Sardegna: affossata la doppia preferenza

A scrutinio segreto, il consiglio regionale ha bocciato in modo miope (40 no, 34 si) la norma che corrisponde alla legislazione nazionale. Di [Maria Francesca Fantato]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 23 giugno 2013
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[i]Il comunicato di "noiDonne 2005", associazione firmataria dell''Accordo di azione comune per la democrazia paritaria:[/i]



Constatiamo sconcertate in che modo miope e vigliacco il nostro Consiglio regionale stia perdendo la storica occasione di riscrivere la legge elettorale per la Sardegna tenendo conto del principio della parità fra uomini e donne. La bocciatura della doppia preferenza di genere appena avvenuta, per giunta a scrutinio segreto, è e rimarrà una delle pagine buie di questa esperienza politica. Eppure c’è il recente esempio fornito dalla legge 215/2012, che ha modificato il sistema elettorale dei comuni, con l’introduzione di questa misura. La stessa legge prevede la predisposizione di norme che permettano di incentivare l’accesso del genere sottorappresentato nelle assemblee elettive delle regioni. Il principio già esiste a livello costituzionale (art. 117, settimo comma, Cost).




Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce pari opportunità fra uomini e donne, la strada indicata dalla giurisprudenza costituzionale in questi anni – che il meccanismo della doppia preferenza di genere rispetta – è chiara e, sintetizzando, indica che le norme volte al raggiungimento dell’obiettivo non devono prefigurare il risultato elettorale, alterando la composizione dell’assemblea elettiva (rispetto a quello che sarebbe il risultato di una scelta compiuta da chi vota in assenza della regola contenuta nelle norme medesime), né attribuire ai candidati dell’uno o dell’altro genere maggiori opportunità di successo elettorale rispetto agli altri; inoltre devono rimanere inalterati i diritti fondamentali di elettorato attivo e passivo di chi vota (facoltà, non obbligatorietà dell’espressione della doppia, o singola, preferenza).


Se dunque ancora esiste uno spazio per la discussione in Consiglio regionale, e la proposizione di emendamenti, è bene che nella loro formulazione si tenga conto di questi aspetti. Si deve trovare una soluzione che renda possibile il riequilibrio, ma non lo imponga; che abbia carattere promozionale, non coattivo. E questo per non incidere in alcun modo sulla libertà di voto degli elettori e delle elettrici e sulla parità di chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale. Si potrebbe prendere come modello la “Proposta di legge di iniziativa popolare per la Democrazia Paritaria” lanciata dall’Udi (Unione Donne in Italia) nel 2007, con la previsione di: composizione paritaria delle liste, con 50% di uomini e 50% di donne, con uno scarto massimo di una unità; alternanza uomo-donna; numero pari di capolista uomini e donne, con uno scarto massimo di una unità; esclusione delle liste che non rispettino le suddette previsioni dalla competizione elettorale.


La Corte costituzionale ha avuto modo di sottolineare, sin dal 1995, la necessità di conseguire una “parità effettiva” fra uomini e donne nell’accesso alla rappresentanza elettiva e tale esigenza è espressamente riconosciuta anche nel contesto normativo comunitario ed internazionale (pensiamo ai Trattati istitutivi dell’Unione Europea e alla strategia per l’uguaglianza 2010-2015).
La frustrazione in questo momento è grande ma il tema della democrazia paritaria non è più eludibile e una legge elettorale che non ne tenesse conto andrebbe inevitabilmente incontro a rilievi, nonché a una marcata e fiera opposizione della società civile, con le donne in prima fila.


La presidente di noiDonne 2005

Maria Francesca Fantato


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