Una foto per salvare Layla

GiULiA insieme a Italians for Darfur rilancia l’appello per salvare dalla lapidazione Layla Ibrahim Issa Jumul, 23 anni, condannata a morte per adulterio in Sudan.

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 17 settembre 2012
'



Una campagna promossa da Italians for Darfur e GIULIA (Giornaliste italiane unite libere indipendenti autonome) rilancia l’appello per salvare dalla lapidazione Layla Ibrahim Issa Jumul, 23 anni, condannata a morte per adulterio in Sudan.


“Chiediamo alle donne di scattare delle "instant photo" che verranno raccolte per la campagna "Io sono Layla, non uccidermi" – si legge in un comunicato congiunto – E’ possibile realizzare un autoscatto, usando la propria webcam, dalla pagina ufficiale della petizione, che ha già raccolto quasi 10mila firme”.


“Quello di Layla Ibrahim Issa Jumul – prosegue la nota - è il secondo caso, in meno di un mese, di una condanna ingiusta dopo un processo sommario che vede donne presunte adultere incarcerate e destinate a una morte atroce: la lapidazione. Lo scorso luglio, proprio grazie alla mobilitazione delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui Italians for Darfur, Intisar Sharif Abdallah, ventenne madre di un bambino di 5 mesi, era stata scarcerata. Ma la soddisfazione degli attivisti per questo successo era durato poco. Una settimana dopo il rilascio di Intisar la Corte Criminale di Mayo, Khartoum, ha condannato Layla alla stessa pena prevista dall''Articolo 146 del Codice Penale Sudanese del 1991, per le donne ritenute colpevoli di aver tradito il proprio marito. Layla è detenuta nel carcere femminile di Omdurman, nei pressi della capitale sudanese, con il figlio di sei mesi. Il processo, secondo SIHA (Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa) organizzazione che ha portato alla luce questo caso, sarebbe stato condotto in maniera iniqua, senza che l’imputata abbia potuto avvalersi del proprio legale, in violazione dell''Articolo 135 del Criminal Procedure Act. La possibile lapidazione di questa giovane è chiaramente in contrasto con la Costituzione del Sudan, che sancisce la non applicabilità della sentenza per donne in stato di gravidanza e in allattamento.


Le condizioni di detenzione della giovane e del suo bambino sono al limite della sopravvivenza”.


“Durante tutto il periodo di carcerazione Layla deve restare incatenata, i pasti serviti a lei e al figlio sono insufficienti e, spesso, avariati. Il carcere, come riferito dai volontari di SIHA in contatto con gli avvocati dell’imputata, è fatiscente e malsano, tant’è che il piccolo di Layla sarebbe in cattive condizioni. Per questo bisogna fare presto – conclude il comunicato – affinché si riesca a strappare dal braccio della morte una giovane madre e ridare un’esistenza serena al suo bambino”.


'