Solo per farti sapere che sono viva

Un documentario, un viaggio, delle italiane Ghizzoni e Zuccalà attraverso il Sahara Occidentale e il dramma sconosciuto delle donne saharawi. Di [Maria Teresa Manuelli]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 11 marzo 2014

Degja Lachgare è stata prelevata con la forza da casa sua, in un pomeriggio del 1980, da quattro poliziotti in borghese. Gettata nel retro di una Land Rover, trasportata da una prigione segreta all’altra, ha passato 11 anni della sua giovinezza prigioniera e con gli occhi bendati, nella costante attesa dell’interrogatorio e della tortura.



Soukaina Jid Ahloud ha vissuto 11 anni in una cella angusta. Dopo il suo arresto, la figlia minore è morta di stenti perché nessuno poteva prendersi cura di lei. Non aveva ancora compiuto un anno.
Della sua prigionia, Mina Baalt ricorda con orrore le ossessive minacce di stupro, e tutte le notti che le hanno fatto trascorrere nuda, in piedi, al freddo.



Leila Dambar, come una moderna Antigone, non può ancora dare sepoltura al cadavere del fratello Said, morto nel dicembre del 2010: la sua famiglia non fa che chiedere al governo marocchino l’autopsia sul corpo del ragazzo, ucciso dalla polizia in circostanze ambigue, ma le autorità non rispondono.
Sparizioni forzate, tortura, prigioni segrete, fosse comuni, nessun processo e nessuna giustizia. La storia del Sahara Occidentale, il territorio a sud del Marocco dallo status politico ancora indefinito, è scandita da una cupa sequenza di violazioni dei diritti umani. Ed è tuttora dimenticata.



Dal ’75 a oggi sono state 4.500 le vittime saharawi di sparizioni forzate e detenzioni senza processo. Di 500 s’è persa ogni traccia. Nel dicembre 2010, il Marocco ha ammesso di aver prelevato a forza 640 saharawi, ma secondo i familiari delle vittime non c’è stato alcun lavoro d’inchiesta, tanto meno l’ascolto dei superstiti.

I luoghi del terrore si chiamano Pccmi a El Ayun, Agdez e Kalaat Magouna nel sud del Marocco: le prigioni segrete del re Hassan II, con le fosse comuni che ancora rigurgitano cadaveri.

I Saharawi sono una popolazione berbera originaria del Sahara Occidentale, il territorio a sud del Marocco che è uno dei pochi casi rimasti al mondo di decolonizzazione incompiuta. Ex colonia spagnola, nel 1975 il Marocco ha annesso questa terra al suo regno in violazione del diritto internazionale. Gli indipendentisti saharawi, riuniti nel movimento di liberazione del Fronte Polisario, hanno ingaggiato una guerra che si è protratta fino al 1991, quando l’Onu ha iniziato a organizzare il referendum per l’indipendenza. Ma gli ostacoli posti dal Marocco, da un lato, e l’immobilismo della comunità internazionale dell’altro, hanno congelato la situazione fino a oggi.



Emanuela Zuccalà e Simona Ghizzoni hanno raccolto le storie delle donne Saharawi, realizzando un documentario, [i]Solo per farti sapere che sono viva[/i], presentato a Roma lo scorso 8 marzo al Nuovo Cinema l’Aquila.

Il documentario racconta la violenza subita dalle donne in Sahara Occidentale e nei campi profughi in Algeria, riflettendo sulle ferite a lungo termine che la guerra lascia nella vita degli individui. Attraverso le testimonianze di 12 protagoniste, i loro diari e le vecchie fotografie, la storia del popolo Saharawi viene ricostruita da un’inedita prospettiva femminile e intima.

Alla proiezione del film ha fatto seguito una tavola rotonda con le registe (Simona Ghizzoni ed Emanuela Zuccalà), la montatrice Aline Hervè e Fatima Mahfoud, rappresentante in Italia della Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Il documentario è stato selezionato per l’Africa World Documentary Film Festival e proiettato all’ University of the West Indies, a Cave Hill nelle Barbados. Dopo la proiezione alle Barbados il viaggio di Solo per farti sapere che sono viva prosegue in Cameron.