Tribunale dei minori o di sottrazione dei minori?

Solo a Roma 1600 minori tolti alle famiglie e ospitati nelle strutture protette (30% in più in 10 anni). E spesso per una sindrome che non esiste. Di [Virginia Rota]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 1 dicembre 2012

Bambini sottratti alle famiglie e inseriti ex abrupto in case famiglia. Procedimenti di adottabilità nei confronti di minori che hanno almeno un genitore in grado di occuparsi di lui. Affidamenti ai servizi sociali o a terze persone in caso di conflitto genitoriale. Questo il panorama che si pone dinanzi ai nostri occhi negli ultimi anni. Tribunali dei minorenni che, in mancanza di accordo tra le parti, pensano di tutelare i bambini sottraendoli a entrambi i genitori. Con la collaborazione fattiva dei consulenti tecnici che sempre più spesso vengono incaricati di effettuare delle perizie nei casi cosiddetti difficili. E snellire così procedimenti giudiziari che richiederebbero ben più scrupolosi approfondimenti.



Non è il quadro di un paese del terzo mondo. Ma ciò che sta accadendo oramai quasi quotidianamente in Italia. Spesso senza che all’esterno ci si renda conto. Un vero e proprio abuso istituzionalizzato ai danni di chi, purtroppo, non può ribellarsi. Un maltrattamento autorizzato nei confronti di tantissimi bambini che vengono così privati dei diritti più elementari. E deve scoppiare il caso, Padova o Federica Puma, perché ogni tanto si riesca a parlarne pubblicamente e ci si renda conto che quei casi non sono isolati, ma ingiustizie perpetrate costantemente ai danni dei più piccoli.



Se da un lato la giurisprudenza ha fatto passi enormi nei confronti della tutela dei minori abusati o maltrattati, dall’altro assistiamo sempre più spesso a tremende verità negate in nome di una bigenitorialità che deve essere attuata sempre e comunque. Non si discute il sano principio della bigenitorialità e dell’affido condiviso, ma la sua indiscriminata applicazione anche nei casi di violenza domestica, di sospetti abusi e maltrattamenti. E dove la vicenda appare dubbiosa, ecco intervenire la soluzione della casa famiglia o dell’affidamento a terzi. Privando il minore della sua vita e facendo del genitore vittima, una vittima anche istituzionale. Con la conseguente diminuzione delle denunce e l’aumento dei casi di femminicidio.



“Crimini istituzionalizzati”, li definiscono dalle associazioni antiviolenza e di tutela delle donne, sostenuti da vuoti legislativi e onerose perizie sempre più rapide. Non esiste attualmente una legge che tuteli un minore in caso di violenza famigliare fino all’avvenuta condanna. E poiché i tempi dell’iter penale sono lunghissimi, “spesso il minore in questione ha già raggiunto la maggiore età”. Quanto ai consulenti tecnici dei tribunali dei minorenni, si ritrovano spesso perizie e diagnosi identiche che producono i medesimi effetti in situazioni diversissime.



“Da quando è diventata di moda la Pas – afferma il garante all’infanzia della Regione Lazio, Franco Alvaro – ctu e assistenti sociali la applicano indiscriminatamente a tutti i casi di rifiuto di uno dei due genitori. Consulenti – aggiunge – che sono sempre gli stessi e applicano i medesimi protocolli”.


Poco importa se la Pas, sindrome di alienazione genitoriale, non è riconosciuta dall’organizzazione mondiale della sanità, se è vietata per legge in tutti gli altri paesi europei, se è il frutto di uno psichiatra statunitense, Gardner, accusato di pedofilia e morto suicida, e se recentissimamente anche il ministro della Salute italiano si è pronunciato affermando senza mezzi termini che la “Pas non esiste e pertanto non può essere applicata”. Ammetterlo e recepirlo realmente significherebbe però togliere dalle case famiglia decine di bambini, lì finiti per un’errata e inesistente diagnosi. Significherebbe riaprire dei procedimenti giudiziari ed ammettere delle palesi ingiustizie. Significherebbe soprattutto mettere in discussione l’operato di consulenti super pagati dalle parti e interrompere un flusso consistente di denaro verso le case famiglia. Finanziamenti che vanno da 70 ai 180 euro al giorno per ciascun bambino ospitato. Più semplice allora riferire all’esterno che i bambini nelle strutture stanno bene, che hanno trovato la serenità mancante nelle famiglie d’origine, che devono emotivamente essere resettati. Espediente subito trovato: nelle perizie dei consulenti e dei servizi sociali non si parla più esplicitamente di Pas, ma si applicano ugualmente la diagnosi, gli effetti e la presunta cura.


“Il minore appare manipolato e pertanto deve decantare”. Questa una delle formule più utilizzate nelle recenti perizie dei tribunali e conseguentemente nei decreti e nelle sentenze di collocamento in casa famiglia. La Pas si continua ad applicare dunque, ma non la si definisce! E ciò permette ai ctu di rimanere al loro posto e continuare a lavorare solertemente, ai magistrati incaricati di snellire il lavoro, alle case famiglia di ottenere entrate costanti e consistenti, a coppie italiane senza figli di sperare più facilmente nell’affidamento o nell’adozione di un bambino tanto desiderato. E magari pure italiano!



Intrecci perfettamente noti a chi opera nel settore, riferiti senza troppi scrupoli anche nei corridoi dei palazzi di giustizia, visibili nell’aumento esponenziale dei bambini collocati in casa famiglia negli ultimi due anni, nei casi di adottabilità di minori soprattutto figli di straniere, nei tantissimi ricorsi arrivati in corte d’appello nell’ultimo triennio. Noti ai garanti all’infanzia, agli operatori sociali, alle tante strutture che operano a tutela delle donne e dei minori vittime di violenza. Ma nessun dato ufficiale.


Abbiamo chiesto al tribunale dei minori di Roma dati e statistiche relativi ai collocamenti di minori in casa famiglia relativi all’ultimo triennio, alle cause conflittuali, agli affidamenti ad uno dei due genitori o a terzi, ma niente. Il tribunale non possiede alcun dato in merito. Ci siamo rivolti al ministero della Giustizia, sperando di avere più fortuna. Analoga situazione. Gli unici dati disponibili relativamente al tribunale di lungotevere dei Bresciani sono quelli penali, ovvero i reati e le detenzioni minorili. E qualche statistica ormai datata sulle adozioni. Nulla su perizie, sospensione della potestà genitoriale, affidamenti provvisori a terzi, collocamenti in case famiglia.


Punto quest’ultimo su cui, però, esistono dei dati elaborati dal centro di orientamento all’accoglienza della Provincia e dall’ufficio del garante regionale del Lazio che riferiscono di oltre 1600 minori ospitati nelle strutture di Roma e provincia (con un incremento superiore al 30% negli ultimi dieci anni) e di un aumento delle strutture presenti sul territorio: 200 in tutto il Lazio, di cui 120 solamente nella Capitale, 10 in più rispetto allo scorso anno.