Germania, primo via libera a quote rosa nei Cda

'Il Bundesrat, il Consiglio Federale Tedesco, ha detto sí: via all''iter legislativo sulle quote fisse delle dirigenti donne nei cda delle grandi aziende. Di [Claudia Stamerra]'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 21 settembre 2012

Oggi il Bundesrat, il Consiglio Federale Tedesco, ha detto sí all´avvio dell´iter legislativo sulle quote fisse delle dirigenti donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Il disegno di legge é viaggerá ora verso il Bundestag, dove sará presto votato, e se approvato porterá la quota femminile al 20 per cento nel 2018 e al 40 per cento nel 2023.

Il sostegno all´iniziativa, con alcuni Land governati dalla CDU e altri dalla SPD pronti a sostenere la svolta a favore delle quote fisse ma con i liberali della FDP contrari, poteva riservare delle sorprese. Sul tema la Germania é alle prese con le proprie idiosincrasie, e a Bruxelles si sono levate alcune voci tedesche, a sostegno di quello che da alcuni viene definito come un “rifiuto di ideologico” della bozza di direttiva della vice commissiaria Reding, che prevede il 40 per cento delle donne nei board delle societá europee quotate in borsa per il 2020. Nei fatti, peró, i tedeschi sono sempre apparsi piuttosto dibattuti tra l´introduzione di quote fisse e quelle flessibili, ben certi della necessitá di aprire a tutto tondo alle dirigenti.



La lunga strada dell´avanzata delle donne manager di tutta Europa potrebbe, in ogni caso, essere fermata da un blocco, alla cui testa si trova il Regno Unito. La proposta di direttiva della vice-commissaria Reding, che prevede una ferma presa di posizione rispetto alla partecipazione femminile nei consigli di amministrazione delle societá europee quotate da estendersi fino al 2020 a tutti i 27 stati, si potrebbe arenare lí dove é nata, a Bruxelles. Sono nove i paesi che hanno espresso il forte diniego che, contenuto in una missiva, é stato recapitato sulle scrivanie del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e della stessa Reding. Regno Unito, Olanda, Repubblica Ceca, Bulgaria, Danimarca, Ungeria, Lettonia, Lituania, Estonia, Malta, hanno dunque detto no alla bozza della direttiva, comunque destinata alle societá per azioni quotate in borsa con piú di 250 addetti e un giro d´affari di almeno 50 milioni di euro. E che comunque riguarderebbe le posizioni non direttamente esecutive. La proposta, peró, aveva messo in stato d´allarme i britannici da tempo e la direttiva sconterebbe, prima di tutto, un certo euroscetticismo il cui spettro recentemente si aggira nell´Europa continentale oltreché a Londra.


“L´idea di voler fare da soli e di non ammettere interferenze di nessuna sorta ha spinto il Regno Unito a respingere la bozza anche se i provvedimenti presi in materia di pari opportunitá in quell paese hanno messo in evidenza risultati piuttosto positivi”, spiegano dalla European Women Lobby, organizzazione per le pari opportunitá con sede a Bruxelles. Il piano di Lord Davies, incaricato nell´agosto 2010 dal governo Cameron di sviluppare una strategia in favore dell´accesso alle posizioni dirigenti da parte delle donne ha comunque prodotto un incremento della presenza femminile nei board del 12.5 per cento in due anni.


Non solo il Regno Unito, ma anche l´Olanda, paese dove fino a poco tempo fa sono spirati venti antieuropeisti aggravati dalla crisi, si é unita al pool anti-quote capitanato dai britannici. Qui la legislazione vigente prevede la presenza di poltrone destinate alle donne (30 per cento) ma il sistema non minaccia alcuna sanzione e si sviluppa secondo una rete di controllo soft completata da un codice di autoregolamentazione ad adesione volontaria. Pari opportunitá “fai da te” anche in Danimarca, che ha appoggiato il dissenso anche se non in forma scritta. Un paese sicuramente virtuoso per molti versi e dove la possibilitá di accesso delle donne nei ruoli top é prevista e favorita sin dal 1990, anche se ad essere coinvolte in forma obbligatoria sono le societá a partecipazione pubblica. Non direttamente firmataria ma contraria alla direttiva sarebbe anche la Svezia, che forte del suo 26 per cento di presenze manageriali al femminile ha giá commissionato all´agenzia governativa il proprio personale programma di rinforzo delle dirigenti fino al 2014. Nemmeno a Stoccolma sarebbero gradite interferenze da parte di Bruxelles.
Se il grido di battaglia di alcune democrazie nordiche in materia di pari opportunitá dei dirigenti é piuttosto chiaro, va peró detto che i paesi europei sono 27, e che non tutti godono delle stesse strutture socio-economiche e dello stesso tenore di vita di Stoccolma, Amsterdam e Copenaghen.


Stati membri come la Bulgaria, l´Ungheria e la Repubbica Ceca avrebbero aderito al blocco oppositivo per ragioni relative all´organizzazione produttiva, ma si trovano molto al di sotto della media europea per quanto riguarda l´avanzamento delle donne ai vertici, che si aggira intorno al 13.7 per cento. Piú della metá dei loro consigli di amministrazione ne sono privi. E se come per tutte le economie, comprese quelle dell´Est europeo, la presenza femminile al top sarebbe una vera e propria iniezione di modernitá e produttivitá (come testimoniano tutti i recenti studi sul tema), non sembra realisticamente pensabile che possano rispondere all´esigenza da soli. Di fatto, dunque, l´assenza di legislazione comune in materia verrebbe a rinforzare l´Europa “a due velocitá”: quella che si fa di tutto per evitare. /p>