La guerra non è un posto per donne (in ricordo di Maria Grazia)

Maria Grazia Cutuli guardava «dove nessuno ha mai voglia di guardare: raccontare la verità è l’unica arma rimasta a noi che facciamo questo mestiere». [Cristiana Pumpo]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 5 dicembre 2011

Maria Grazia Cutuli muore mentre fa il suo lavoro. Muore sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul. È l’alba del 19 novembre 2001, Maria Grazia ha 39 anni. Sulla jeep sulla quale viaggia ci sono Julio Fuentes, inviato del quotidiano spagnolo El Mundo, l’operatore Harry Burton, australiano, e il fotografo afghano Haizizullah Haidari, entrambi della Reuters.
Maria Grazia è su quella jeep per il Corriere della Sera; vuole arrivare a Kabul per raccontare – come i giornalisti, operatori, fotografi di tutto il mondo arrivati prima in Pakistan e poi in Afghanistan per testimoniare quanto accade all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 – la città da pochi giorni liberata dai talebani.

È lì perché sta facendo il suo lavoro, quello dell’inviata di guerra, anche se la qualifica le arriva solo il giorno dopo la sua uccisione. Lei ne avrebbe riso, sicuramente, perché non è certo l’etichetta che rincorre negli anni di duro lavoro spesi per riuscire a raggiungere ciò a cui più tiene. La sua vita è stata tutta un combattimento per raggiungere questo obiettivo. Non è spinta dalla vanità – come spesso capita nella nostra professione – non vuole raccontare le tragedie dimenticate dal mondo per avere un ritorno di immagine. «Che palle! – diceva – Ma come si può stare fermi qui e non capire che le cose succedono da altre parti…», quando è costretta a restare ferma dietro una scrivania. E lei detesta stare in redazione.

Le battaglie di Maria Grazia sono state molte. Quella contro la mentalità corrente, ad esempio; si oppone a un direttore che la esorta a cambiare mestiere: «La tua salute – le dice – è troppo cagionevole, non potresti stare al passo con i colleghi». È sempre una lotta contro tutti e contro tutto, per seguire la sua passione, con determinazione, inquietudine, curiosità, rigore e affanni, rispondendo solo alle ragioni di ciò che sente, dando sempre un senso molto completo, molto rigoroso alla sua strada.

Quando fa le valigie per partire per uno dei suoi viaggi in qualche Paese martoriato del nostro mondo, le dicono sempre la stessa cosa: «Ma dove vai? Non è un posto per donne». «Non è un posto per donne? – risponde – E allora io ci vado. Io posso raccontare anche le guerre!». Chissà quante volte avrete letto questa frase nei tanti articoli che hanno ricordato Maria Grazia in questi dieci anni. È il suo modo per sottolineare che per lei le donne non devono scrivere solo di moda, di società o di gossip. E questo le costa moltissimo. Perché Maria Grazia vuole essere se stessa, oltre le malevolenze che talvolta la colpiscono, riducendo la sua bellezza e le capacità professionali a misere considerazioni.

Simona Cocuzza, fotoreporter catanese, all’indomani della morte dell’amica scrive in una lettera: «le guerre, anche quelle dimenticate da un giornalismo distratto, tu le raccontavi per svelarne la folle brutalità, gli sporchi giochi, la loro grande inutilità. Era una scelta di campo la tua, in barba ad ogni presunta e ipocrita obiettività. In questo mondo così profondamente maschile e maschilista, la tua era la lotta di una donna brava, bella e intelligente che per affermare la sua identità, la sua autonomia, era costretta a muoversi in un campo minato, cosparso di pericolosi pregiudizi e di burqa nostrani».
Maria Grazia percorre migliaia di chilometri per raccontare ciò che è nascosto dietro ogni conflitto, oltre la fredda cronaca di guerra e genocidi, «quelle che non interessano nessuno» e spesso lo fa a proprie spese o rimediando un passaggio con qualche organizzazione umanitaria, lottando poi per avere qualche rimborso. Quelle storie che solo uno sguardo che va oltre riesce a scoprire, «dove nessuno ha mai voglia di guardare, perché raccontare la verità – ripete – è l’unica arma rimasta a noi che facciamo questo mestiere».

Scrive su uno dei suoi taccuini da Peshàwar (Pakistan), il 30 settembre 2001: Anisa, 42 anni. Velo bianco ricamato. Viene da Kabul. È partita quattro giorni fa alle cinque del mattino, non c’erano trasporti disponibili, è andata a piedi, è salita sulle montagne e ha viaggiato a dorso di mulo. Ma non ce n’erano abbastanza. Come molte donne doveva andare a piedi. Ferite sanguinanti ai piedi a forza di camminare sulle rocce affilate delle montagne… non c’era né acqua né cibo sulla strada. Nemmeno posto per le donne. Alcune non ce la fanno e tornano indietro…

Questo racconta Maria Grazia, senza fermarsi davanti alle versioni ufficiali, restando lontana dalle notizie diffuse in conferenze stampa. La sua visione delle cose, la concezione del mestiere di giornalista la porta a vivere i conflitti dall’interno, osservando ciò che la circonda anche con uno specifico punto di vista femminile, quello che va oltre la guerra come fenomeno più evidente.
«Sono stato con Maria Grazia in Bosnia, uno dei suoi primi viaggi da inviata di Epoca. È lì che mi ha insegnato la dedizione per i particolari, a guardare le cose con occhi femminili…» dice il collega e amico Fausto Biloslavo, ricordando l’approccio emotivo con cui la giornalista del Corriere della Sera affronta le cose.

Maria Grazia, infatti, si preoccupa non tanto di descrivere le fasi di un bombardamento, quanto di sapere come i civili riescano a sopravvivere in un contesto bellico, di come affronteranno la ricostruzione della propria vita all’indomani di un accordo di pace, preferendo soffermarsi sulle storie che passano in secondo piano rispetto alle decisioni politiche o militari, ma che segnano la reale dimensione di quello che uomini, donne e bambini sono costretti a subire, su cui più gravano le brutalità e le conseguenze dei conflitti. Lo si capisce leggendo i suoi reportages quanto sia attenta ad osservare le società e i loro costumi, la condizione femminile e i diritti dei più deboli, uguali e diversi in ogni angolo del mondo.

Quando è in Pakistan, in occasione di una visita ad un campo profughi di Peshàwar, dice ad una collega: «questo Paese prima o poi sarà salvato dalle donne, sono rimaste quelle di sempre. Ho imparato a conoscerle, sono forti, intelligenti con una gran voglia di esserci. Se sono sopravvissute a tanti soprusi, vuol dire che prima o poi usciranno con dignità da tutto questo».