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Rete delle donne

Lettera aperta ai giornali. Femicidio, il movente non è passionale

Lettera aperta ai direttori, alle giornaliste e ai giornalisti: fermare il femicidio, parlarne adeguatamente sui giornali. GiULiA chiede di abbandonare stereotipi dannosi.

redazione
martedì 24 gennaio 2012 13:28

Quasi ogni giorno la cronaca ci racconta di crimini contro le donne. Un lungo elenco di delitti contaddistinti dalla ferocia con la quale gli assassini, spesso legati alle vittime da vincoli relazionali o famigliari, si accaniscono su donne e ragazze.
Nel 2011 sono state 127 le donne uccise da uomini. Un omicidio ogni tre giorni. L'ultima vittima del 2011 è stata Stefania Noce, universitaria di 24 anni. La sua vita e' stata stroncata da 7 coltellate inflitte dall'ex fidanzato.
Nel 2012 lo stillicidio è ricominciato con Antonella Riotino, 21 anni , studentessa. Uccisa da un ragazzo che i giornali , le cronache tv , i titoli in prima serata hanno definito il "fidanzatino" . Sarebbe stato più appropriato chiamarlo stalker, visto  che per mesi l'aveva minacciata di morte. Sono già dodici i casi riportati dalla stampa nella prima metà del gennaio 2012. Tra loro: Silvia Elena, 20 anni, di origine rumena, prostituta, uccisa da un ragazzo di 18 anni, e Lenuta, 31 anni anche lei rumena e prostituita uccisa da un italiano di 52 anni, due precedenti per lesioni gravissime a un'altra lucciola e per il tentato omicidio dell'ex moglie.
Donne, ragazze, massacrate da uomini che odiano le donne, che le considerano oggetto di possesso fino al gesto più estremo.
Un fenomeno allarmante per le Nazioni Unite: il "femicidio" è la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni. Eppure il femicidio è trattato in Italia come un delitto di scarsa pericolosità sociale, quasi fisiologico e inevitabile. Basti pensare che violenze e percosse alle donne, spesso preludio dell'omicidio, sono reati contro la persona perseguiti solo con querela della vittima.
Anche per l'informazione, ci sembra ormai che il reiterarsi di questo crimine fa sì che scenda la soglia di attenzione e che il trattamento della notizia sia ormai caduto in un racconto di routine. E colpisce la frequenza con cui si usano, per raccontare questi crimini contro le donne, categorie come "delitto passionale", "raptus di follia", "non sopportava di essere lasciato", o che si leggano titoli come: "l'ex confessa: la amavo più della mia vita".
"Gelosia", "passione", "amore" diventano facile movente e persino attenuante. Almeno nella considerazione e condanna sociale. Del resto abbiamo aspettato il 1981 perché le attenuanti previste dal Codice Rocco al delitto d'onore venissero abrogate.
Ci chiediamo se la reiterazione, nel linguaggio giornalistico, di queste facili e un po' trite categorie, non finisca per abbassare la soglia di attenzione dell'opinione pubblica verso un fenomeno sempre più diffuso e che richiede una maggiore consapevolezza e una seria presa in considerazione da parte delle istituzioni .
Non si agisce per raptus o peggio per amore: il movente è criminale, non passionale.
  Chiediamo alle giornaliste e ai giornalisti, nella carta stampata, nelle agenzie, nei telegiornali, nelle radio, nei siti di informazione on line, di aprire una riflessione su quale sia il modo e il linguaggio più appropriato, utile e corretto di riferire di queste drammatiche notizie, senza banalizzare le responsabilità di chi uccide o abusa di una donna. E di trattare il femicidio come fenomeno criminale e culturale nel suo insieme. Noi, da giornaliste, ne sentiamo il bisogno indifferibile per il ruolo importante che l'informazione svolge, o dovrebbe svolgere, nella crescita e nel cambiamento culturale del Paese.
E chiediamo che venga rinvigorito, nelle redazioni, lo spirito della Carta di Treviso, il Codice di autoregolamentazione per la tutela dei minori: mostrare il corpo di Sarah Scazzi in fondo al pozzo di zio Michele, come ha fatto il sito del Corriere della Sera, riteniamo non sia cronaca ma scempio. E offesa alla vittima.
  La crescita esponenziale del  "femicidio" o violenza misogina , impone uno sforzo di responsabilita' da parte di chi informa, uno sforzo per  raccontare la violenza nella sua complessita' e diversita'. Nel rispetto delle decine di donne e bambine uccise ogni anno.

    GIULIA, Giornaliste Unite Libere Autonome

     

Commenti
  • Luisa 24/01/2012 alle 17:15:12 rispondi
    e andiamo!
    Siamo grandi, andiamo come treni.. e chi ci ferma più?
  • marzia 24/01/2012 alle 18:35:51 rispondi
    Finalmente una riflessione forte e sensata su una guerra aperta mai ostacolata da un sistema delirante che deforma le verità. E non dimentichiamoci che donne che riescono a salvarsi da minacce e violenze e che sporgono denuncia spesso vengono etichettate come "malate di mente con manie di persecuzione", impossibilitate dunque a continuare a svolgere una vita normale bloccando la loro esistenza al momento traumatico...comunque uccise. Ora, visto che finalmente Giulia ha pubblicato un articolo intelligente e fecondo, in quanto sono convinta che produrrà qualcosa di positivo, non diamo tregua a chi è preposto e pagato per la risoluzione di questi drammi e a chi è preposto e pagato affinchè non accadano mai più. E da non sottovalutare è una coordinata assai inquietante: il "gioco" macabro delle complicità e di conseguenza dell'omertà.
  • adri45 25/01/2012 alle 09:47:13 rispondi
    Ecco come si combatte la violenza di genere
    Togliendo i soldi ai Centri antiviolenza organizzati da donne, per darli alle parrocchie con il compito di sostenere le famiglie e combattere la violenza su donne e bambini. Questo accade con un'ordinanza a L'Aquila. Si può inviare una lettera di protesta, nell'articolo è indicato come.
    Non ci sono parole!
    Spesso è veramente sottovalutata l'importanza della chiesa, non parlo della fede come scelta personale e quindi rispettabilissima, ma come istituzione politica in grado di dedeterminare le scelte dei e delle governanti italiani/e a tutti i livelli.
  • Giovanna 25/01/2012 alle 18:45:04 rispondi
    feminicidio
    L'indifferenza e la scarsa attenzione con cui questi atroci delitti contro le donne vengono superficialmente attribuiti a "passione", "gelosia", permettono di archiviare il tutto con condanne ridicole, con l'evidente complicità di giudici, che travisano la verità, per fornire attenuanti al maschio assassino. Sono rarissime le condanne a 30 anni di carcere: se le prendono per lo più uomini di cultura e religione islamica, ma allora la "pari opportunità" non centra con i diritti della donna, è piuttosto xenofobia. Gli uomini italiani, a quanto pare, hanno il diritto di massacrare le loro donne. In tutti questi casi, s'è mai visto il Ministero delle Pari opportunità costituirsi parte civile nei processi? Eppure all'interno di quei processi -a rito abbreviato, s'intende- vengono commessi veri e propri scempi della dignità personale della vittima e della donna in generale. Bisogna impedire il rito abbreviato per questi crimini, in modo da dare una visibilità anche all'esterno delle procedure troppo scorrette e ad esclusivo vantaggio dell'assassino.