In piazza con le Mujeres por la Paz

'Il 31 gennaio in tutto il mondo (anche in Italia) manifestazioni in appoggio all''appello delle donne Colombiane: che ora vogliono contare. Di [Camilla Gaiaschi]'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 30 gennaio 2013

Hanno portato la pratica delle non violenza in Colombia, destabilizzando gli equilibri del conflitto armato. Ora chiedono che i negoziati di pace tra Governo e guerriglieri tengano conto anche del “punto di vista delle donne”, rivendicando in un manifesto firmato a dicembre il diritto a essere riconosciute come interlocutrici politiche. Sono le Mujeres por la Paz, un coordinamento di 44 associazioni femminili colombiane da anni in prima linea, non senza rischi, per il cessate il fuoco. Il loro appello è rimbalzato dalla Colombia al Vecchio Continente, dove le Donne in Nero di Madrid hanno lanciato un’iniziativa internazionale a loro sostegno prevista il 31 gennaio e raccolta, in Italia, da diverse città (tra cui Torino, Bologna e Napoli). Nel capoluogo piemontese undici associazioni (tra cui, oltre che le Donne in Nero della Casa delle Donne di Torino anche il comitato locale di Se Non Ora Quando) e alcune rappresentanti delle istituzioni locali hanno dato appuntamento alle 17,30 in Piazza Castello con un sit-in per raccogliere le adesioni all’appello delle Mujeres.



La storia delle donne colombiane nasce nel 2001, con la decisione di mettere in rete le esperienze delle pacifiste portate avanti durante la guerriglia. Tra le associazioni che compongono il coordinamento c’è anche la Ruta Pacifica de las Mujeres, nata nel 1996 e nota per tenere le sue manifestazioni - coloratissime e multietniche - nei luoghi a più alto tasso di stupri e femminicidi. “L’esperienza della Ruta nasce anche e soprattutto in risposta alla violenza di genere che della guerra è uno degli aspetti più spaventosi”, spiega Elisabetta Donini, delle Donne in Nero di Torino e da molti anni in stretto contatto con le attiviste colombiane. Scegliere la strada della non violenza, però, non è stato senza conseguenze: “Fu una scelta coraggiosa, poiché fino ad allora le forme di resistenza prevedevano per lo più il ricorso al conflitto armato – precisa Donini – e a quel punto le donne della Ruta divennero il bersaglio di tutti gli attori armati, dalla guerriglia all’esercito fino ai narcotrafficanti”. Inediti gli strumenti utilizzati nella loro azione di pressione alle Istituzioni: dal linguaggio artistico alle campagne educative fino addirittura all’“astinenza sessuale” per i mariti che si rifiutano di sedere al tavolo dei negoziati. Le loro manifestazioni di piazza sono partecipate da donne di tutte le etnie che colorano i propri corpi nudi e trasportano lunghi drappi disegnati per dire stop alla violenza, mentre crescono le iniziative nel campo della formazione, dai seminari di politica aperti a tutte alle pubblicazioni di libri.



Queste donne sono tutto tranne che innocue tant’è che negli ultimi anni molte di loro sono state oggetto di minacce, mentre un’attivista storica, Olga Marina Vergara, nel 2008 è stata assassinata insieme al figlio, alla nuora e al nipote di cinque anni. Da allora, è vero, molte cose sono cambiate: dopo 50 anni di conflitti la Colombia ha faticosamente avviato il processo di pace e le trattative proseguono a Cuba tra alti e bassi (è di pochi giorni fa l’annuncio del cessate il fuoco da parte delle Farc che accusano il governo di non voler rispettare la tregua). In questo difficile processo di dialogo però le donne non vogliono restare silenti: per loro cessare il fuoco non significa solo deporre le armi ma cambiare la struttura sociale e i rapporti di genere.
Insomma, a questo giro la pace, senza le donne, non va avanti.