senatrice", "amministratore" e "amministratrice", "direttore" e "direttrice", "redattore" e "redattrice"; analogamente per "consigliere" e "consigliera" e, come in tutti i participi passati, per "deputato" e "deputata".
Più difficili sono i casi in cui il nome maschile non ha in uso corrente, fino ad oggi, la forma femminile: "architetta", "medica", "chirurga", "ingegnera" (ma esiste" "infermiera"), "sindaca" (ma esiste "monaca") e soprattutto "ministra". Si abbia un po' di coraggio e si scriva come suggeriscono i linguisti e anche l'Accademia della Crusca.
Da escludere sono i femminili costruiti, inutilmente, con il suffisso -essa ("avvocatessa", "soldatessa", "vigilessa"), un suffisso che ha una vaga valenza negativa, salvo i casi già entrati da tempo nell'uso comune ("professoressa", "dottoressa", "poetessa", "studentessa", "sacerdotessa"). A favore di "architetta", "avvocata", "assessora", "cancelliera", "carabiniera", "consigliera", "ingegnera", "magistrata", "medica", "ministra", "notaia", "pretrice", "prefetta", "questrice", "sindaca" si espresse nel 1986 la "Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna" istituita dal governo presieduto da Bettino Craxi. Il documento, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Direzione generale delle informazioni, dell'editoria e della proprietà letteraria, raccomandava anche di "evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche per segnalare posizioni di prestigio quando il femminile esiste ed è regolarmente usate sia pure per lavori gerarchicamente inferiori"; bene, quindi, per "amministratrice delegata", "direttrice", "sottosegretaria", "segretaria", "segretaria generale","inviata speciale", "consigliera comunale", "ambasciatrice", "ispettrice" , "procuratrice legale".
Non ha senso l'uso di "soldatessa" al posto di "soldata". Il femminile di "soldato", che è il participio passato di "(as)soldare", è "soldata", come "deputata" è il femminile di "deputato".
A chi trova imbarazzo a usare « ministra » per la donna che  è a capo di un ministero giova ricordare che « ministra » è parola antica, che si trova in scrittori come Annibal Caro, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, sia pure con significato diverso; e anche in Giosuè Carducci.
La diffusa convinzione che l'uso, per le donne in carriera o in posizioni istituzionali, della qualifica professionale al maschile sia un rispetto del cosiddetto "politically correct" ha portato, in campo giornalistico, a casi di grande comicità. C'è chi ha scritto "la signora ministro"; chi "la segretario » e chi « un'assessore », cioè con l'articolo seguito dall'apostrofo davanti a un « assessore » fatto diventare femminile. Divertente è anche la qualifica di « quarto uomo », che, nel recente campionato europeo femminile di calcio, è rimasta invariata anche se il compito era assegnato a una donna.

Un invito a un uso non sessista della lingua è stato fatto dall'Unesco in un documento pubblicato nel 1994, in applicazione dei deliberati della venticinquesima e ventiseiesima sessione della Conferenza generale. Il documento, in francese e in inglese, "vuole aiutare a prendere coscienza che certe forme di linguaggio possono essere sentite come discriminatorie per le donne, "perché tendono a nascondere la loro presenza o a farla apparire come eccezionale". Il documento propone delle soluzioni alternative; qualche esempio per l'inglese (proposte già largamente adottate negli Stati Uniti): "chairperson" o "president" invece di "chairman"; "photographer" o "camera operator" invece di "cameraman", "police officer" invece di "policeman".

Commenti
  • Silvia Neonato 18/08/2013 alle 12:27:24 rispondi
    Lingua sessista
    Semplice ed esaustivo l'articolo di Lepri. Vorrei condividerlo mettendolo nel sito della Societá italiana letterate, SIL. Posso?
  • Raffaello Volpe 19/08/2013 alle 10:27:39 rispondi
    Contraddizioni linguistiche formali e sostanziali
    Gentilissimo, ma la definizione "la vigile" potrebbe indicare una "donna vigile, particolarmente attenta"? Resto stupefatto ogni qualvolta anche l'Unesco venga tirata in ballo su questioni linguistiche tanto delicate: si sa che l'Unesco in materia di lingue è un'istituzione profondamente ignorante, il cui celato obbiettivo mondialista si rivela attraverso i suoi tentativi di azzeramento delle lingue grazie alla complicità del concetto di "democrazia". Ma la "democrazia", così come oggi viene interpretata, sia chiaro, nel "rendere tutto uguale" azzera le differenze, porta all'entropia linguistica e antropologica delle culture. Le lingue - ogni Lingua - seguono le strade che Le sono proprie, riferendomi in questo caso al mattone di fondazione culturale primario ben noto in antropologia (Ida Magli, Il mulino di Ofelia, Bur - uomini e dei, 2007, Milano), che è il "pene" dei tanto bistrattati maschi. La linguistica "post-sessantottina" a cui fa riferimento non tiene conto dei problemi strutturali di fondazione delle culture, di cui ogni lingua è lo specchio nascosto. Cambiare la "crosta" non è la soluzione del problema, al quale la rimando dopo la lettura dei testi della professoressa Magli. Il problema linguistico andrebbe risolto dalla radice, da quel preciso "insieme correlato di significati" del Popolo che parla una lingua, non certamente dalla crosta apparente del cosiddetto "politically correct". Leopardi probabilmente le avrebbe ricordato il "senso" e la bellezza della Lingua italiana, a fronte di quella inglese, che peraltro non apprezzava. Si sa che le lingue, infatti, sottendono sempre una struttura di pensiero, un'"intelligenza" nella personalità di base di un Popolo e che il Pensiero non si può etichettare. Ma una domanda birichina gliela posso fare comunque, e mi perdoni l'ironia amara, se può: possibile che nella sua buona fede di direttore di non dico già di direttore dell'Ansa, ma di docente di linguaggio dell'informazione alla Luiss non si sia accorto che "femminista" e "maschilista" sono termini riduttivi della dignità umana, poiché si poggiano sulle definizioni etologiche di "maschio-femmina"? A casa mia, l'essere umano, uomo o donna che sia, non può essere ridotto a pura animalità per il solo volere di una moda post-sessantottina. Ma di che strana lingua mi va parlando, professor Lepri?
  • Giuliana Giusti 29/08/2013 alle 21:04:55 rispondi
    strana lingua
    La strana lingua è quella che ad un aggettivo come vigile, che come altri aggettivi può essere nominalizzato, aggiunge -essa.
    chiamato e avvocato sono l'uno aggettivo verbale / participio passato, l'altro nome con lo stesso suffisso. La bellezza della lingua italiana che Sergio Lepri sicuramente rafforza, non costringe nessuno a chiamare una avvocata né avvocato (oscurando le differenze di genere e creando una scissione tra referente -il senso- e la forma (la -o che formalmente è maschile).
    La declinazione al femminile è interna alla lingua italiana e chi la combatte, in realtà crea un sistema instabile che non ha più la completa declinazione al femminile.
  • Paolo1984 05/09/2013 alle 20:17:27 rispondi
    osservazione
    non quanto questo tribunale linguistico possa essere utile. Non è che se dico "a misura d'uomo" sto offendendo le donne
  • Anonimo 06/09/2013 alle 15:40:50 rispondi
    il linguaggio
    Ingegnera non è di uso comune e adottarlo significa esporsi al ridicolo. Deve crescere la cultura di tutti perché i nuovi termini non sminuiscano la professione che si pratica, specialmente se, ad esempio, il cantiere edile è composto solo da maschi. Rifuggire il termine è quindi una difesa e non si è certo meno femministe se ci si fa rispettare aiutate dalla qualifica maschile, che è ancora l'unica ben conosciuta e accettata come autorità.
  • Zecchi A 06/09/2013 alle 22:56:42 rispondi
    il senso delle cose
    Credo che, disquisendo sulle forme linguistiche, si stia perdendo il senso profondo, il significato di ciò che intende Lepri. Qui non si parla di "grammatica" o di linguistica. Si parla di cambiare, anche attraverso il linguaggio, ( e pazienza rispetto risolini di chi sente per la prima volta il termine Ministra...)una cultura ancora troppo centrata e basata sui caratteri propri di un modello di società al maschile che deve evolversi. Che deve comprendere in ogni forma e modo il modello femminile senza mantenerlo in periferie oramai inaccettabili.
  • cro 06/09/2013 alle 23:02:32 rispondi
    Non si tratta di offendere le donne...è qualcosa di più profondo, che nella sua finezza tocca la sostanza. Cerchiamo di non disporci, nelle riflessioni sul senso delle cose, in difesa di un campanile. Altrimenti si innesca la solita diatriba vecchia e logora. Non ci fa del bene, ci allontana. Ci si perde.