Ciao Gabriella Mercadini, fotografa delle donne d'Italia

Addio alla fotoreporter che si è spenta sabato a Roma. Resta il suo lavoro per le tantissime testate, spesso di sinistra, spesso di donne. Ecco un suo autoritratto sull'Unità

Stop violenza

Stop violenza

Redazione 20 febbraio 2012

All’inizio della mia professione la passione per i viaggi, ereditata da un padre marinaio, mi ha portato a privilegiare la fotografia a indirizzo antropologico in giro per i continenti. Dal 1968, di fronte al periodo storico che stavo vivendo, ho scelto il mezzo fotografico per cercare di documentare le varie realtà sociali che mi si presentavano quotidianamente.


Il movimento operaio e quello studentesco, le rivendicazioni delle donne dopo secoli di silenzio, l’ambiente sempre più degradato, l’emarginazione dei «diversi», il mondo dei primi immigrati. Accanto a queste tematiche, la ricerca fotografica sull’arte e gli spazi museali, un discorso a parte che amo.



Contemporaneamente facevo le mie scelte politiche e iniziavo a collaborare con le varie testate e realtà della sinistra che in quegli anni erano molto vitali e numerose.



Ancora oggi sono convinta che l’uso «sociale» della macchina fotografica sia nato assieme alla mia resa di coscienza politica. O potrebbe essere il contrario...



Desiderando di conoscere la destinazione delle mie immagini, ho scelto di gestire in prima persona la distribuzione delle stesse non appoggiandomi ad alcuna agenzia, rimanendo sempre fotogiornalista «free lance» e stabilendo un contatto senza intermediari con le varie pubblicazioni sia in Italia che all’estero.



Con «l’Unità» il rapporto con l’art director à stato fin dall’inizio molto soddisfacente e amichevole. Iscritta in quegli anni al Partito Comunista, mi sentivo ripagata nel collaborare con il giornale fondato da Antonio Gramsci nonostante i compensi non certamente «stellari» e il salto della fima dell’autore delle foto...



Iniziato quarant’anni fa questo rapporto si andato man mano consolidando nel tempo anche se la collaborazione è diminuita per vari motivi tra i quali la mia scelta di non passare al digitale e continuare a fotografare in bianco e nero.



Mi auguro che questo legame continui in questi anni oscuri di svolta epocale, in attesa anche di vedere più numerose le «belle bandiere» alla manifestazione, nelle mani di un operaio licenziato, di un immigrato o di un giovane precario.



Perché non smettere di documentare la realtà che ci circonda è doveroso oggi come lo fu tanti anni fa. E ancora di più.

(Gabriella Mercadini)