Le parole di Antonia Pozzi salvate da altre donne

'Pubblicata l''edizione integrale delle sue poesie'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 16 novembre 2015
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“[i]Guardami, sono nuda. Dall’inquieto/languore della mia capigliatura/alla tensione snella del mio piede/…Oggi, m'' inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m'' inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà. E un giorno nuda, sola, / stesa supina sotto troppa terra, / starò, quando la morte avrà chiamato[/i]".

Avremmo potuto non leggere mai questi bellissimi versi di Antonia Pozzi (tratti da Canto della mia nudità), la poetessa milanese morta suicida a 26 anni nel 1938. Suo padre, avvocato fascista benpensante, non avrebbe voluto. Nella prima edizione postuma delle poesie della figlia (secondo la versione ufficiale della famiglia morta di polmonite) si premurò di modificare i versi “indecenti” e di cancellare le dediche all’uomo da Antonia tanto amato, il suo professore di latino e greco di 18 anni più vecchio, amore infelice che ispirò ad Antonia liriche intensissime.

Vivace e intelligente, fragile e ardente, nella sua vita breve la Pozzi si scontrò spesso con un mondo maschile spiazzato dalla sua personalità fuori dagli schemi. Scalatrice, fotografa, filosofa alla scuola di Antonio Banfi, compagna di studi e amica di Remo Cantoni, Enzo Paci, Vittorio Sereni, Dino Formaggio e altri intellettuali, non riuscì a farsi accettare per quello che era innazittutto: un poeta che usava la parola come scandaglio di emozioni e sentimenti con una lingua dura “come i sassi e gli ulivi” come lei la definiva. Una radicalità conturbante respinta da Banfi che alla lettura dei suoi versi le scrisse: “Signorina si calmi”. Il suo amico e compagno di studi Enzo Paci le suggerì addirittura:«Scrivi il meno possibile». E Remo Cantoni, di cui lei era innamorata, le disse:"lo penso che tu sia molto intelligente, ma molto disordinata”.


Non pubblicò mai nulla in vita, oppressa dal perbenismo famigliare e dalla sottovalutazione della sua vocazione lirica da parte dell’ambiente intellettuale. La sua riscoperta si deve soprattutto al circuito virtuoso tutto femminile innescato negli anni Ottanta dalla cessione voluta dalla madre della villa estiva di Pasturo, con il suo archivio, alle suore del Preziosissimo sangue. Ed è singolare che proprio una di loro, suor Onorina Dino, sia diventata la più tenace e rispettosa curatrice dell’opera della Pozzi. A lei si deve la “ripulitura“ dalle manomissioni e dalle censure del padre dei versi originali, con tutta la loro carica sensuale e la restituzione della sua voce autentica.

Un’operazione resa possibile anche grazie ai materiali originali (lettere, frammenti) conservati dalle amiche di Antonia, Lucia Bozzi e Elvira Gandini. Il riconoscimento ormai internazionale della sua grandezza di poeta, è frutto di un lavoro che ha vista all’opera oltre alla Dino altre due studiose, Alessandra Cenni e Graziella Bernabò, curatrici di opere e di biografie, a volte contrastanti nell’interpretazioni di alcuni fatti della vita di Antonia ma non nel giudizio sull’opera artistica. Se la Pozzi oggi ci parla ancora con una voce femminile fuori dal coro è merito di tutte loro. Non era bastato Eugenio Montale che aveva molto apprezzato le sue poesie negli anni Quaranta per farle uscire dall’ombra. “Eppure le liriche della Pozzi degli anni 1936-38 sono straordinariamente innovative – dice Bernabò - non solo rispetto al suo personale percorso poetico, ma più generalmente rispetto alla poesia italiana del suo tempo”.


Terribili e in qualche misura preveggenti le parole di Antonia nel ’29 al suo professore amante: “È terribile essere una donna, ed avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi. Ha ragione lei di dire che le donne non valgono niente. Noi vediamo prima ma i nostri occhi si chiudono anche prima. Scorgiamo le vette, ma se qualcuna arriva, è perché ha in sè qualcosa di molto virile".

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