La terra riconquistata dalle donne

Producono café femenino in Perù o liquori a Montevideo, o coltivano il butiá e il guayabo, da cui ricavare marmellate. E in Italia nascono i Frutti di Pace. Di [Barbara Romagnoli]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 8 novembre 2012
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Si gira il mondo a piedi, si incontrano migliaia di persone, con molte si scambiano idee e progetti, si raccontano storie e si ascoltano lingue diverse, si assaggiano delizie e cibi mai visti o conosciuti prima. Sono alcune, delle tante ricchezze che si riportano a casa dopo le giornate del Salone del Gusto – Terra Madre 2012 [www.salonedelgusto.it].


Un enorme spazio nel quale è stato possibile trovare un mercato nazionale e internazionale, presidi Slow Food e fra le comunità del cibo quella delle Donne in Cammino di Catanzaro; Laboratori del Gusto e Incontri con l’Autore o con ingegneri agronomi erranti impegnati nella difesa del suolo, come Claude e Lydia Bourguignon; poi, ancora, degustazioni di mieli uniflorali italiani, l’Honey Bar con centinaia di mieli da tutto il mondo, teatri del gusto, percorsi educativi, conferenze, dibattiti. E, nello snodo fra i tre Padiglioni del Salone e l’Oval di Terra Madre, ci sono le cucine di strada una accanto all’altra, le felafel arabe e le piadine romagnole, piccole osterie e una grande enoteca con 1200 etichette delle migliori cantine italiane.



Tante, tantissime le donne protagoniste: cuoche, produttrici, agronome, personal shopper - studentesse della facoltà di Scienze Gastronomiche che hanno accompagnato piccoli gruppi in un percorso fatto di sapori, odori e immagini – le raccoglitrici di sale, le volontarie e le consumatrici curiose di scoprire cose nuove.


Ma soprattutto ci sono le donne che hanno deciso di riprendere in mano o cambiare la loro vita a partire dalla terra. Hanno creato cooperative e producono café femenino in Perù o liquori a Montevideo in Uruguay, come le cinque donne della cooperativa Viento del Sur di Melilla, che coltivano frutti autoctoni come il butiá e il guayabo, da cui ricavare marmellate e particolarissimi liquori. In un altro continente, l’Africa, dalle parti di Timbuctu e Gao, città della zona centrale del Mali, le donne preparano uno per uno i katta (fili corti e sottili di farina di grano) che sono delle delizie per gli ospiti e per le occasioni importanti. Vengono lessati per pochi minuti in una salsa a base di pesce essiccato, pomodoro, carne, spezie e sono pronti per essere gustati. Poi giri l’angolo e, fra uno stand e l’altro, ti ritrovi sulla via della seta, nelle lontane regioni dell’Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Una signora dall’età indefinita, occhi profondissimi e sguardo mite ti accoglie nello stand del Kazakistan dove espongono il cibo dei nomadi, bacche secche e mele.



“Forse qualcuno non ha ben chiaro un concetto: senza agricoltura non si mangia. Neppure il più ricco sceicco con i rubinetti d''oro o il più potente presidente potrebbe vivere senza agricoltura, o meglio, senza i prodotti che la terra dà” – non ha esitazioni, Alessandra Giovannini, 38 anni di Orzinuovi [Brescia] – Senza terra non ci saremmo. Ricchissimi o poverissimi siamo degli eterni feti attaccati al suo cordone ombelicale. La terra vive senza l''uomo. Nessun uomo vive senza la terra. E avvelenare lei vuol dire avvelenare noi stessi. Il gesto ecologico estremo sarebbe ‘non esserci’, per questo la nostra vita nei confronti della terra deve essere percorsa in punta di piedi. Stando attenti a disturbare il meno possibile ogni equilibrio. Senza la boria che accompagna chi crede di esserle indispensabile o chi è convinto che senza ‘pesticidi’ o ‘ogm’ la terra non saprebbe prendersi cura di noi.”


Alessandra di professione fa l’apicoltrice, anzi alla domanda “che lavoro fai?” risponde “la mamma e l’apicoltrice” perché ha due bimbe, e quando si è trattato di scegliere fra la triade lavoro fisso/figlie/api ha scelto il binomio figlie/api, riprendendo in mano una tradizione contadina familiare dopo aver studiato e lavorato in un ufficio. E non si è pentita, nonostante l’agricoltura ha le sue variabili che non consentono un reddito fisso, nonostante è difficile allevare api nella patria della monocoltura del mais, fra concianti e pesticidi, e nonostante il mondo dell’apicoltura sia ancora un mondo molto maschile. Ma Alessandra ha una bella tempra e si diletta anche come esperta di analisi sensoriale del miele, così che da assaggiatrice ci racconta che dalle sue parti “i raccolti di robinia e melata difficilmente deludono. Poi ci sono i tigli, gli ailanti e in primavera fioriscono i pochi alberi da frutta testimoni del passato, ma sufficienti a produrre un particolare precoce miele di drupacee [mandorli, susini, ciliegi]”.




Erika Marrone, responsabile qualità per Alce Nero e Mielizia, è emozionata e ha la voce che le trema un po’. Ha il compito di presentare una degustazione dal sapore molto “politico-sociale”. Siamo nello stand della Coop nel primo padiglione, affollato come tutti gli altri spazi ma è indubbio che i frequentatori del Salone siano un po’ meno “impegnati” di quelli di Terra Madre. Eppure, a sentir parlare Erika di Bosnia Erzegovina, di uno stabilimento che ha ottimi standard di qualità, anche se è in una zona martoriata, di come la guerra travolge le relazioni e ne fa nascere di nuove, qualcuno timidamente si avvicina e ascolta, molto attentamente.


È una storia cominciata dieci anni fa, quando alcune donne profughe cacciate via dalla Bosnia, tornano dopo qualche anno nei loro territori e decidono di ricominciare a coltivare i lamponi e i frutti di bosco, mettono su una cooperativa di 10 soci, quasi tutte donne, e ora sono diventati 500 e stanno cercando di non mollare. Nonostante la Bosnia non venga ammessa in Europa, e quindi loro non possano accedere ai sussidi, nonostante il loro territorio, a pochi passi da Srebrenica, sia ancora pieno di ferite aperte, nonostante l’indifferenza dei paesi vicini, queste donne hanno scelto di ricominciare a coltivare la speranza. Da metà novembre le loro marmellate, buonissime, e i loro succhi, in realtà è più corretto dire nettari di frutti tanto sono puri, saranno in vendita presso i negozi Coop dell’Italia del Nord, con l’etichetta ‘Frutti di pace”.


“Non sono qui per parlare del passato – spiega Rada Zarkovic, socia fondatrice della cooperativa Insieme – ma per provare a immaginare il futuro, perché come troverete scritto sui nostri prodotti ‘per un mondo migliore non basta sognare/con i frutti di pace lo puoi cambiare’. Sono sicura che il primo vaso lo acquisterete per simpatia umana, perché vi stiamo raccontando la nostra storia non facile, ma il secondo lo comprerete perché vi è piaciuto, perché ci troverete la qualità. E noi puntiamo tutto sul secondo vaso.”




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