Lavoro femminile frenato da politiche anti-crisi

Non è finalmente arrivato il momento di interrompere il declino generato dalle politiche economiche restrittive messe in campo contro la crisi? Di [Vanna Palumbo]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 15 novembre 2012
'


Sarà forse il caso che le istituzioni comunitarie europee, come anche molti dei Governi degli Stati dell’Unione, si interroghino se non sia finalmente arrivato il momento di interrompere il declino generato dalle politiche economiche restrittive messe in campo contro la crisi e mutare da domani il segno delle prossime scelte?



Magari puntando ad una prospettiva di sviluppo che blocchi l''emorragia di posti di lavoro favorisca la creazione di occasioni e nuove opportunità di occupazione, in particolare per le donne ed i giovani?



Se lo chiedono da qualche tempo anche analisti di orientamento politico non propriamente progressista. Ma certamente lo chiedono a gran voce i sindacati europei riuniti nella Ces (Confederazione Europea dei Sindacati) che, anche in Italia sotto le insegne della Cgil, hanno deciso di serrare i ranghi e, mai così concordemente, hanno invaso ieri strade, piazze e mercati del vecchio continente invocando Lavoro, Solidarietà, e opponendo un secco NO all''Austerità! Tutti insieme e sotto le stesse bandiere.



L''escalation negativa di ogni ìndice che connoti l''economia degli stati dell''Unione rivela il disagio, l''impoverimento, l''esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione -ed in misura maggiore dei giovani, delle donne e al Sud (si ferma all''allarmante 16,9 p.c. il tasso di occupazione giovanile femminile meridionale, neanche 1 su 5) -dal circuito della produzione e del consumo, minando la stessa dignità di chi lavora, o cerca un lavoro, o di chi ha cessato il suo ciclo lavorativo per ''ritirarsi'', come dicono in Europa, a godere l''agognato riposo.



Porre argine alla disfatta del modello sociale europeo -sempre invidiatoci dalle democrazie avanzate d''oltreoceano- e fermare la disgregazione sociale che ne è seguita è compito della politica, di quella politica responsbile che però non si fa avanti.


Ed anzi si nasconde ed arretra a fronte di una presunta responsabilità verso i mercati che diviene irrimediabilmente irresponsabilità verso la nuda vita delle persone.



Il lavoro non è un accessorio dell''esistenza, non è solo salario e reddito alla fine del mese, ma innanzituttto il primo fattore di emancipazione civile e sociale, ciò che rende liberi ed uguali agli altri. Lo sanno bene, e storicamente, le donne la cui liberazione (parziale) ha coinciso con l''ingresso nel mondo del lavoro e delle professioni. Ma lo sanno bene anche i lavoratori ed i giovani che lo cercano. Non avere un''occupazione, un lavoro dignitoso, o perderlo li rende insicuri anche nelle loro libertà di cittadini.



E se è vero che l''Europa rischia di perdere nei prossimi anni molti punti percentuali del suo prodotto lordo sul Pil complessivo del mondo -perchè la storia economica la stanno scrivendo altre aree del pianeta- allora è tempo di svegliarsi e di guardare alle prospettive del vecchio continente.



Di guardare ai giovani, delusi e incerti per un futuro che non arriva mai! Giovani che vogliono essere protagonisti del loro tempo, e lo hanno dettto anche ieri a gran voce nella giornata d''azione europea in rispost all''appello rimbalzato da un paese all''altro: “Youths of Europe rise up”!



Loro, come i giovani d''ogni generazione, devono poter confidare che l''orizzonte del futuro è aperto davanti alla propria vita. E ciò dipende dalle scelte di oggi, dall''impegno di tutti noi e da nessuna provvidenza. In un''idea di libertà e di responsabilità che fatica ad emergere anche grazie ad un''etica pubblica che, ahinoi, non si è nel frattempo irrobustita.



Ai Governi il compito di rimediare!

'