Non uccidiamo Andreea due volte

Lettera di un gruppo di giornaliste del Tirreno: "Non neghiamo la realtà sulla giovane uccisa a Firenze", non è un gioco - per di più "erotico" - seviziare una donna.

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 17 maggio 2014
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“Mi implorava di smettere": così le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni rese nel corso dell’interrogatorio di garanzia, davanti al Gip del Tribunale di Firenze, di Riccardo Viti arrestato per l’omicidio di Andreea Cristina Zamfir, morta a causa delle sevizie che le sono state inferte mentre si trovava legata. Nei giorni successivi all’arresto dell’uomo, quotidiani e siti web toscani come di tutta Italia hanno pubblicato frasi di questo tenore:


[i](Ansa - FIRENZE, 10 MAG) “Resta il fatto che quanto successo - prosegue l’avvocato Benelli ricordando anche l''interrogatorio e le presunte ammissioni fatte dell''uomo - è frutto di un gioco erotico, estremo, ma un gioco erotico con una persona consenziente. E Viti non è certo il primo a fare queste pratiche”[/i]


([i]ANSA) - FIRENZE, 11 MAG – “Il manico di scopa e'' stato tirato contro Viti da una cella, attraverso le sbarre, e gli e'' arrivato addosso passando anche in mezzo alla scorta di agenti penitenziari. L''oggetto ha valore simbolico nella vicenda proprio perché, servendosi di oggetti come questi, l''artigiano di Rifredi realizzava le sue pratiche sadiche con le prostitute di Firenze, finché il 5 maggio scorso la romena Andreea Cristina Zamfir è morta a causa di lesioni interne. Anche nella perquisizione nella sua casa sono stati trovati manici di scopa, ma anche di un attrezzo agricolo, una specie di vanga, da usare per violentare, in un gioco erotico estremo, le ''lucciole'' ingaggiate in strada”.[/i]



Il messaggio veicolato anche ai più giovani tra i lettori è quello per cui penetrare una persona immobilizzata che implora di smettere con bastoni o zappe fino a provocarne la morte altro non è che un “gioco” e per di più “erotico”. Come sostenere che squartare un corpo altro non sia che un po’ di “sano” bricolage. Cosa che non verrebbe in mente a nessuno sano di mente di sostenere.
Quando si tratta, però, del corpo di una donna – evidentemente – perfino di fronte alla violenza più aberrante non è il diritto a guidare la mano di chi scrive, ma il peggior immaginario che la cultura machista possa produrre.

Ma Andreea è ciascuna di noi. E’ figlia, madre, sorella. Mentre implora, mentre grida, mentre muore. Sola. E per niente consenziente. Una morte che impone a tutti i colleghi, uomini o donne che siano, di evitare da qui in poi di negare la realtà di ciò che è davvero accaduto a Firenze. Andreea non tornerà in vita. Cerchiamo di non ucciderla due volte, almeno.




Un gruppo di giornaliste del Tirreno

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