Aung San Suu Kyi ha vinto

'La leader dell''opposizione, premio Nobel per la Pace agli arresti domiciliari per oltre 15 anni, ha conquistato un seggio al Parlamento. Il ritratto di [Alessandra Mancuso]'

Stop violenza

Stop violenza

Redazione 1 aprile 2012



Non le hanno concesso gli stadi per i comizi, ma lei ha riempito piazze e campi, all’inverosimile. Ovunque cordoni di gente assiepata ai bordi della strada al suo passaggio, gente festante, a inondarla di fiori, battere le mani, acclamarla…La candidatura di Aung San Suu Kyi, il suo ingresso in Parlamento, è un evento storico per la Birmania.


Le elezioni non cambieranno nulla nella sostanza e sono per di più già segnate da trucchi, frodi, intimidazioni. In palio 45 seggi, appena il 7% di un Parlamento dominato da politici legati all’esercito e con il 25% dei seggi assegnati dalla Costituzione ai militari.


Ma ciò che questo voto mette in luce è strabiliante: un movimento di massa per la democrazia, di uomini, donne, giovani e vecchi, che è vitale e pronto a prendersi ciò che gli spetta. Non è stato spento e spezzato, dopo le sanguinose repressioni delle proteste studentesche e operaie nel 1988 e dei monaci nel 2007; dopo gli anni interminabili di prigionia e isolamento di Aung San Suu Kyi e di centinaia di dissidenti (studenti, sindacalisti, monaci, intellettuali) sepolti vivi nelle prigioni.



Aung San Suu Kyi, si candida in un collegio rurale alla periferia sud di Yangon (la vecchia Rangoon, ex capitale, ma ancora la più grande città del Paese). Per la campagna elettorale ha girato il Paese a sostegno dei candidati del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, raccogliendo folle adoranti. Alle elezioni del novembre 2010 (le prime dopo quelle del 1990 stravinte da San Suu Kyi e non riconosciute dai generali) l’NLD era fuorilegge e aveva chiamato al boicottaggio. Il voto segnò il passaggio dal un governo militare a un governo civile (ma controllato dall’esercito) e il ritiro del vecchio tiranno Than Shwe.



“Non sono elezioni né libere né giuste” ha denunciato la leader birmana che tuttavia rivendica la necessità di prenderne parte: “continuerò a lavorare per la riconciliazione nazionale”, assicura, confidando che il coraggio e la determinazione del suo popolo abbiano la meglio su frodi e intimidazioni.
Un’apertura a mezze tinte, quella dei generali, e dai segnali contrastanti: dopo il rilascio di Aung San Suu Kyi nel novembre 2010, l’incontro con il presidente birmano Thein Sein, ad agosto, e poi con Hillary Clinton e il ministro degli Esteri inglese Hague, a Yangon, a dicembre, la prima volta da cinquant’anni, il rilascio di 300 detenuti politici a gennaio, l’allentamento della censura sull’informazione….. E la firma dell’accordo con l’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) per la messa al bando del lavoro forzato (dal 2015!); la legge per registrare i sindacati, attualmente clandestini e fortemente sostenuti e aiutati dalla Cisl italiana.


Molti annunci di riforme mentre non si dà tregua alle diverse minoranze etniche del Paese (il 30% dei 56 milioni di abitanti): continua la sottomissione dei Karen, cristiani, e si combatte al Nord con i Kachin, che si sono opposti,tra l’altro, alla devastante costruzione di una diga idroelettrica da parte della Cina. Progetto per il momento sospeso dal regime birmano.



Il governo è spaccato tra un’ala dura e una più dialogante, e c’è divisione anche tra governo e militari. La posta in gioco è economica. Il presidente, annoverato nelle fila dei riformatori, punta alla cancellazione delle sanzioni americane ed europee. La presenza economica della Cina si è fatta soffocante. La scommessa è attrarre gli investitori esteri occidentali. Per questo, dal primo aprile la banca Centrale birmana ha deciso una fluttuazione controllata per la moneta birmana, il kyat: la valuta sarà per la prima volta determinata dalla domanda e dall’offerta e il tasso di cambio nel paese sarà unificato (oggi c’è quello ufficiale e quello del mercato nero). Altre leggi economiche si annunciano come le esenzioni fiscali per le compagnie straniere.


I militari dell’ala dura, che in una dittatura durata ininterrottamente (con vesti diverse) dal 1947, si sono arricchiti depredando il Paese, temono che la loro presa sull’economia si possa allentare.


Una lotta interna al regime dagli esiti imprevedibili, un’incognita per il fragile processo di riforme che il governo dice di voler avviare.



Aung San Su Kyi parla di lavoro, istruzione, lotta alla corruzione, ma evoca soprattutto la speranza: “”E’ stato un viaggio duro – dice – ma possiamo superare gli ostacoli insieme”.


Una donna che ha sacrificato gli affetti e forse compromesso il rapporto con i figli per aver scelto il suo Paese: il più grande, Alexander, 38 anni, vive in Nord America e non vede la madre dalla breve visita a Yangon dopo la morte del padre, l’accademico di Oxford Michel Aris, nel 99. Kim, 34 anni, l’ha riabbracciata dopo un decennio, nel 2010, quando è stata liberata. E di nuovo, per una breve visita, l’anno scorso.


Comunque vada il voto, Aung San Suu Kyi, 66 anni e qualche preoccupazione per la salute, ha comunque vinto: ha vinto la sua forza morale, la sua resistenza, la sua fiducia nel popolo birmano e nella democrazia. Il sogno di suo padre, il generale Aung San, l’eroe dell’indipendenza assassinato nel ’47, quando lei aveva solo due anni. Ha vinto la forza di una donna irriducibile.