Le donne di Nadine, che spezzano il silenzio

Le guerre degli uomini, che relegano le donne al silenzio. Una psicologa rilegge il film "E ora dove andiamo?" di Nadine Labaki. [Patrizia Vincenzoni]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 16 febbraio 2012
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“E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki, è un film che mette in luce alcuni aspetti del rapporto che la donna ha con la generatività intesa non soltanto in senso biologico, con l''etica come assunzione di responsabilità soggettiva e sociale, che si coniuga con un''empatia ''attiva'', vicina al sentimento della pietas. Vicinanza al dolore e contenimento di esso, come se gli opposti , vita e morte, fossero tendenzialmente appannaggio dell''essere socialmente e culturalmente donna.


Il film si apre con un''immagine-guida, icona quasi pittorica, vista l'' intensità e la densità dell''immagine stessa, resa più forte dai colori e dal contrasto visivo di essi, il nero delle vesti e la luce accecante del luogo, la moltitudine di queste donne che procede all''unisono quasi a creare una danza, dolente, con una voce fuori campo che accompagna con un racconto di stile favolistico questo incedere verso un cimitero, dove le lapidi sulle quali si dispongono, ognuna di loro, sembrano indicare che gli uomini di quelle donne sono morti per la guerra.


E si parte o ri-parte proprio dalla morte per interrogarsi sulla vita e verso quali percorsi dirigersi: il titolo del film, che appare sullo schermo proprio in sincronia con tutto ciò, sta a sottolineare la necessità d''interrogarsi verso quale convivenza è possibile andare e vivere. Si parte, in sintesi, dalla capacità della donna, del femminile, di generare, tratto non solo biologico ma antropologico, che si declina entro un''etica sociale nella quale la soggettività femminile prende ulteriormente forza emotiva, relazionale di appartenenza alla comunità; appartenenza, questa, essenziale, che aiuta le donne a superare, come sembra indicare il film, quel silenzio al quale le guerre degli uomini sembrano relegarle.



Attraverso un linguaggio stilistico realista, sempre vicino all''esperienza, all''accadere, in tal senso storico, il film propone la donna come soggetto che si ribella al ruolo stereotipato che la vede lontana dagli scenari nei quali si decidono le sorti di un piccolo paese, ruolo che inoltre le chiama ad assumere una funzione di contenitore del dolore, del lutto, nell''elaborarlo anche al di fuori dei confini e delle perdite familiari, ''servizio'' reso ad una società che fa della diversità - di posizioni religiose, in questo caso - un conflitto irrisolvibile, reso tale in quanto la comunità maschile, mussulmana e cristiana, non contempla la possibilità di assumerlo il conflitto stesso e di procedere, poi, verso una consapevole donazione di senso, al fine di scioglierlo. Ma è un interrogarsi che, come ci dirà il film, riguarda soprattutto le donne di questa comunità sperduta nella terra libanese: la città, dove vanno per scambi commerciali solo due ragazzi, così come il mondo, con il quale ci si collega attraverso un segnale trovato lontano dal piccolo agglomerato di case per poter collegare un vecchio apparecchio televisivo, reperto ''archeologico'' di altri tempi, percorrendo sentieri a rischio-mine, sembra una realtà con la quale l''unico collegamento avviene attraverso scambi d'' oggetti, come se ogni altro contatto fosse precluso, quasi a difendersi da altre contaminazioni.


I due ragazzi sembrano essere un anello di congiunzione fra due mondi ai quali, possiamo dire, quello piccolo ha offerto i suoi uomini, vittime sacrificali per guerre che ora vengono tenute al margine di quel piccolo territorio, socialmente e comunitariamente vivibile, che permette anche la coesistenza delle due diverse religioni. Ma l''apparecchio televisivo, simulacro oracolare moderno, viene consultato ma rifiutato ed infranto, proprio perché ripropone il rituale della violenza. In tal modo si può dare spazio ad una risignificazione sociale del contesto.


Il film racconta una realtà umana con sguardo a tratti ironico, a tratti disperato, il timore e la speranza come atteggiamenti verso la possibilità di un mantenimento della condivisione dello spazio sociale e affettivo, sottolineando o proponendo una chiave di lettura che riguarda la capacità di fare ricorso ad una saggezza femminile che, di fronte al pericolo concreto della guerra, con il suo carico di morte e di divisioni, lotta contro tale evenienza tragica,che frammenterebbe ed annullerebbe quello spazio sociale nel quale il coinvolgimento e l''interazione sono regolamentati.


Le due guide religiose maschili, cristiana e musulmana, si mostrano sensibili alla lotta delle donne del paese per ripristinare la pace e la convivenza, aiutandole nel ripristinarle. L''immagine di questi due uomini spogliati dei loro abiti, vessilli di un''appartenenza religiosa, così come accade in ogni famiglia nella quale ogni madre e sorella indossa l''abito che specifica l''appartenenza all''uno o all''altro culto, rende possibile il sottrarsi ad accadimenti tragici, dettati da logiche avulse dalla vita in quanto tale e dalla responsabilità di contribuire a mantenerla integra, significativa, facendo leva anche sull''ironia che pervade il film. Quest''ultima si trasforma a tratti in una comicità nella quale, amorevolmente, si muovono donne e uomini, dando spazio ad una complicità tutta al femminile che va oltre certi stereotipi che cristallizzano e depersonalizzano, in questo caso le donne. Così il gruppo di ucraine, chiamato dalle donne, che ''scende'' in paese, portando la mercificazione di se stesse, finisce per collaborare alla causa, facendoci vedere l''ingenuità anche un po'' infantile degli uomini e il loro ''giocare'' alla guerra.

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