Donne e informazione, il ruolo sociale e culturale dei media

Esordio di Giulia Sardegna che si è confrontata con l’Università di Cagliari davanti a un foltissimo pubblico di giovani [di Sabrina Zedda]

foto di Renato d'Ascanio

foto di Renato d'Ascanio

Redazione 13 ottobre 2017

Donne e linguaggio: l’uso di parole ed espressioni non appropriate può fare molto male. E’ per questo che i media si devono riappropriare della loro attitudine educativa, trasferendo messaggi capaci di riequilibrare i rapporti di genere. Se ne è parlato lo scorso 11 ottobre nella facoltà di Studi umanistici dell’Università di Cagliari dove, a pochi mesi dalla nascita, Giulia Sardegna ha fatto il suo debutto davanti a una platea di studentesse e studenti. L’occasione è stata offerta dal convegno “La preda e il cacciatore. Stereotipi sociali, i linguaggi dei media”. Si è trattato di una delle attività organizzate dal corso di laurea in Scienze della comunicazione in occasione delle iniziative legate all’inaugurazione dell’anno accademico.


Giornaliste di Giulia, docenti dell’ateneo cagliaritano ed esperti si sono confrontati sul ruolo dell’informazione e sulle sue responsabilità, mostrando come stereotipi, discriminazioni, prediugidizi e intolleranze siano all’origine di atteggiamenti e comportamenti che generano diseguaglianze e violenze. Un confronto a tutto tondo, moderato dalla Giulia Sandra Sallemi, che è andato a scandagliare come i mezzi di comunicazione di massa parlano delle donne nei diversi ambiti: dalla politica allo sport, dal cinema alla cucina che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è un impero prettamente maschile.


“Fare informazione oggi significa fare pedagogia - ha sottolineato in apertura dei lavori Susi Ronchi, presidente di Giulia Sardegna - Non va dimenticato che i buoni linguaggi e approcci del giornalismo possono aiutare a modificare i rapporti di genere e a creare un equilibro sociale”.


Un concetto da non sottovalutare per chi lavora con i mass media, perché, come ha ammonito Roberta Celot, responsabile Ansa Sardegna  e vicepresidente di Giulia, “siamo le parole che usiamo” quindi “dobbiamo superare la convinzione che la lingua italiana sia uno strumento neutro. Perché non lo è, e può fare molto male”. Da qui il dovere di utilizzare le giuste declinazioni al femminile, un’abitudine ormai consolidata in paesi come Francia, Germania o Spagna, ma che da noi incontra ancora resistenze. Parole a parte, che dire poi degli stereotipi, più insidiosi perché, come ha osservato la filosofa Francesca Ervas, in questo caso il messaggio discriminatorio è implicito? Insomma, la lotta per la parità è ancora una battaglia tutta da vincere se ancor oggi persino tra i servizi sportivi è il luogo comune a farla da padrone, con le donne, ha rimarcato la Giulia Federica Ginesu in un’intervento dedicato a donne e sport, ricordate più per le loro caratteristiche fisiche piuttosto che per i successi da campionesse. Ancora: se sono le donne a mantenere in vita le tradizioni culinarie è vero, ha sottolineato Alessandra Addari, giornalista esperta di cibo e alimentazione, che “non esiste luogo più maschilista della cucina”, laddove l’uomo si è appropriato delle possibilità di guadagno lasciando poco alle donne. E’ difficile farsi strada anche nel cinema: le videointerviste della giornalista Paola Cireddu hanno messo in risalto come persino i libri dedicati alla settima arte spesso dimentichino le brave registe, concentrandosi molto più sui registi.


L’avvertimento è lanciato: responsabilità per chi fa informazione non significa solo usare le parole giuste ma anche, nei servizi, dare alle donne le stesse possibilità offerte agli uomini. “Le diseguaglianze di genere nascono da uno squilibrio: quello che si crea quando un genere ha meno potere rispetto a un altro - è stato il punto di vista offerto dallo psicologo Renato Troffa - I giornalisti possono aiutare a porre rimedio: basta che chi gestisce i media usi gli strumenti giusti”.