Violenza: a dire di no si impara

Dal libro di Cristina Obber sulla violenza di genere ("Non lo faccio più") nasce un progetto di formazione. E a Modena dalla formazione nascono due libri. Di [Camilla Gaiaschi]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 24 ottobre 2012

Contrastare la violenza di genere dai banchi di scuola. Combatterla a monte, là dove crescono quegli stereotipi, non sempre consapevoli, che vogliono la donna non del tutto legittimata a scegliere per sé stessa (ad “autodeterminarsi”, si sarebbe detto un tempo), eventualmente a dire di no. A un fidanzato o a un marito che non desidera più. O più semplicemente a un immaginario collettivo sul femminile che non le corrisponde, che ne lede la dignità. E mentre i giornali riportano il centesimo caso di femminicidio da inizio anno, si moltiplicano le iniziative di formazione rivolte ai più giovani promosse con molta tenacia da donne – formatrici, esperte, scrittrici – con il pallino dell’educazione.



Storie silenziose, di competenze e passioni a servizio della collettività che spesso e volentieri sono costrette ad autofinanziarsi a fronte dell’evidente stato di indigenza in cui versa la scuola pubblica. Storie come quella di Cristina Obber, giornalista pubblicista (iscritta a Gi.U.Li.A) e autrice di “Non lo faccio più. La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge” (Edizioni Unicopli), il racconto di un viaggio difficile ma anche ricco di speranza fuori e dentro il carcere. Dal libro, uscito poche settimane fa in libreria, sta per nascere un progetto che verrà presentato giovedì 25 ottobre alle 18 nella sede della Provincia di Milano (che lo patrocina): fare formazione negli istituti superiori e fornire supporto ai più giovani con un sito web (www.nonlofacciopiu.net) che si propone di essere un luogo di ascolto non solo per chi la violenza l’ha subìta o agita, ma per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che sentono il bisogno di misurarsi con il tema degli affetti e della sessualità.



Storie di ampio respiro e larghe vedute, come quelle delle formatrici modenesi Serena Ballista e Judith Pinnock, che dopo essersi incontrate alla scuola di politica dell’Udi (Unione Donne in Italia), due anni fa si sono messe in testa di fare “education” prima negli istituti medi e superiori e, da quest’anno, nelle scuole elementari. Da quelle esperienze sono nati due libri: Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista (Fausto Lupetti), pubblicato a giugno, e A tavola con Platone. Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali, sessuali e di genere (Ferrari Sinibaldi), uscito a settembre. Due manuali pronti all’uso di insegnanti, genitori ed educatori per sabotare gli stereotipi a grandi e piccini: il primo si concentra sul linguaggio sessista della pubblicità e sulle “gabbie” interpretative a cui vengono ricondotte le donne (ma di riflesso anche gli uomini); il secondo estende il raggio di azione a omofobia e razzismo, nella convinzione che con il sessismo condividono la paura della diversità.



Come? Attraverso i giochi: indovinelli, esercizi di “problem solving”, laboratori di gruppo per più o meno giovani. Perché imparare, anzi “disimparare” a discriminare, divertendosi, è possibile: “la violenza non deve essere un problema da gestire ma da prevenire – spiega Serena – e per prevenirla è necessario intervenire là dove si insinuano le sue condizioni di possibilità, e cioè nell’incontro tra stereotipi culturali e dinamiche relazionali”. Per questo motivo il loro lavoro parte dall’analisi critica della pubblicità: “un immaginario che delegittima la donna mostrandola come oggetto a disposizione del piacere maschile o a servizio delle sue necessità contribuisce a nutrire la concezione che è alla base del femminicidio, ovvero: questa donna è la mia donna e se non mi vuole piuttosto la ammazzo”, aggiunge Judith. Le reazioni da parte degli alunni e delle alunne delle scuole? “Sono estremamente positive – commenta Serena - così come quelle degli insegnanti, che ci chiedono di tornare, spiegandoci che è di questo che hanno bisogno i loro studenti, purtroppo però questo tipo di esperienze restano isole felici ancora ai margini dei percorsi istituzionali”.