E invece sì: chiamatelo femminicidio

'Dopo l''articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. Le parole sono importanti e danno coerenza e sostanza a un problema sociale e collettivo. Di [Luisa Betti]'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 30 aprile 2012

Con medio stupore leggo oggi l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul “Corriere della sera” titolato “Donne uccise, violenza in aumento, ma non chiamatelo più femminicidio”. Medio stupore perché è da tempo che da queste pagine viene sollecitato un approfondimento su quello che riguarda violenza di genere e femmicidi da parte dei media, e quindi diciamo che ci sono abituata.


Tralasciando il fatto che l’Italia è un paese dove chiunque parla di violenza di genere senza saperne molto, senza informarsi in maniera adeguata del perché e come succedano “certe cose”, andando in tv o mettendo nero su bianco su un giornale con tanto di tesserino dell’ordine in tasca, mi preme spiegare la ragione per cui uso femmicidio e femminicidio che non sono due termini che le donne – che lavorano in questo ambito – si sono inventate una mattina alzandosi un po’ così e dicendo: ma sì, dai, in fondo noi siamo femmine quindi chiamiamo questi delitti.. femmicidi! Ma perché se le parole sono importanti ed esistono per dare un’idea della sostanza che esprimono, non ci vuole una laurea per capire che i termini femmicidio e femminicidio siano appropriati in quanto dannno forma “coerente” a una sostanza, cogliendo in maniera adeguata e congrua il significato di questa realtà.


Femmicidio e femminicidio infatti non vengono usati sempre più spesso (come forse intende Fedrigotti) per una deviazione personale e soggettiva dato che le donne sono “femmine”, ma perché chi analizza e lavora con le donne morte ammazzate, usa questo “strumento linguistico” per distinguere questi reati dagli altri omicidi. In maniera sintetica vengono nominati come femmicidi le uccisioni compiute da uomini con movente di genere (che è riduttivo e fuorviante chiamare “raptus di gelosia”, “delitto passionale”, o anche “uccisa per troppo amore”), ovvero gli omicidi compiuti da parte di uomini che uccidono la donna in quanto tale (da cui sono esclusi le uccisioni di donne che si verificano invece con moventi diversi dal quelli di genere).


Questo è fondamentale non solo per capire quante sono (e se le conti sono davvero tante nel mondo), ma anche per individuare e intervenire su un fenomeno molto grave – perché arriva addirittura all’assissinio della vittima – che si pone all’interno di un fenomeno più ampio che ha una precisa matrice culturale nella discriminazione delle donne. L’uomo che compie un femmicidio non è tanto e solo il marito o il fidanzato, ma è un uomo che vede la “sua” donna come “un corpo che gli appartiene”, come un “oggetto” su cui esercita un controllo diretto e un possesso assoluto, espresso nei fatti con una violenza – fisica, psicologica, economica – che può arrivare fino al femmicidio ovvero alla annientazione fisica totale (“sei mia quindi anche la tua vita mi appartiene”, più che “sono geloso”, “ora mi vendico”, ecc). E la cosa è tanto più importante perché se femmicidio può apparire forse non troppo “elegante”, in un paese come il nostro – in cui il numero delle donne uccise con movente di genere dall’inizio dell’anno è 54 – è però necessario in quanto racchiude tutto il significato di un fenomeno che è diventato emergenza nazionale.


Non capire, o comunque sottovalutare, la cultura che c’è dietro le parole femmicidio e femminicidio equivale, secondo me, a distorcere la realtà ed essere quindi inefficaci nell’intervento. Soprattutto se si considera che nel chiamarli femmicidi questi delitti non appaiono “meno gravi” – come sembra a Fedrigotti – perché oggi i femmicidi nei tribunali continuano a essere reati di serie B proprio perché valutati culturalmente all’interno di una normale conflittualità di coppia in cui “può scappare” che uno arrabbiato, geloso, ubriaco, ammazzi la moglie, la fidanzata, la ex. Se in Italia fosse stato dato più peso e ascolto all’allarme che da anni danno i centri antiviolenza sulla criticità italiana riguardo la violenza domestica, e quindi anche i femmicidi, e se il ministero degli Interni avesse autorizzato, come in altri paesi, un osservatorio sugli omicidi di genere che conti ufficialmente le donne uccise con questo movente, forse la parola femmicidio non sarebbe così estranea e non apparirebbe un “capriccio” linguistico. Per correttezza e maggior informazione, riporto di seguito una parte, che riguarda appunto il femmicidio e il femminicidio, del “Rapporto ombra” realizzato dalle esperte della piattaforma italiana “Lavori in Corsa: 30 anni CEDAW”, presentata a luglio a New York presso le Nazioni Unite, in soccorso a chiunque voglia chiarire i suoi dubbi sulla questione.




[b]Tratto dal RAPPORTO OMBRA[/b] – Elaborato dalla piattaforma italiana “Lavori in Corsa: 30 anni CEDAW” in merito allo stato di attuazione da parte dell’Italia della Convenzione ONU per l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei Confronti della Donna (CEDAW)



[b] RACCOMANDAZIONE GENERALE 19 – FEMMICIDIO IN ITALIA - F.19.1 DEFINIZIONE DI FEMMICIDIO E FEMMINICIDIO[/b]


Sempre più sociologhe, criminologhe e antropologhe564, stanno adottando il neologismo “femminicidio” (feminicide) come categoria di analisi per indicare ogni forma di discriminazione e di violenza (sia fisica, psicologica, economica, culturale, politica, normativa, istituzionale) commessa ai danni di una donna in quanto tale, per nominare la lesività di questi atti e significare l’annientamento della donna nella sua sfera di integrità psicofisica e di libertà di autodeterminazione o come limitazione della sua soggettività politica e della sua partecipazione pubblica; dunque femminicidio non solo riferito alle uccisioni delle donne in quanto donne ma riferita a qualsiasi violenza loro inferta per il genere di appartenenza. In Italia è stato adottato il termine Femmicidio (femicide) facendo riferimento alla categoria di analisi proposta da Diana Russell nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, che “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «in quanto donna». “Il concetto di femmicidio si estende aldila’ della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.” In Italia viene utilizzato anche il termine Femminicidio (feminicidio), nel senso sopra indicato, per indicare la matrice comune di ogni forma di violenza di genere, che annulla la donna non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella psicologica e sociale. Il riferimento è la definizione di femminicidio fornita da Marcela Lagarde, inteso come «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».