La jihad delle donne

Il reportage di Luciana Capretti ci accompagna alla scoperta di una rivoluzione pacifica che vuole restituire dignità e rispetto ad un islam che predica l'uguaglianza di genere [di Daniela de Robert]

La copertina del libro di Luciana Capretti "La jihad delle donne"

La copertina del libro di Luciana Capretti "La jihad delle donne"

Redazione 12 settembre 2017

Parte dalle donne musulmane la sfida all’estremismo islamico. Quelle donne che ci piace rappresentare come soggiogate, velate, mutilate e prigioniere in casa. Parte da loro, seconde o terze generazione di famiglie immigrate, alla ricerca di un islam che predica l’uguaglianza, ma che per quattordici secoli è stato tradotto, interpretato e guidato da uomini. Parte dalle donne la rivoluzione pacifica per restituire dignità e rispetto a una religione usata e manipolata da gruppi violenti per giustificare guerre e terrore.


La riappropriazione del Corano comincia proprio dalla parola che più temiamo: jihad. Non guerra, ma sfida personale, impegno per superare se stessi. È per questo che Luciana Capretti ha voluto intitolare il libro dedicato a questa rivoluzione così poco raccontata La jihad delle donne. Femminismo islamico nel mondo occidentale.


Il libro, che nasce da un reportage che Luciana Capretti ha realizzato per Tg2 Dossier, ci porta in un islam sconosciuto ai più, una religione che le donne hanno voluto prendere di nuovo in mano, come ai tempi di Maometto quando il Profeta chiese proprio a una donna, Umm Waraqa, di condurre la preghiera nella sua casa dove erano presenti anche uomini. Perché era lei la più preparata della comunità, era lei a conoscere il Corano a memoria. Ed è seguendo questa donna e le altre come Aishah e Umm Salama, che guidavano la preghiera ai tempi del Profeta, che la teologa musulmana Amina Wadud «ha sfidato l’ultimo avamposto di resistenza della supremazia maschile nell’Islam»: il 18 marzo del 2005 alla Synod House della Cattedrale St John the Divine di New York ha guidato la preghiera del venerdì davanti a una comunità di uomini e donne. Fuori dalla Chiesa, scelta per l’occasione dopo il rifiuto di tre moschee e una galleria d’arte, i fondamentalisti urlavano «Preghiera mista oggi, fuoco dell’inferno domani».


Amina Wadud, afroamericana, teologa e docente alla Virginia Commonwealth ha rotto un argine. Per anni sarà costretta a vivere sotto protezione, insegnando da casa e scegliendo di rifiutare la visibilità mediatica. Ma ha aperto una strada che altre donne in altri Paesi hanno seguito.


Comincia dall’incontro con Amina Wadud il viaggio nella jihad delle donne di Luciana Capretti. Insieme a lei incontriamo le altre donne imam, le imameh, come Sherin Khankan che ha inaugurato da poco la prima moschea d’Europa diretta da donne a Copenaghen e Rabeya Müller che in Germania ha fondato il centro ZIF per promuovere il messaggio di un Corano senza distinzioni di genere e la LIB, la federazione dell’Islam liberale.


Tra le donne della jihad ci sono anche Laleh Bakthiar e Majid Fakhry teologhe e traduttrici del Corano, un Corano restituito al suo significato originale, senza discriminazione di genere, che predica un islam inclusivo. Insieme a loro c’è Edina Lekovich, la prima khatibah, cioè predicatrice, della prima moschea per sole donne d’America, e Hadeba Tarifi, presidente e unica donna del consiglio di amministrazione dell’Islamic Center of Southern California.


Infine, l’ultima donna che Luciana Capretti ci fa incontrare è Ani Zonneveld. Ani è l’imamah di Los Angeles. Conduce la preghiera del venerdì davanti a donne e uomini e celebra matrimoni eterosessuali, omosessuali, transessuali e interreligiosi. Ani è anche una attivista. Ha fondato il movimento Muslims for Progressive Values (MPV), Musulmani per i valori progressisti, per un Islam «liberale, semplice, amorevole e compassionevole», basato sulla giustizia, che sostiene l’affermazione delle donne anche in ambito spirituale. Nel 2014 l’MPV è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Insieme hanno lanciato la campagna #ImamForShe per promuovere i diritti delle donne nel mondo. Del movimento fanno parte anche imam gay, come l’afroamericano Daayiee Abdullah che come primo atto da imam ha celebrato il funerale di un musulmano mediorentale gay morto di Aids.


Insomma, attraverso il suo libro Luciana Capretti disvela una rivoluzione in atto nel mondo islamico: una sfida che richiederà tempi lunghi, ma a cui le donne non vogliono rinunciare perché come dice Amina WAdud «Ci vorrà tempo prima che le cose cambino, ma è inevitabile che accada e io voglio essere parte di questa inevitabilità».