Calabria, dove sono finiti i soldi per i centri antiviolenza?

Un appello perché la Regione applichi la legge ed eroghi i fondi promessi. Su ChangeOrg più di mille le firme raccolte fino ad ora.

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 15 dicembre 2015
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Le sostenitrici e i sostenitori sono già più di mille, 1.068 per l’esattezza, da Luciana Castellina a Lea Melandri, da Titti Carrano, presidente di Di.Re (Donne in rete contro la violenza), a Celeste Costantino, parlamentare e attivista, dallo scrittore Aldo Nove a Stefano Ciccone, presidente di Maschile Plurale. È l’appello lanciato dal Centro antiviolenza di Cosenza “Roberta Lanzino” per l’applicazione della Legge Regionale n.20 del 2007. Dove la Regione Calabria riconosce alle donne che incontrano l’ostacolo della violenza il diritto, eventualmente con i propri figli, a “un sostegno temporaneo al fine di ripristinare la propria in violabilità e di riconquistare la propria liberta…”.

Una legge che aveva l’obiettivo di promuovere e sostenere i centri e le case di accoglienza per donne in difficoltà. Ma che cosa è accaduto? “Secondo questa legge promossa dal nostro centro “R.Lanzino” – spiega Antonella Veltri – ogni anno la Regione avrebbe dovuto fare un bando. In realtà dal 2007 di bandi ce ne sono stati soltanto 2 con finanziamenti a progetto. Nel frattempo è passata la legge 119 del 2013 contro il femminicidio e la Regione Calabria ha fatto una mappatura dei centri esistenti, dove è entrato un po’ di tutto, dall’associazione degli Alcolisti Anonimi a luoghi che si occupano di disagio sociale, come la cooperativa “Noemi” di Crotone gestita da suor Michela, di recente premiata dal presidente Sergio Mattarella, che sostiene famiglie in difficoltà”.

Una mappatura un po’ selvaggia, fatta secondo criteri poco affidabili da tempo contestata dai centri storici, che in Italia ha individuato 350 centri che combattono la violenza contro le donne. “Noi sosteniamo che questa mappatura va rifatta – prosegue Antonella, che è consigliera nazionale di Di.Re – in realtà le associazioni che in Calabria si occupano di violenza contro le donne sono 2: oltre la nostra, c’è “Attivamente coinvolte” di Tropea (Vibo Valentia) di recente associata a Di.Re. Ma adesso la Regione ha deciso di non rifinanziare la legge 20/2007, l’unica che potrebbe davvero tutelare centri come il nostro, che esiste dal 1988.

L’alibi è che per il 2016 c’è ancora uno stanziamento governativo di circa 430 milioni, che secondo la Regione è sufficiente per soddisfare le esigenze dei centri senza mettere a bilancio la legge 20. Un modo per deresponsabilizzarsi con un finanziamento che peraltro è “una tantum”. E dopo che cosa succederà?”.


In realtà è da tempo che – nonostante le nuove leggi e i piani regionali – Di.Re (che riunisce un settantina di centri antiviolenza e case rifugio) denuncia scarsa chiarezza nella distribuzione e frammentazione di finanziamenti, peraltro esigui. Pochi sono i centri che hanno ricevuto il denaro; in molte situazioni i centri gestiti da donne fanno sì parte dei tavoli di consultazione per impostare criteri, azioni e percorsi, ma restano inascoltati. Così continuano a funzionare soprattutto grazie al volontariato, a sostegni dei comuni, a donazioni raccolte con iniziative di autofinanziamento. L’impegno delle Regioni sembra disperdersi in rivoli non solo economici. Due le accuse più forti: manca trasparenza e gli Osservatori, presenti in alcune regioni, hanno criteri diversi e difficilmente potranno confluire nell’atteso monitoraggio nazionale, che non ha ancora fissato criteri certi.


L''appello lanciato su ChangeOrg si trova a questo [url"indirizzo"]http://chn.ge/1MgWQw4[/url].

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