'Legge contro la violenza, un po'' merito nostro...'

Sul femminicidio le giornaliste hanno martellato: come dare le notizie, che linguaggio utilizzare, con che immagini rappresentarle... Di [Marina Cosi]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 10 agosto 2013

Un po’ anche merito nostro, ma sì, diciamolo. Il decreto contro la violenza sulle donne non si limita ad aggravanti e pene più consistenti per violenza fisica, stalking, cyberbullismo, nonché a prevedere arresto in fragranza, patrocinio gratuito e permessi di soggiorno. Cose peraltro ottime. Ma fa finalmente tesoro di due indicazioni di buon senso – che proprio perché sinora inascoltate hanno causato moltissime morti -: irrevocabilità della denuncia avanzata dalle vittime e obbligo d’informare le vittime sulle tappe processuali. Per decenni benemerite associazioni antiviolenza si sono battute per case protette, consulenza legale e psicologica, modifiche legislative. Con frustranti risultati sul piano delle norme. Anzi di recente le risorse economiche, centrali e regionali, erano state tagliate, proprio appellandosi a quella “crisi” che, aggiungendo disperazione a disagio, incrementa la strage.

Perché merito anche nostro? Perché sul femminicidio le giornaliste, seguite poi lodevolmente da diversi colleghi uomini, hanno martellato: come dare le notizie, che linguaggio utilizzare, con che immagini rappresentarle.


In particolare GiuliaLombardia – il gruppo regionale di giuliagiornaliste.it – ha lavorato intensamente in questo 2013: lo spettacolo “Desdemona e le altre“; i corsi sulla rappresentazione di genere al master di giornalismo e per l’università; la stesura di un manuale di linguaggio giornalistico di genere; un premio fotografico dall’emblematico titolo “Chiamala violenza, non amore“…
Forse la legge è arrivata perché i tempi erano maturi, ma di sicuro il megafono dell’informazione ha dato una spinta determinante al cambio di passo.
Ricordo ancora quando, solo un anno fa, molti colleghi, ma anche lettori, protestavano in nome di una presunta “estetica linguistica” contro l’uso di alcune parole (presunta ed errata poiché l’Accademia della Crusca invece le approvava): “Non è bello femminicidio” oppure “Suona male ministra, mi sembra minestra”…


E siccome la riconoscenza deve pure giocare un ruolo, in questo paese di smemorati, conviene ricordare che è stata proprio la ministra Josefa Idem a dare il via alla legge, con un grande impegno nell’ascolto delle associazioni di donne e nello studio di soluzioni. Impegno che, siamo certe, proseguirà Cecilia Guerra, benché le deleghe di Idem siano state “spacchettate” e dunque assai ridimensionate ed in tal modo l’economista e vice ministra del Lavoro, Maria Cecilia Guerra, ha assunto “anche” le Pari Opportunità.