'Femminicidio, giornali e delitto d''onore'

L’amante della moglie è "il rivale". L’assassino va a "regolare i conti". Quanti stereotipi e cattiva informazione nel nostro giornalismo. Di [Stregadellosciliar]

Stop violenza

Stop violenza

Redazione 18 settembre 2013
Uno dei bellissimi romanzi di Jorge Amado, “Gabriella, garofano e cannella” inizia con il racconto dell’[b]orrendo assassinio di Donna Sinhazinha[/b] e del dottor Osmundo Pimentel, finiti a colpi di rivoltella dal marito della donna, Jesuino Mendoça, perché trovati a letto insieme.



Nella cittadina, i cambiamenti si susseguivano rapidi. Il cacao e il suo commercio portavano cambiamenti veloci, nuove strade, città che cambiavano aspetto velocemente, ma persistevano [b]antiche leggi[/b] che regolavano la vita della comunità. Una di queste, una delle più solide, era stata applicata proprio il giorno in cui inizia la storia: “l’onore di un marito ingannato, soltanto con il sangue dei colpevoli può essere lavato”.



Questa legge, dice Amado, non era sancita in nessun codice, ma era ben radicata nella coscienza degli uomini. E nota l’autore che alcuni cambiamenti sono lenti: [b]costumi e abitudini [/b]delle persone si modificano molto meno velocemente del volto di una città.



In chiusura del romanzo, Mendoça viene condannato al carcere per il duplice assassinio, perché Ilhéus non era più terra di banditi e paradiso degli assassini. Era una terra progredita e civile.



Italia, 4 agosto 1981.

[b]Art. 587, Codice Penale[/b]:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.



Amado scriveva “Gabriella, garofano e cannella” nel 1958. Oltre vent’anni dopo, [b]in Italia avevamo ancora il delitto d’onore [/b](e anche il matrimonio riparatore, visto che una ragazza che avesse rapporti sessuali con un uomo, anche se gli stessi rapporti fossero avvenuti con violenza, prima del matrimonio, avrebbe recato “disonore” alla sua famiglia).



[b]Nelle società patriarcali[/b], gli uomini hanno sempre avuto la pretesa e il diritto di sancire un codice di comportamento sessuale applicabile alle donne. L’onore di una famiglia dipendeva (anche) dalla castità, dalla verginità e/o dalla stretta monogamia delle donne. E tanto era radicato questo diritto che, come s’è visto, se una donna non avesse rispettato le regole imposte, avendo una relazione adulterina o extraconiugale, suo padre, suo fratello o suo marito avrebbero potuto uccidere lei e/o il suo amante, vedendosi applicate pene largamente inferiori a quelle comminate per ogni altro tipo di omicidio.



Già negli anni ’60 erano stati fatti dei tentativi di abolizione di questo delitto, ma, sia per l’insufficiente durata delle legislature, sia per una certa posizione di “non sgradimento” dell’opinione pubblica, si arrivò ad [b]eliminarlo del tutto solo il 5 agosto 1981.[/b]



Evidentemente i 3 decenni passati da quella data non sono sufficienti per cambiare la mentalità estremamente patriarcale di molti Italiani. Ce ne accorgiamo spessissimo, quando leggiamo sui giornali le cronache riguardanti i femminicidi. Tra particolari piccanti vari e annotazioni macabre, le parole che appaiono più spesso sono sempre quelle: gelosia, uomini feriti nell’onore, separazioni non accettate… Sembrano quasi delle telenovelas: la bella moglie fedifraga, l’uomo ossessionato dalla gelosia che non poteva dimenticarla, l’amante di lei, il suo nuovo compagno, ecc. [b]Le cronache si sbizzarriscono con dettagli del tutto inutili[/b], come se stessero scrivendo la trama di un romanzo tragico: lui disperato, lei gelida che lo ignora…. Lui che non regge alla vista di lei con il nuovo compagno e che viene colpito da “raptus”, uccidendo lei e talvolta anche lui, perché “l’amava troppo e non poteva rassegnarsi” all’idea di averla persa (ne abbiamo, per esempio, parlato a lungo qui).



Insomma, il delitto d’onore, annientato sulla carta, piace ancora molto agli Italiani.


Anche ai giornalisti.


Leggiamo qui, quello che sembra proprio il racconto di un delitto d’onore, tanto che ho dovuto guardare bene la data: non credevo ai miei occhi.


Crema, Italia 11 settembre 2013.


L’assassino ([i]un Rumeno, ai giornalisti piace rimarcare la nazionalità di chi ammazza una donna, se è straniero[/i]) torna in Romania per le vacanze estive che vuole passare in famiglia (ha tre figli) e scopre che la moglie, nel frattempo, si è trovata un amante.



[i]Ma come? Lui si sacrifica, sta lontano dalla famiglia, manda a casa i soldi necessari per vivere e quando torna, trova sua moglie con un altro?[/i] Il romeno chiede dove abita il rivale e qualcuno glielo dice. Così, va a regolare i conti a casa di quest’uomo. Quando arriva ed entra, trova la moglie con lui. Furibondo e fuori di sé prende un coltello, colpisce a morte la donna e ferisce gravemente l’uomo.


[b]La storia è brutta, ma guardate come è raccontata.[/b]


Lui si sacrifica per mantenere la famiglia.


L’amante della moglie è “il rivale”.


L’assassino va a “regolare i conti”.


In un climax ascendente di tragicità, ecco come Amado avrebbe potuto descrivere l’omicidio di Donna Sinhazinha e del dottor Osmundo.



Invece è stato un giornalista italiano, 32 anni dopo che il delitto d’onore è stato cancellato dal nostro codice penale.


Il paragone con la storia dell’autore brasiliano non è un mio vezzo. Non è una chicca letteraria. E’ fatto apposta per far notare come poco corretta sia l’esposizione di un femminicidio così raccontato da un organo di informazione. Non si tratta di un romanzo, ma di un fatto di cronaca. Gravissimo.


[b]Il linguaggio dei media è importante[/b], non ci stancheremo mai di ripeterlo, perché informa, ma anche forma le nostre opinioni e veicola messaggi. Anche perché i fatti narrati sono veri, non nascono dalla fantasia dell’autore e dunque è d’obbligo lasciar perdere velleità letterarie e particolari ricchi di pathos e concentrarsi sui fatti e scegliere parole, frasi e modalità narrative appropriate, che sottolineino la gravità dell’evento, che rimarchino i tratti evidentissimi del permanere di grandi retaggi culturali di stampo patriarcale in fatti come questo.

Concludo, come già altre volte, con l’ottima Anarkikka, con l’augurio che si prenda coscienza del fatto che fare informazione regala al giornalista il potere di agire sulla nostra cultura e sulla nostra mentalità. E’ un bel dono: si impari a usarlo bene.