Identikit della donna da film

La donna nel cinema italiano? Angelica. Svampita. Disinibita. Mantenuta. Ossessiva. Isterica. Giovane & bella. Brutta. Grassa. Magra. Muta. Di [Ilaria Ravarino]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 29 settembre 2012
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«La mamma. La fidanzata. L’amante. La figlia. La sorella. La moglie. La moglie morta. La sposa infelice. La moglie fedele che sopporta le corna. La moglie che non sopporta le corna e pretende gli alimenti. La moglie pentita di un mafioso. La moglie di un industriale che lavora per un mafioso. La moglie insoddisfatta di un industriale. L’amante di un industriale. L’amante insoddisfatta di un avvocato coniugato. La moglie insoddisfatta. La moglie insoddisfatta che tradisce. La moglie insoddisfatta che fa finta di tradire. La fidanzata insoddisfatta perché vorrebbe essere moglie. La fidanzata matura di un uomo immaturo. La fidanzata giovane di un uomo maturo. La fidanzata che tradisce l’uomo maturo con l’autista immaturo. L’amica cicciona della fidanzata del protagonista. L’amica con gli occhiali della fidanzata del protagonista. L’amica bona della fidanzata del protagonista. L’amica del protagonista. La sorella bona del protagonista. La moglie che si spoglia per noia. La figlia che si spoglia per amore. L’amante che si spoglia con un altro. Quella che si spoglia. Quelle che si spogliano. La mamma del protagonista. La mamma depressa del protagonista. La mamma protettiva e la zia zitella. La figlia da maritare. La figliastra cattiva. La figliastra bona. La figlia bona col padre geloso. La cameriera. La barista. La ragazza immagine. L’infermiera. La maestra. La guida turistica. La cioccolataia. La poliziotta che prima di tutto è moglie. La professionista che prima di tutto è madre. La raccomandata dal padre. La raccomandata dal marito. La raccomandata dall’amante. Angelica. Svampita. Disinibita. Mantenuta. In cerca di protezione. In cerca di un marito. In cerca di un figlio. Ossessiva. Isterica. Giovane & bella. Brutta. Bionda. Mora. Straniera. Grassa. Magra. Muta».


Questo è l’elenco dei caratteri e dei personaggi femminili apparsi nei film italiani prodotti nei primi sei mesi del 2011 . In nessuno di questi casi il personaggio appartiene a un film girato da una regista donna. Anche perché le registe donne, in Italia, sono più rare dei panda.

Prendiamo per esempio i candidati al David di Donatello 2012, l’Oscar del cinema italiano. Per la categoria miglior film, lo scorso maggio, sono sfilati davanti al Presidente della Repubblica i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Marco Tullio Giordana, Emanuele Crialese.

Nessuna donna era presente nella categoria miglior film. Nessuna donna era in concorso per la miglior regia. Una sola donna era in concorso come regista esordiente. Una sola donna era in concorso come sceneggiatrice su 12 candidati. Esclusa la categoria degli interpreti, le donne candidate erano in tutto 13. Gli uomini 53.


Una delle conseguenze della cronica (per l’Italia) scarsa rappresentatività delle donne nel mondo del cinema è che l’immagine che il cinema restituisce della donna è fondamentalmente una: la donna è mamma. Madre italiana vs madre immigrata in Terraferma di Crialese, madre che resiste in Romanzo di una strage, madre depressa ne La kryptonite nella borsa, madre incazzata in This must be the place, madre normativa in Scialla!. La mamma, punto. Senza ulteriori specifiche professionali. E se non è mamma? È pornostar o prostituta, maestra o cameriera. Raramente il nostro cinema eccellente racconta donne a capo di un’azienda o in carriera – quando lo fa, vedi L’Industriale di giuliano Montaldo, sono mostri di cattiveria – mentre gli uomini, quando sono padri, non sono mai padri e basta. Non è virile, insomma, lasciarli senza professione.


Quello del David non è certo un caso limite. Basti pensare alla rosa dei dieci film italiani in lizza per entrare agli Oscar nella categoria “Miglior film straniero”. La rosa include: Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani, Bella addormentata di Marco Bellocchio, Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati, Diaz di Daniele Vicari, È stato il figlio di Daniele Ciprì, Gli equilibristi di Ivano De Matteo, La-Bas, educazione criminale di Guido Lombardi, Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek, Posti in piedi in Paradiso di Carlo Verdone e Reality di Matteo Garrone.



Ma c’erano film di registe donne tra cui scegliere? Certo c’era Ciliegine di Laura Morante, Quando la notte di Cristina Comencini, Un giorno speciale di Francesca Comencini. E poco altro. Le donne dietro alla macchina da presa, dicevamo, sono più rare dei panda. E dire che il cinema italiano ha segnato un record: siamo stati i primi nella storia degli Oscar ad avere una regista candidata in cinquina (Lina Wertmuller, Pasqualino Settebellezze, 1976)
Non solo. Per poche registe dietro alle macchine da presa ci sono tante scrittrici invisibili, ci sono costumiste senza budget e attrici sottoutilizzate, produttrici condannate ad essere eterne seconde e tecniche eccellenti costrette ad espatriare.


Le registe si contano sulle dita delle mani: c''è Lina Wertmuller e Liliana Cavani, ci sono Cristina e Francesca Comencini, c’è Francesca Archibugi, Roberta Torre, Paola Randi, Tizza Covi, Susanna Nicchiarelli. Tutte sono d’accordo su un punto: in Italia c''è grande diffidenza nei confronti di una donna che ricopra un ruolo decisionale, di coordinamento e gestione. E il lavoro di regia è anche questo: non solo scrivere e pensare, ma anche coordinare i reparti, gestire le spese, avere a che fare con numerose esigenze e con una “truppa” che sul campo va amministrata con piglio deciso e sicuro. Spesso le giovani autrici si lasciano scoraggiare dai rifiuti dei produttori. Si fermano un passo prima e optano per una professione più conciliabile con i figli (cosa che poi non riescono a fare, vista l''arretratezza delle politiche familiari in Italia). Per esempio, la professione di sceneggiatore.
Anche in questo campo, però, la situazione non è migliore. Secondo Ludovica Rampoldi, brillante autrice cinematografica, spesso le sceneggiatrici vengono chiamate solo perché serve il cosiddetto "punto di vista femminile". Va da sé che non ha senso: se nel film c''è un personaggio che fa l''ingegnere, non si chiama un ingegnere per partecipare alla scrittura. Se in un film c’è un personaggio femminile che non funziona, il problema va cercato altrove: il problema, di solito, è nella storia.


Se poi passiamo a considerare un reparto eccellente come quello dei costumi, scopriremo che è il settore con la più alta occupazione femminile. Ed anche quello che lavora più ore e che conduce le trattative sindacali più difficili: «Siamo un reparto considerato femminile e quindi più disposto a "regalare" ore di lavoro», dice Grazia Colombini, costumista (tra gli altri) di Bertolucci. Senza contare che, come per la regia, anche in questo reparto si tende a sottovalutare la capacità di stima delle donne. Di rado i grandi film in costume hanno un caporeparto al femminile.


In conclusione: Perché la rappresentazione della donna nei media cambi, è necessario che ci siano più donne dietro alla macchina da presa e sui set - e altrettanto necessario che gli uomini imparino a rispettarne la professionalità. Nessun film, se raccontato a metà, può restituire un’immagine compiuta del paese. Torniamo quindi un passo indietro, a maggio, quando i nostri migliori registi sfilavano davanti a Giorgio Napolitano. Disse allora il Presidente: "La politica è in affanno, dobbiamo cercare un rilancio per l’Italia, e penso che questo rilancio, per quel che riguarda le prospettive di sviluppo del paese, passi attraverso la valorizzazione della cultura". Ma la valorizzazione di quale cultura può portare al rilancio del paese? Quali garanzie offre, al nostro cinema e all’Italia, un sistema culturale che rimuove sistematicamente le donne da qualsiasi racconto della nazione? E soprattutto: che immagine del paese restituisce?

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