Linguaggio sessuato: la rivoluzione di Lipsia

'La provocazione all''Università dove chiamano professora, ricercatrice, rettora anche i docenti (maschi). Primo caso al mondo di neutro al femminile. Di [Monica Lanfranco]'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 6 giugno 2013
Già da aprile, (ma la notizia viene rilanciata solo ora), all’Università di Lipsia, una delle più autorevoli in Germania, [b]è in uso il femminile, anche per gli uomini,[/b] per indicare i ruoli svolti negli atenei, e i biglietti da visita, i siti web e la carta intestata dovranno essere aggiornati alla luce di questa rivoluzione linguistica: la professora (o professoressa), la ricercatrice, la rettora o rettrice sono le parole usate per individuare chiunque, docenti maschi compresi.



E’ il[b] primo caso al mondo di sessuazione del linguaggio[/b] che adotta il femminile per indicare l’umanità, (da noi si usa il cosiddetto neutro maschile), un ossimoro evidente perché la neutralità, se è maschile, non è neutra.



Di norma [b]in Italia[/b] anche all’Università si dice uomo per intendere il genere umano, ci si esprime davanti a platee miste, o a maggioranza femminile, usando termini e aggettivi maschili, e tutto questo senza che i giornali ne parlino.



E’ estremamente interessante, e importante, che la decisione tedesca, che non mancherà di far discutere in Italia e nel mondo, nasca proprio nel cuore del sapere formativo, in una istituzione antica che [b]osa [/b]dove altre realtà non mettono in discussione il sistema di educazione e comunicazioni fin qui adottati.



‘Guten Tag, Herr Professorin’, ‘Buongiorno, signor professoressa’, va ironizzando una recente edizione lo Spiegel, iniziando il dileggio. Il giornale riporta [b]l’unica contestazione[/b] fin qui arrivata per l’iniziativa. E’ del giurista Bernd-Ruediger Kern, che ha dichiarato: ”Questo è femminismo, una lingua che non fa bene al rigore del sapere e non porta contenuti buoni”.



Sembra però che a proporre questo esperimento di [b]rivoluzione linguistica concreta [/b](e anche fortemente simbolica) sia stato proprio un uomo, il fisico Kosef Kaes. Non è un caso che la proposta parta dal paese europeo nel quale da anni il governo è affidato ad una donna, Frau Bundeskanzlerin, la signora Cancelliera, come è naturale qui chiamarla, mentre in Italia sentiamo ai tg definirla il Cancelliere tedesco senza che ci siano obiezioni.



In Italia, è bene ricordarlo, fino agli anni ’80 nei libri di grammatica scolastica si poteva leggere che la regola di usare il genere maschile, anche in presenza di un solo uomo o elemento maschile, era giustificata dal fatto che “il maschile è il genere più nobile”. Viene da chiedersi: chissà perché nel terzo millennio [b]è così difficile adeguare al genere il linguaggio[/b], e definire quindi le persone, a seconda se uomini o donne, con aggettivi e parole adeguate al sesso di appartenenza. Il perché è semplice, e allo stesso modo complesso: si tratta di una questione di potere.



[b]Potere di essere nominate[/b], di essere memorabili, di differenziarsi, di avere autorevolezza a pari merito con il maschile, se si è donne. Potere di assorbire e neutralizzare l’altra da sé, di incarnare il modello unico di riferimento, di negare la parzialità, se si è uomini.



‘Sindaca’ suona male come del resto anche ‘ministra’, ‘architetta’ non ne parliamo, ‘direttora’ è brutto, direttrice evoca fantasmi di signorine rigide alla testa di asili nidi, segretaria indica colei che attende ordine dal boss o quella che si siede sulle ginocchia del capo, meglio segretario: potremmo continuare nella elencazione delle motivazioni contrarie alla sessuazione del linguaggio (e non stiamo nemmeno parlando di sostituire il maschile con il femminile, come nel caso tedesco, ma solo di [b]usare il femminile[/b] per le donne e il maschile per gli uomini).



Come per la questione del [b]cognome materno[/b], da aggiungere a quello paterno per i figli e le figlie, si tratta di potere, peso e rilevanza sociale.



Si tratta di parole, eppure sono pesanti e fanno paura: in Spagna Zapatero terremotò la Costituzione sostituendo la parola coniugi a quella di marito e moglie, [b]per dare dignità e visibilità[/b] anche alla famiglia omosessuale accanto a quella etero, ed è stata una rivoluzione che di lì a poco ha contagiato altri paesi.



La studiosa Mary Bateson nel suo bellissimo Comporre una vita scrive che “il carattere distintivo della vita contemporanea è il cambiamento”. E nessun [b]cambiamento[/b], né culturale, politico, sociale o esistenziale è immune dall’attraversare dei conflitti.



“Non si usa la sessuazione del linguaggio perché [b]il nome è potere[/b], esistenza, possibilità di diventare degne di entrare nella storia in quanto donne, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo dell’oscurità della propria. Questo infatti è il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola: trasmettere la storia sessuando il linguaggio è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere. Se non abbiamo nome e siamo possesso di un uomo, dell’etnia, della nazione, della religione, possiamo essere violentate nei molti modi in cui ciò avviene: se abbiamo nome e potestà di noi stesse la cosa è più difficile”. Così Lidia Menapace nella postfazione di Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi, scritto nel 1990.



L’esigenza di sessuare il linguaggio, incrinando con la pratica linguistica la onnipresente cultura del neutro non è un dunque vezzo di poche intransigenti femministe: quando era ministra per le Pari opportunità Anna Finocchiaro emanò una direttiva, circolata nelle scuole italiane e negli uffici pubblici, nella quale si affermava la doverosità, sia nell’istruzione di base come nella politica, di usare maschile e femminile nel linguaggio. Alcuni piccoli cambiamenti si cominciano a notare, (il primo Consiglio comunale che ha introdotto il [b]linguaggio sessuato nel regolamento è stato Imola[/b] tre anni fa, non senza fatica da parte della Presidente Paola Lanzon) e la strada è ancora tutta in salita. Il nostro insistere sulla formazione di genere e puntualizzare sul linguaggio appare un’impresa anacronistica, a tratti ridicola. Ma mi conforta il pensiero di una grande autrice, Ursula K. Le Guin, che amando i paradossi e scrivendo di fantasy e fantascienza afferma: “Nel mondo solo gli uomini e le donne che accettano di essere coperti di ridicolo possono davvero cambiarlo”. Come dire, una risata seppellirà il neutro.