Se non noi, chi?

Cosa possiamo fare noi giornaliste di fronte al sistematico occultamento dei ruoli delle donne nella società? Iniziare a chiamare le persone con il loro nome. Subito [di Laura De Benedetti]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 1 ottobre 2014

Un uomo si farebbe mai chiamare operaia, contadina, infermiera o maestra? No. Non solo: gli esempi citati sono la dimostrazione che, quando le donne hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro, la professione è stata correttamente coniugata al femminile, come prevede la lingua italiana. Già nel 1987 la linguista Alma Sabatini, scrivendo per il Governo le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, spiegava che il femminile di sindaco è sindaca cosi come la Chiesa nel Salve Regina parla della Madonna come di ''avvocata nostra'' e Dante (ma si potrebbero citare anche Boccaccio e Foscolo) nella Divina commedia parla di "la ministra De l’alto Sire infallibil giustizia".


Eppure, forse di pari passo con la scomparsa del femminismo battagliero degli anni ''60 e ''70, man mano che le donne conquistavano ruoli di sempre maggior prestigio, il meccanismo si è inceppato: la professione al maschile è simbolo di potere e sono le donne stesse, spesso, a non volerla tradurre nel proprio genere. Eppure ciò che non ha nome non esiste. Ma direi di più. Nel mio romanzo poliziesco ''Il giusto mondo'' ho utilizzato il linguaggio al femminile, applicandolo anche per le forme neutre (ribaltando la lingua italiana che prevede il maschile inclusivo) dimostrando che, automaticamente, gli uomini scompaiono dallo sfondo, non esistono se non quando espressamente citati. Proprio come avviene oggi per il genere femminile anche se, in proposito, la consapevolezza è quasi nulla.


Cosa possiamo fare? Siamo noi giornalisti, lavorando con le parole, a dover correggere questa anomalia. Più che promotori di una rivoluzione culturale, saremmo una sorta di idraulici chiamati a sturare un lavandino lessicale ingorgato da troppe parole inappropriate, scorrette, culturalmente ancorate alla società patriarcale in cui viviamo, per lasciare che la nostra lingua torni a scorrere chiara, fresca, dolce come l'acqua della nostra letteratura. Senza più sessismi verbali, che siano volontariamente misogini oppure no. Senza più interpretazioni soggettive che creano effetti imbarazzanti nei media. È importante che si sia presa coscienza di questo lavoro imprescindibile e l''Ordine dei giornalisti lombardo abbia tenuto un primo corso di aggiornamento professionale su linguaggio e stereotipi nei riguardi delle donne dal significativo titolo: "Le parole tradite".


In ogni caso riportare la parità di genere nella lingua italiana non è difficile. E se si hanno dubbi si possono consultare sia le storiche ''Raccomandazioni'' della Sabatini, disponibili online, sia il prezioso e aggiornato manualetto ''Donne, grammatica e media" della linguista Cecilia Robustelli edito da GiULia giornaliste col patrocinio di Ordine (anche nazionale), Inpgi (previdenza giornalisti) e Fnsi (Federazione stampa) il sostegno di Snoq (Se non ora, quando?) Donne e Informazione e Commissione Pari opportunità del sindacato Usigrai. Mutuando altre citazioni chiedo a colleghi e colleghe giornalisti: "Se non noi, chi?".