Inquisita la carabiniera che ha raccontato in tv le molestie subite

Prendendo spunto da questo triste paradosso proponiamo dalla 27esimaOra la riflessione di Bianca Beccalli e della collega Camilla Gaiaschi

Carabinieri

Carabinieri

Molestia come arma di potere. Prendendo spunto dal triste paradosso della carabiniera inquisita per aver detto una  verità che però faceva far brutta figura all’Arma…, proponiamo – dalla 27esimaOra - la riflessione scritta a due mani da studiose delle pari opportunità: la “mitica” Bianca Beccalli, già ordinaria di sociologia del lavoro all’Università degli studi di Milano, e la collega Camilla Gaiaschi, ricercatrice presso la stessa università e sugli stessi temi (nonché giulia).


 


[di Bianca Beccalli e Camilla Gaiaschi]


 


È di questi giorni la notizia secondo cui l’Arma dei Carabinieri ha aperto un provvedimento disciplinare contro la carabiniera Angela Rizzo per non aver chiesto l’autorizzazione a rilasciare un’intervista e aver gettato discredito sul prestigio dell’Arma. In una recente puntata di «Presa Diretta», Angela aveva ripercorso la vicenda che l’ha vista vittima di molestie sessuali da parte di un suo superiore, Luigi Ruggiero, condannato in secondo grado dal tribunale militare per minacce aggravate. In poche ore sul web si è alzata un’ondata di indignazione.


Il tema del discredito richiama infatti un concetto che si sperava superato, quello del «delitto contro la morale» nel cui ambito, fino al 1996, veniva ricondotta la violenza sessuale. C’è voluto il femminismo prima e il legislatore poi per considerare la violenza di genere un crimine contro la persona. Evocare il leso prestigio richiama tempi funesti e accende i riflettori sulla percezione delle molestie nel nostro Paese. La distanza rispetto agli Stati Uniti, dove il caso Weinstein ha portato a una presa di coscienza collettiva, è enorme. Negli Usa il movimento #metoo si è tradotto in decine di denunce pubbliche e quindi in licenziamenti e dimissioni. Le voci di dissenso, circa il rischio di «caccia alle streghe», sono state marginali. L’Italia e l’Europa hanno invece reagito con cautela. Le attrici francesi hanno scritto un manifesto in cui rivendicano «la libertà di importunare» denunciando il ritorno del puritanesimo. Le loro colleghe italiane hanno fatto un po’ meglio, ricordando che le molestie sono una pratica sistematica e che nulla hanno a che vedere con la seduzione. Tuttavia, sono rimaste vaghe, scegliendo di non fare i nomi dei molestatori.


Ma è proprio il silenzio da parte delle vittime ciò che rende le molestie un fenomeno strutturale. Secondo un recente rapporto Istat, se i gesti di esibizionismo, le telefonate oscene, i pedinamenti, le molestie fisiche e verbali sono in calo, i casi di sexual harassment in azienda rimangono invece stabili. Quasi 1 milione e 200 mila donne sono state vittime di molestie per essere assunte, mantenere il posto o per una promozione. Nell’81% dei casi non hanno parlato dell’accaduto con colleghi o superiori. Non che la situazione sia diversa negli Usa, dove la Equal Employment Opportunity Commission stima che solo una vittima su quattro denuncia. La stima è del 2016, prima cioè del caso Weinstein. Ed è questo il punto: in che misura il movimento #metoo cambierà i comportamenti?


Il sospetto è che se negli Stati Uniti è in corso una profonda rivoluzione culturale, in Italia nulla cambia. E a poco è valso l’appello delle giornaliste italiane che si sono rese disponibili a indagare i casi di molestie come fa la stampa americana. La campagna di delegittimazione delle parole di Asia Argento, tra le prime ad aver scoperchiato il caso Weinstein, è emblematica. In gergo si chiama «victim shaming», il processo alle intenzioni della vittima. Era complice del suo carnefice? Ha detto chiaramente no? Ne ha tratto vantaggio? Al contrario, sulla struttura di potere che consente a un uomo di poter ricattare sessualmente una donna in cambio di opportunità si tace. Non stupisce, quindi, il silenzio delle vittime. Tanta diversità tra le due sponde dell’Atlantico è stata l’oggetto del lavoro della sociologa Kathrin Zippel, che in un libro non recente ma ancora attuale (The Politics of Sexual Harassment) fa luce sulle percezioni di Europei e Americani.


Se c’è unanimità nel condannare la molestia nella sua accezione «verticale», intesa come ricatto sessuale, le posizioni divergono sulla sua accezione orizzontale, soggettiva, come comportamento — dalle battute sessiste agli inviti a cena — che crea un ambiente di lavoro ostile. E tuttavia, basterebbe poco per uscire da tale ambiguità. Non si tratta infatti di sostituire la caccia alle streghe con la caccia agli stregoni, né di rimpiazzare un diritto per un altro, ma di smascherare la molestia sul lavoro per ciò che è: una struttura di potere che concede e limita le opportunità di chi la subisce.


 


 


 

commenti