Storia di Silvia e della Fiat al Sud

Una storia emblematica. Cassintegrata Iveco, non ci sta e scrive una lettera a Marchionne: io, in fabbrica da 30 anni, so cosa è il bene comune. Di [Marika Borrelli]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 10 settembre 2012

La storia di Silvia C, paradigma della crisi del lavoro.
Di Silvia Curci – autrice di una lettera aperta a Marchionne, pubblicata sula testata on line Lettera43 qualche giorno fa - mi sono occupata spesso in questi mesi. Silvia è una mia amica e la sua vicenda, assieme a quella del marito, è il paradigma del declino occupazionale italiano, condito da scandali (l’amianto) e sfruttamento.


Silvia da sola è il simbolo di quasi tutti i problemi del lavoro in Italia. Innanzitutto, è cassintegrata dell’Irisbus di Flumeri (provincia di Avellino, 40 km dal capoluogo), Gruppo Fiat, proveniente dall’AlfaRomeo di Pomigliano (a metà strada tra Avellino e Napoli) dove era giunta a sua volta dall’Arna (vi ricordate l’Alfa Romeo Nissan Automobili? Quella che produceva l’Alfasud?) di Pratola Serra, sempre in provincia di Avellino. Poi, è una metalmeccanica iscritta alla Fiom.


Aveva iniziato all’Arna come sarta ed è finita all’Irisbus al montaggio (il reparto più pesante), pagando per la sua militanza, anzi meglio: la sua trasparenza. Silvia ha gli occhi chiari, uno sguardo dolce ed una voce pacata. Ha quasi cinquantadue anni, due figli ancora studenti ed un marito disoccupato. Eh già, perchè Silvia per essere un vero simbolo deve avere tutte le stigmate.
Il marito di Silvia, Antonio, ha lavorato dal 1984 al 1988 all’Isochimica, un’azienda irpina che ricondizionava i vagoni ferroviari, togliendo i pannelli di amianto sotto le lamiere della scocca. Quando si capì che l’amianto era letale, i lavoratori vennero messi in cassa integrazione, prima, e in mobilità lunga, successivamente, per poi essere definitivamente licenziati senza più sostegni economici. La disgrazia nella disgrazia fu anche che, nonostante la cassa integrazione, all’Isochimica gli operai continuarono a smontare l’amianto dai vagoni, così ora stanno morendo di mesotelioma, carcinoma e asbestosi senza poter intentare una vera causa perchè ufficialmente non dovevano stare lì. All’inizio dell’estate si è svolto il funerale dell’ottava vittima.


Silvia ha lavato per anni la tuta piena di amianto del marito. Certo i controlli li fanno e nei polmoni di Antonio le fibre si sono depositate nel liquido pleurico, ma per fortuna non si sono ancora calcificate nelle ferali placche. Antonio dal 2000 al 2005 è stato un Lavoratore Socialmente Utile presso il Comune dove risiedeva. Faceva di tutto: dalla manutenzione alla conduzione dello scuolabus, dal fattorino al giardiniere. Poi, nel 2005, pur avendo la possibilità di usufruire di un sovvenzionamento regionale, il Sindaco non rinnovò il progetto che consentiva ad Antonio di ricevere la modesta retribuzione come Lsu e dalla sera alla mattina, con una telefonata, fu scaricato anche dal Comune. Ora, si arrangia con qualche lavoretto rigorosamente a nero.


Con gli ottocento euro della Cig di Silvia come si fa? A fare la spesa, a pagare gli studi ai figli, a mettere la benzina nell’auto? A vivere, insomma. Silvia si è vergognata quando è andata all’ASL per chiedere l’esenzione ticket sulle prestazioni sanitarie, ma questo è il problema minore, ovviamente. Silvia che si alzava tutte le mattine alle quattro per scendere dal suo paese (a 30 kilometri da Avellino) e salire sul pullman per Pomigliano (altri 40 kilometri verso Napoli), solo perchè la Fiat l’aveva messa davanti ad un aut-aut: la mobilità o il trasferimento a Pomigliano, per altro con viaggio a carico dei lavoratori (solo dopo una lunga trattativa con l’azienda di trasporti locale si ottenne una corsa Avellino-Pomigliano).


Poiché la nuova fabbrica che stava per sorgere sulle ceneri dell’Arna, la Fma-Powertrain, non poteva permettersi di assumere gli operai storici e sindacalizzati, il ’prato verde’ di Pratola Serra doveva assumere giovani maestranze, sindacalmente intonse, da poter irretire. Lo stesso è successo alla Sata di Melfi (c’è un bel saggio in merito, “Donne in tuta amaranto” di Fulvia D’Aloisio, antropologa). La contro-storia di Silvia è la Storia della Fiat al sud. Una storia fatta di tanti compromessi, una storia di silenzi e capo chine per non perdere il lavoro, in un territorio dove la disoccupazione a due cifre è endemica.


Silvia adesso lotta contro la chiusura dell’Irisbus perchè, a fine anno, dalla Cig dovrà passare alla mobilità in assenza di un progetto industriale. E la mobilità dura solo due anni. Con gli altri colleghi operai ha preso contatti con la BredaMenariniBus, l’unica fabbrica italiana di autobus urbani (l’Irisbus, una volta Iveco, produceva pullman), per tentare una vertenza collettiva. Sono convinti che il piano di sviluppo per l’Italia passi anche per la ristrutturazione ed il miglioramento del trasporto pubblico. Silvia non ci sta a farsi raccontare da altri la storia della sua lotta. Così, l’ha raccontata lei stessa a noi, che facciamo ammenda per aver dovuto riassumere in una pagina il suo dolore.


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In allegato la lettera di Silvia Curci a Marchionne[/b]