Una donna uccisa. Di nuovo. Ancora.

Femminicidio a Napoli, nei talk show il moralismo inutile e dannoso del "gettiamo la chiave". Ma la strada è una sola: isolare il pensiero maschilista. Di [Anna De Blasi]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 13 novembre 2012


Il 12 Novembre scorso a Napoli un uomo ha ucciso una donna. Un marito ha ucciso la moglie. Accoltellandola. Lui 38enne, Pasquale Iamone, lei 36enne, Antonietta Paparo. Inscena una rapina e poi confessa, crolla, “sono stato io”,dichiara. Questi i fatti. I nomi. Le età. I luoghi. La fredda cronaca. Che raccontano la realtà. Agghiacciante. Una realtà che ha un nome. Che non è raptus. Che non è omicidio. Che non è follia. Femminicidio, è ciò che avviene.


Un’altra donna è stata uccisa. E sono più di 100 dall’inizio dell’anno. Una triste e desolante conta. Aberrante, come il pensiero,la forma mentis che guida questi atti barbari. Ciò che rende possibile il femminicidio non è la follia di un momento, ma è il retroterra culturale,il considerare, ancora, un essere umano,una donna, una proprietà . Un corpo, un’anima, una coscienza, che non appartengono all’individuo ma ad un ruolo,precostituito. E quando ci si ribella, tutto deve essere messo a tacere. Per sempre. Con la lama di un coltello. Uno schiaffo. Una quotidiana spersonalizzazione.


Sono tante,troppe, le violenze che le donne ancora subiscono. Tante le lame invisibili che affondano nella carne. Nell’anima. E la cronaca è piena di delitti. Ma la questione di genere è ancora del tutto insoluta. E’ troppi i luoghi comuni, le chiacchiere da bar, il sottile pensiero che si insinua in tanta gente “perbene”: “Chissà che cosa gli avrà fatto …”,come se in qualche modo un gesto così barbaro possa essere giustificato. Come se ci potesse essere una qualche corresponsabilità.


Ed il punto è proprio questo: nei talk shoow del pomeriggio sentiamo urlare di pene più repressive, di inutili “gettate la chiave”,di cose che hanno poco a che fare con uno stato di diritto, senza mai che nessuno si chieda il perché,e soprattutto come scardinare clichè che distinguono fra donne “perbene” e “puttane”. E’ questo ciò che va fermato. Questo moralismo inutile e dannoso.


Questa,al di là delle urla di parata, sottile convinzione che, come cantava Ivan Graziani, “Certe puttane vanno punite, e che diamine qua ci vuole sicuro un po’ di moralità…”. Non dobbiamo ricordarci che esiste una questione di genere, (le donne a parità di mansione percepiscono uno stipendio inferiore. - perché,di grazia? -, che il lavoro femminile viene considerato ancora un aiuto per la famiglia, e non una giusta pretesa di realizzazione personale,che ancora ci sono donne “perbene” e donne “permale”, che questa crisi la stanno pagando le donne, che troppi medici obiettano in strutture pubbliche, che la fecondazione è possibile, di fatto, solo per chì può andare all’estero)solo di fronte all’ennesimo, barbaro, delitto. Urliamo sempre.


Urliamo di più. Ribelliamoci.


Anche di fronte alle classiche divisioni fra ciò che può fare un uomo e ciò che può fare una donna, facciamo sentire la nostra voce ai benpensanti, che forse anche a loro insaputa, rappresentano, con il loro pensiero ipocrita e piccolo borghese, il teatro naturale per delitti. Stupri. Violenze fisiche e psicologiche. Sfatiamo terribili luoghi comuni, con un articolo,una manifestazione, un prendere parte,e in tutte le nostre scelte personali: non più complici,non più solo vittime, ma carne,viva e palpitante. Che urla. E chiede non di gettare le chiavi ma di isolare il pensiero maschilista.