L’arte dell’utopia, fra desideri e interferenze

'Edizione 2013 della Scuola e Laboratorio di Cultura delle Donne: fantasie e progetti non sempre realizzabili ma tutti desiderabili nel nome dell''utopia. Di [Barbara Romagnoli]'

Stop violenza

Stop violenza

Redazione 11 luglio 2013
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La biografia di Marilyn Monroe, un biglietto scritto dal nonno, delle scarpette rosse, una mappa e una cartina stradale, un anello e una cornice, un sasso dipinto proveniente dalla città terremotata di L’Aquila, un astuccio per i trucchi, vecchie foto e una striscia di Möbius, delle gocce omeopatiche e alcuni libri.

Non sono tutti ma sono molti degli oggetti portati a Livorno dalle partecipanti alla Scuola e Laboratorio di Cultura delle Donne, edizione giugno 2013, organizzata dalla Rete toscana della Società Italiana delle Letterate [Sil], il Giardino dei Ciliegi, l''Associazione Centro Donna Evelina De Magistris di Livorno e l''Associazione Open di Carrara con il contributo del Consiglio regionale della Toscana.

La Scuola estiva ha raccolto il testimone della tradizione interculturale del Laboratorio Raccontar/si (http://www.interculturadigenere.eu) nato più di dieci anni fa dal desiderio di donne di diversa formazione ed esperienza: creare un luogo per riflettere sull’intercultura di genere e far emergere la varietà dei linguaggi culturali che circoscrivono i campi del sapere.



Il perché degli oggetti portati dalle donne è da rintracciare nel tema della scuola “Soggetti e oggetti dell''utopia: archivi dei sentimenti e culture pubbliche”: per una settimana donne provenienti da tutta Italia si sono interrogate su cosa significa desiderare un’utopia, cos’è che oggi consideriamo utopia, in che modo e con chi vogliamo realizzarla.

Gli oggetti sono stati il segno tangibile delle tante storie personali e delle differenti utopie che ci passano per la mente, delle diverse forme che può assumere la voglia di trasformazione, dell’intreccio fra sentimenti pubblici e privati, memorie domestiche e racconti politici, corpi sessuati e mescolamento dei generi, ma anche crisi e resistenze, impedimenti e ostacoli.

Perché, prima ancora che realizzarla, è difficile pensarla l’utopia, lasciarsi davvero guidare dal desiderio di cambiamento.

È necessario entrare negli spazi del disorientamento, in quei luoghi che accennano ad un altrove possibile ma non possono indicarlo, possono dare una direzione verso cui camminare.

E chi più dell’altro/a che abbiamo accanto, o dinanzi, o poco più là, rappresenta l’altrove?

È da questa utopia dell’incontro che bisogna ripartire per ripensare la convivenza, per rimettere i corpi al centro della politica e di ogni narrazione possibile del nostro stare al mondo.

Come scrivono le promotrici della scuola “se ci chiedete a cosa serve praticare intercultura di genere ed esercitare le nostre diversità culturali, rispondiamo domandando a cosa serve, secondo voi, educare al cosmopolitismo. Non è forse un impegno ad aprirsi al mondo condividendo idee, spunti culturali, contatti, superando diffidenze per partecipare a una realtà migratoria dove identità e lavoro, sempre più precari, vanno colti là dove si attualizzano, sempre meno nel nostro quartiere in città?”.



Come ogni anno, il programma ha intrecciato saperi disciplinari, letture personali, pratiche di vita sociale condivisa, lezioni accademiche in senso stretto e relazioni più informali, video serali e musica.

Le lezioni del mattino erano poi rielaborate e reinterpretate nei gruppi di lavoro e workshop pomeridiani.

Molti gli spunti di riflessione attraverso lo studio di fotografe e pittrici/scultrici come Gerda Taro, Tina Modotti e Niki de Saint Phalle, la scrittura di Elvira Mujčić e Gabriella Kuruvilla, le visioni della fantascienza e della teoria femminista (Donna Haraway, Karen Barad, Rosi Braidotti, Chela Sandoval e tante altre), la storia della scienza e delle sue interferenze sulle nostre vite, la sottile riflessione filosofica di Angela Putino e le mappe dipinte dall’artista americana Jaune Quick-to-see- Smith.

A ragionare su nuovi modelli di famiglia e di affettività, post porno e sessualità, reti virtuali e materiali, amori queer, femminismi e movimenti di donne, sono intervenute: [b]Alessia Acquistapace[/b] (Smaschieramenti, Bologna), [b]Clotilde Barbarulli [/b](Giardino dei Ciliegi), [b]Paola Bora[/b] (Università di Pisa), [b]Liana Borghi[/b] (Giardino dei Ciliegi), [b]Rachele Borghi[/b] (Università di Paris 4), [b]Elena Bougleux [/b](Università di Bergamo),[b] Marta Capuano[/b] (psicanalista), [b]Rossella Carbotti [/b](Università di Bologna),[b] Giovanna Covi [/b](Università di Trento), [b]Velentina Musmeci[/b] (Falenablu), [b]Letizia del Bubba [/b](Associazione Evelina de Magistris),[b] Brunella Devoti [/b](Imprenditrice), [b]Gertrud Schneider [/b](Icit, Livorno), [b]Uta Treder[/b] (Università di Perugia), [b]Bia Sarasini [/b](giornalista, direttora di Letterate Magazine), [b]Paola Zaccaria[/b] (Università di Bari), [b]Linda Bertelli[/b] (Imt, Lucca), [b]Paola Meneganti[/b] (Associazione Evelina de Magistris), [b]Renato Busarello[/b] (attivista nei movimenti legbtq).

A tessere legami fra persone e teorie, fra l’attesa per i nuovi incontri e il piacere di ritrovarsi a distanza di anni, anche quest’anno il gruppo delle [b]Acrobate[/b], volti accoglienti e sorridenti, perché una cosa è certa: senza il desiderio di stare insieme, senza la voglia di mettersi in gioco non c’è utopia che tenga. E ben venga se si riesce a farlo con il sorriso perché è la gioia che permette di non accettare l’impotenza, la sottomissione, il senso di inadeguatezza che ci pervade tutte. È grazie alla circolazione dell’affetto che si può rimettere in campo il progetto visionario, l’idea strampalata eppure fertile, quell’utopia che è continuamente rimbalzata da un intervento all’altro.

Senza rinunciare al proprio sguardo di parte, certo, ma accettando tutte le interferenze che arrivano dagli altri corpi. Che di sicuro sono porosi quanto i nostri.



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