15 22: a teatro contro la violenza

'Parte lunedì dal Quirino di Roma "15 22", monologhi teatrali di Pina Debbi sul tema della violenza contro le donne. Un progetto destinato anche all''educazione nelle scuole.'

Stop violenza

Stop violenza

Redazione 18 novembre 2012
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Pina Debbi, vicedirettrice del Tg di La7, da un anno ambasciatrice di Telefono rosa, è l''autrice di "15 22", spettacolo teatrale che prende il nome dal numero telefonico dei centri nazionali antiviolenza: il 19 ci sarà una "prima" istituzionale al Quirino, mentre il 25 - nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne - sarà in replica sempre a Roma al teatro Pigneto, e poi via via in scuole e città d''italia.


"Ho scritto questo testo teatrale sul tema della violenza di genere - racconta Pina Debbi - e dall''idea dello spettacolo è nato un progetto che parte dal basso. Perchè se il Parlamento non si occupa del femminicidio, nonostante le tante pressioni dei movimenti delle donne, noi abbiamo preferito silenziosamente puntare al futuro: abbiamo messo al centro l''educazione al rispetto tra uomo donna, iniziando dalle scuole. Il progetto è stato sposato in pieno dal Miur, il ministero della pubblica istruzione e dal Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio".


In scena Anna Cianca, Ciro Scalera, Fabio Pappacena, Sara Biacchi, Mariateresa pascale, Alessandro Marmorini, Giulia Greco, con la partecipazione della cantastorie Francesca Prestia. Regia di Tiziana Sensi.



Al telefono 15 22 è il numero del centro antiviolenza. Vi ricorrono donne sull’orlo della disperazione, donne che rischiano la vita e compongono quelle quattro cifre quando sono al limite del crollo emotivo e fisico. Donne che, condizionate dalla paura del compagno o del marito e dall’incertezza sul proprio futuro, esitano a volte anni prima di denunciare.


A teatro 15 22 è un insieme di storie scritte con la formula del monologo interiore ma nello stesso tempo è un corpo unico: le vittime raccontano i loro percorsi mentali, le ansie, le dinamiche del rapporto uomo donna che ancora oggi, 21 secolo, viaggia su linee asimmetriche.


I Monologhi non sono la storia di una singola persona ma disegnano il paradigma e le tipologie delle violenze subite dalle donne e indagano anche il ruolo dell’uomo nelle sue tante facce: da carnefice ad individuo dall’identità smarrita, da compagno che si sente tradito e sconcertato per i comportamenti del suo genere, fino all’ assassino che prima rifiuta di ammettere il suo gesto e poi prende coscienza e arriva a investigare su se stesso.


Monologhi che non si limitano alla denuncia ma guardano oltre, a ciò che è oggi la relazione uomo-donna: un confronto ancora troppo condizionato dal modello culturale ed educativo patriarcale con l’uomo che non riesce ad accettare fino in fondo e a metabolizzare la nuova consapevolezza del genere femminile ed il suo desiderio di autonomia ed autodeterminazione.


In 15 22 C’è l’interrogarsi dell’uomo sull’uomo, sulle paure soffocate fin da bambino, frutto di un’educazione alla forza e alla negazione delle emozioni. Atteggiamenti che sconfinano nell’affermazione del potere sulla donna vista come oggetto di piacere o come proprietà, che ha le sue forme più brutali nella condizione di schiavitù cui molto spesso gli uomini costringono le donne che provengono da culture ancor più violente. E questo in nome, a volte, di un Dio disegnato dal mondo maschile come nel PROLOGO, con la storia vera di una donna pakistana sfigurata dall’acido, un incipit che è spunto di riflessione: la condanna verso società definite “barbare e arretrate” quando invece nella nostra civilizzata Italia più di 100 donne all’anno continuano ad essere uccise in nome del “troppo amore”.


C’è Lo stupro di gruppo che non è solo l’atto violento in sé ma si realizza in una continuità che parte da un prima, un durante e un drammatico dopo, con la difficoltà di denunciare, lo strazio delle visite mediche e degli interrogatori e la nuova violenza: la sentenza di un tribunale le cui condanne sono raramente anni da scontare.


C’è La Violenza domestica, sotterranea e quasi mai portata alla luce, che spesso rinchiude sotto chiave l’anima delle donne fino a sgretolarne l’identità e che, aspetto più grave, è anche Violenza assistita. Perché quei figli che vedono i padri picchiare ed insultare diventano nella maggior parte dei casi protagonisti passivi di nuova violenza o a loro volta autori di sevizie ed abusi, con una personalità frammentata e compromessa per sempre.
Ci sono le dinamiche messe in atto nei casi di Stalking che peggiorano la qualità di vita delle vittime, costringendole ad un quotidiano trascorso sul filo del terrore e della follia.


C’è il Femminicidio, neologismo dolorosissimo, definito spesso da una stampa frettolosa e poco attenta.. delitto passionale … come se il “troppo amore” non fosse un’espressione che inganna ma la causa del possesso e del controllo. Il gesto estremo del marito sulla moglie conduce ad un viaggio nell’io più profondo dell’uomo, sulla sua incapacità sociale di accettare le proprie fragilità e sull’abitudine culturale a interpretare il potere del ruolo marito-maschio-padrone-carnefice che decide il destino della moglie-donna-schiava-vittima. La stessa moglie che diventa uno, dieci, cento volti delle donne uccise, dando il via alla spoon river, all’elenco della mattanza che ha una sola sintesi “La violenza sulle donne: un problema sociale!”.


[i]In allegato la locandina dello spettacolo.[/i]



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