I diritti negati alle atlete

Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne non hanno accesso alla legge che regola il professionismo sportivo. Di [Luisa Rizzitelli]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 30 luglio 2012
'Ogni volta che, durante una grande competizione, parlo dei [b]diritti che lo sport italiano nega alle atlete[/b], combatto con l''istinto di vedere invece il bicchiere mezzo pieno e non [i]rovinare[/i] la festa. Poi, però, mi dico che se non ne parlo soprattutto ora, mentre le Azzurre vincono tantissimo e ci riempiono di orgoglio, non mi perdonerò d''aver sprecato un''occasione. Un''occasione per dire quello che lo sport non dice, quello che le stesse atlete troppo spesso non dicono (e a volte [i]non possono[/i] dire).



Nello sport italiano abbiamo una delle più clamorose discriminazioni: le donne, dalla prima all''ultima, [b]non hanno accesso ad una legge dello stato, la L. 91[/b] del 1981 che regola il professionismo sportivo. Perché in quella legge, che offre giuste tutele e regole a chi fa dello sport il proprio reddito prevalente e la propria vita, dice che a decidere quali siano le discipline professioniste in Italia siano le Federazioni Sportive Nazionali. E le Federazioni, a oggi, hanno deciso che ci sono sei discipline professionistiche: calcio (campionati fino alla Lega Pro), basket (fino alla serie A2), ciclismo (gare su strada e su pista approvate dalla Lega ciclismo), motociclismo (velocità e motocross), boxe (I, II, III, serie nelle 15 categorie di peso) e golf. Con un [i]piccolo dettaglio[/i], sono TUTTE maschili. Quindi le donne sono dilettanti: tutte, dalla prima all''ultima. Poco importa se si chiamano Idem, Pellegrini, Vezzali, Kostner, Forciniti. Loro, per lo Stato italiano, lo fanno [i]per diletto[/i]. E se ci si tranquillizza immaginando gli sponsor che le aiutano, basterà ricordare che dietro di loro c’è un esercito di sportive sconosciute e senza diritti.



Io l''ho vissuto sulla mia pelle perché ho giocato a pallavolo 12 anni vivendo di quello: 6 ore di allenamento, divisa obbligatoria, niente sabati e domeniche, regole alimentari e persino l''orario di ritirata la sera. Niente male per un [i]diletto[/i] pagato con un finto rimborso spese, che sostituiva il compenso per un''attività che aveva tutte le caratteristiche di un lavoro subordinato. È una [b]discriminazione apparentemente incomprensibile[/b] in un movimento, quello dello sport, che coinvolge 7 milioni di tesserate e tesserati e rappresenta il terzo aggregato industriale di questo Paese. Una realtà produttiva che costituisce il 3 per cento del Pil.



Eppure, a dispetto di questa rilevanza, la giungla degli accordi e dell''economia sommersa impera: le donne (tutte) e gran parte degli atleti nelle loro relazioni con il [i]datore di lavoro[/i] (l''associazione sportiva) si possono barcamenare solo con scritture private che, per dirne una, contengono spesso cose assurde. Come la frequente clausola anti-mamme che prevede il licenziamento in tronco nel caso l’atleta rimanga incinta. In pratica, a meno che tu non sia una atleta Azzurra (il CONI solo da qualche anno e dopo le nostre battaglie ha imposto la tutela della maternità alle Federazioni, ndr), se vuoi fare lo sport come lavoro devi rinunciare a essere madre. Per assenza di regole, sia uomini che [b]donne dilettanti non hanno diritto ad alcuna pensione[/b], non hanno contratti collettivi, non hanno tfr e tutte le forme di tutela doverose per una lavoratrice o un lavoratore.



[b]Ma per le donne ci sono ancora altre [i]cattive pratiche[/i][/b]. I montepremi e borse di studio per le donne sono spesso inferiori a quelli maschili. La campionessa di ciclismo su pista Vera Carraro raccontava qualche mese fa: “L’oro dei mondiali vale 20 mila euro contro gli 80 mila della gara maschile”. Un quarto. La causa di tutto sono proprio le regole antiche e a volte totalmente assenti. Non lo dico solo io, lo dice anche una delle stelle che stiamo per ammirare a Londra: Josefa Idem, straordinaria canoista da 30 anni nell''olimpo dello sport. Diceva in alcune interviste: “Per lo Stato italiano noi semplicemente non esistiamo. Quando guardate le Olimpiadi e tifate per la medaglia d’oro all’Italia sappiate che, spente le telecamere, torniamo a essere precarie a cui vengono stracciati i contratti se rimaniamo incinte.”



Lo sport è una straordinaria esperienza umana ma ha bisogno di [b]regole nuove e di tutele vere[/b] per chi (non solo atlete e atleti) opera in questo mondo dedicandogli la vita. L''assenza di una legge quadro nazionale e di un capitolo di spesa della nostra finanziaria destinato allo sport, dimostrano una sottovalutazione inaccettabile. Sottovalutazione che stride con dati a dir poco allarmanti: il 10% della popolazione italiana soffre di obesità, mentre almeno il 42,4% degli uomini e il 26,6% delle donne è sovrappeso. E questo non è un fatto secondario per la spesa pubblica se è vero che in spese mediche per malattie cardiovascolari e diabete se ne va il 6,7% della spesa pubblica, per un costo sociale di 8,3 miliardi l’anno. Altro che spending review...



Chiudo con una chicca: dalla nascita dello sport organizzato in Italia non c''è stata mai una presidente del CONI e MAI una presidente di una delle 45 Federazioni Sportive Nazionali. Sono certa che se ci fossero più donne al Governo del Paese molte cose cambierebbero e [b]se ci fossero più donne nel governo sportivo[/b], forse questo articolo non sarebbe servito. Invece, oggi ci troviamo a parlare di discriminazioni e di uno sport che non vuole [i]crescere[/i] in buon senso e regole. E senza le regole, come al solito, le donne sono le prime a rimetterci.


Nella foto di copertina, Rosalba Forciniti. Qui sopra, alcune delle 127 atlete azzurre che partecipano alle Olimpiadi di Londra'