Libero e la "sharia" di Catania

Il giornale di Maurizio Belpietro accusa la commissaria straordinaria di essere bacchettona: ha ordinato di vietare immagini lesive della dignità della donna. Di [Ada Mollica]

Maurizio Belpietro

Maurizio Belpietro

Redazione 4 gennaio 2014
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Ma ci fanno o ci sono, i giornalisti di Libero che accusano la commissaria straordinaria (usando peraltro il titolo al maschile, il commissario) della Provincia di Catania, Antonella Liotta di essere bacchettona?


La Liotta è colpevole di aver firmato un''ordinanza che vieta manifesti e cartelloni raffiguranti immagini lesive "per la dignità del genere femminile istallati sulle strade provinciali". Saranno quindi bandite dalle strade provinciali le pubblicità che mostrano "donne ammiccanti e seducenti, che mostrano parti del corpo femminili per pubblicizzare prodotti di ogni tipo e che raffigurano stereotipi di una realtà deformata con riferimenti ad identità sottomessa all''egemonia virile e intellettuale del maschio".

“I corpi suadenti delle donne - aggiunge la commissaria provinciale - associati a oggetti da possedere a qualunque costo, lanciano messaggi subliminali che attraggono l''attenzione dei consumatori stimolando, inconsapevolmente, sentimenti di possesso che spesso si tramutano in violenza di genere".



Chiaro no? Chiaro sì, ma non per Libero che, invece, vede nel provvedimento una sorta di sharia, la strada che conduce a Dio dei musulmani, la legge sacra dell''islamismo alla quale l''uomo e la donna devono attenersi. E in senso traslato qualcosa di arcaico e ferocemente primordiale. Questo il titolo e se il concetto non fosse stato ancora chiaro l''occhiello recita: Il nuovo Iran. E il catenaccio: "Con tutti i problemi che hanno ci mancava la moralità 2.0".



Ancora dal colonnino accanto all''articolo, Lando Buzzanca, inossidabile play boy di film anni sessanta, implora:"Siamo masculi, fateci almeno guardare".



Insomma Catania, che non è di solito ai primi posti nelle classifiche del politically correct, viene accusata , proprio stavolta, di essere protagonista di campagne di retroguardia.



Ma non si preoccupino Libero, i suoi giornalisti e i masculi guardoni che non vogliono vedere il nesso tra pubblicità sessista e femminicidi. Le donne di Catania sono ancora in attesa di vedere come il dispositivo venga attuato o se non si tratti dell''ennesimo annuncio show su argomenti in voga che "fa fine e non impegna". Come il tubino nero di una volta.

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