Fini, violenza alle donne piaga vergognosa

Dopo Vendola e Rao, intervista a Gianfranco Fini, presidente della Camera. “Ribadisco il mio impegno nel promuovere una cultura della eguaglianza di genere”. Di [Solen De Luca]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 24 novembre 2012
'[b]LE INIZIATIVE DI GIULIA.[/b] [i]Dopo l''intervista a Nichi Vendola, governatore della Puglia e candidato alle primarie del Pd, ed a Roberto Rao, capogruppo Udc sia in commissione di Vigilanza Rai che in Commissione Giustizia alla Camera, ecco l’intervista a Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati, terza carica dello Stato. Questa all’onorevole Fini è la terza di una serie di interviste ai nostri uomini politici in vista del 25 novembre, giornata contro la violenza maschile sulle donne - femminicidio. [/i]


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Di Solen De Luca[/b]



[b]Presidente, in occasione della giornata del 25 novembre contro il femminicidio, la violenza maschile sulle donne, anche la Camera dei deputati si mobilita ospitando una tavola rotonda sulla violenza contro le giornaliste, in collaborazione con l’Associazione Stampa Romana e Ossigeno. Secondo Lei, il nostro è o no un paese per donne?[/b]

La violenza alle donne rappresenta una delle piaghe più dolorose e più vergognose presenti nella nostra società. La recente firma, il 27 settembre 2012, da parte del nostro Paese, della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro questo tipo di violenza*, costituisce un importante risultato e un segnale significativo dell’impegno del nostro Paese volto a costruire una società ove prevalgano le ragioni della giustizia e della dignità della persona. Per quello che riguarda in generale i ritardi che è urgente colmare per giungere ad una effettiva parità di genere, uno dei problemi da affrontare in Italia è quello del tasso di occupazione femminile, più basso rispetto alla media europea. Il nostro Paese non può permettersi ulteriori indugi senza tradire i valori che hanno ispirato le battaglie di tante donne che hanno lottato per l’Unità d’Italia e per la sua rinascita dopo le macerie della Seconda Guerra Mondiale.



[b]Non solo donne uccise. C’è tutto un lungo capitolo che riguarda stupri,
molestie sui luoghi di lavoro, violenze domestiche che si protraggono nel tempo e che fa pensare ad una cultura ancora difficile da smantellare. Ma è veramente un problema di Cultura o ci sono altre ragioni che fanno sì che questo fenomeno stia dilagando in modo così importante?[/b]

Voglio rispondere con le parole di Kofi Annan, già Segretario generale
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: “La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini, né geografia, cultura o ricchezza. Fintantoché continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo, la pace”. E’ di tutta evidenza, in effetti, come l’ampiezza e la gravità di questo fenomeno siano tali da prescindere dalle condizioni sociali, economiche e geografiche, rivelando il persistere di intollerabili retaggi arcaici, anche in contesti sociali apparentemente evoluti.



[b]Presidente, quanto pesa su questo la responsabilità dei mezzi di
informazione - stampa, tv, pubblicità - che propongono un modello di
donna quasi esclusivamente corrispondente ad un canone di donna oggetto, sessualmente disponibile e soprattutto non pensante?[/b]

Il modello di donna che viene spesso proposto dai mezzi di comunicazione, icona di una bellezza superficiale e mercificata, non è altro che lo specchio di modelli culturali sbagliati che continuano purtroppo ad agire nella nostra società e che devono essere superati con una vasta azione educativa volta a promuovere realmente il valore della persona, e a rendere effettivo il principio della pari dignità sociale sancito dall’articolo 3 della Costituzione.



[b]E cosa pensa dell’uso massivo di un linguaggio stereotipato e sessista in cui le donne non trovano mai rappresentanza, sia che facciano le ministre o le operaie?[/b]

Vi è sempre, a monte, un problema di mentalità che dobbiamo affrontare. Da questo punto di vista, tuttavia, l’emergere di forti e prestigiose figure femminili, nella politica e in ogni ambito della società, sta producendo un profondo cambiamento dei modelli culturali di cui iniziamo ad intravedere i positivi effetti. Non è un caso che oggi, formule che appaiono chiaramente, come lei giustamente dice, stereotipate e sessiste, fossero ritenute fino a ieri utilizzabili senza problemi e senza che nessuno ne avvertisse l’intrinseca negatività.



[b]Di sicuro, esiste un’emergenza culturale da affrontare. Ma
nell’immediato, Lei ha qualche idea su come le donne potrebbero essere riparate dal rischio della quotidiana violenza di genere? A lungo raggio, come cittadino e come uomo, cosa sarebbe utile fare?[/b]

Il problema è molto complesso e va affrontato essenzialmente su due livelli tra loro interconnessi. In primo luogo emerge il profilo della sicurezza di vita, che naturalmente deve essere assicurato a tutte le cittadine e a tutti i cittadini, ma che presenta un aspetto di particolare importanza per le donne, che risultano troppo spesso le prime vittime del quotidiano tasso di violenza che affligge le nostre città. In parallelo, è necessario anche un approccio socio-culturale che affronti il fenomeno della violenza contro le donne nell’ambito della familiarità delle loro relazioni sociali, in particolare tra le mura domestiche. Al riguardo, la vigilanza deve essere costante e capillare, azione
che deve essere svolta anche attraverso la cooperazione tra le istituzioni e le
associazioni che operano sul campo al fine di sostenere e informare, sempre più tempestivamente, l’autorità di polizia quando ne sussistano le ragioni. Poter contare su istituzioni solidali costituisce, già di per sé, un grande aiuto psicologico e un efficace nemico di tutte quelle forme di omertà e di connivenza che possono talvolta schermare le situazioni di crisi familiare, fino a quando la violenza non esplode nelle forme più drammatiche.



[b]E come politico, tanto più come terza carica dello Stato, crede che
inasprire le pene contro gli offender potrebbe migliorare la situazione?[/b]

L’efficacia della repressione e della certezza della pena è indiscutibile. A questo riguardo reputo significativa la proposta di legge presentata dal Presidente della II Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, che prevede un’articolata casistica di aggravanti che permetterebbero di punire con la pena dell’ergastolo alcuni casi di omicidio perpetrati a danno delle donne. L’aggravante, in particolare, opererebbe nel caso in cui l’omicidio sia compiuto da un uomo col pretesto di salvaguardare il proprio onore o a causa di una presunta violazione di regole o codici comportamentali che la donna, quale sua proprietà, dovrebbe rispettare. La
proposta, che ha trovato ampi consensi, a partire da quello dell’on. Mara Carfagna, già Ministra per le Pari Opportunità, alimenta il dibattito volto a costruire strumenti specifici per contrastare questo terribile fenomeno, considerata anche la grande forza che hanno le norme penali nel promuovere mutamenti culturali nella società. Infatti credo che una lotta sempre più serrata a ogni forma di violenza contro le donne debba essere innanzitutto supportata da un’intensa azione di prevenzione culturale e da efficaci misure di contrasto preventivo. La recente legge sullo stalking rappresenta, sotto questo aspetto, una risposta concreta e una bella pagina di civiltà.



[b]Lei crede che il femminicidio sia anche da legare a un problema di risorse economiche? Nel senso che se ci fossero più fondi si potrebbe pensare ad azioni più incisive per contrastare questo fenomeno purtroppo crescente nel nostro paese?[/b]

Il profilo delle risorse da destinare alle politiche di contrasto al femminicidio è
naturalmente fondamentale, e deve essere inserito nell’ambito della più vasta
valutazione delle priorità nella destinazione della spesa pubblica. Il mio auspicio è che ci sia l’ampia e diffusa sensibilità delle forze politiche.
Strettamente connesso con questo tema è quello del disagio socio-economico che può contribuire a scatenare aberranti casi di violenza. Oltre all’approccio repressivo, occorre anche porre in campo più efficaci misure di sostegno alle famiglie ed agli individui, per evitare in particolare quei veri e propri circoli viziosi che si instaurano tra alcolismo, depressione e disagio sociale, nella consapevolezza tuttavia che sacche di violenza contro le donne si annidano ad ogni livello sociale e culturale.



[b]In Italia non esiste un Osservatorio che raccolga dati sul femminicidio.
Ritiene necessario invece che si adottasse un sistema organico di raccolta, sistematizzazione e diffusione dei dati? Questo consentirebbe alle cittadine e ai cittadini di formarsi una corretta visione del fenomeno, e alle Istituzioni di mettere in moto meccanismi di indagine e di denuncia, con azioni di prevenzione e controllo.[/b]

Credo possa essere opportuno valutare l’adozione di uno strumento operativo specifico capace di fornire dati preziosi per rendere più efficace l’attività di prevenzione e di contrasto al fenomeno della violenza contro le donne. Occorre però non limitarci ad osservare e analizzare solo i dati statistici, perdendo di vista le inquietanti dimensioni del fenomeno della violenza sommersa, troppo spesso determinato dalla paura delle vittime a denunciare le violenze subìte. Nel ringraziarvi per avermi dato l’opportunità di esprimere la mia opinione su un tema che considero estremamente importante, desidero ribadire energicamente il mio personale impegno nel promuovere le ragioni di una sempre più ampia e condivisa cultura della eguaglianza di genere, nella consapevolezza che la vitalità dell''intera società si misura anche e soprattutto con un effettivo riconoscimento dei diritti e del ruolo delle donne nella vita democratica, economica e sociale del Paese.



*La Convenzione di Istanbul, aperta alla firma e alla ratifica l''11 maggio 2011, ha ricevuto, con quella italiana, 23 firme e una sola ratifica, da parte della Turchia. Perché entri in vigore occorrerà attendere altre nove ratifiche (tra cui quella dell’Italia).
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