Femminicidio: il silenzio delle liste

Le donne continuano a morire, ma i politici non ne parlano: una dimenticanza ingiustificabile in questa campagna elettorale. Ma il voto non è scontato. Di [Luisa Betti]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 26 gennaio 2013

Donika Xhafa, una donna albanese di 47 anni, è stata trovata morta in mezzo alla starda uccisa dall’ex convivente, Raffaele Vorraro, 59 anni, a Vercelli dove lei viveva con i figli dopo la separazione. Sembra che l’uomo si fosse recato da lei per una riconciliazione ma per farlo era andato con una pistola in tasca, arma usata per uccidere la donna con 4 colpi: “l’uomo le avrebbe sparato un primo colpo dalla sua auto, poi sarebbe sceso per finirla con altre 3 colpi” (Quotidiano.net).


Donika Xhafa è la sesta vittima di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno, e arriva alle pagine della cronaca dopo un anno di insistenti richieste di intervento della società civile nei confronti del governo Monti e dopo mesi di dibattito sul femminicidio nei media. E se anche oggi è triste vedere ancora sui giornali parlare di “raptus” e di “gelosia”, ancora più inquetante è il silenzio di questa campagna elettorale di fronte a un fenomeno che continua come se “nulla fosse”, anche dopo che Amnesty International ha presentato a tutti i leader delle coalizioni politiche che si presentano alle elezioni del 24 e 25 febbraio, il suo decalogo sui diritti umani introducendo esplicitamente il punto su “il femminicidio e la violenza contro le donne”. Di fronte a un attacco evidente, frontale, massiccio sui diritti delle donne, nessun partito si è alzato dicendo: questo lo metto nel mio programma. Ma bisogna fare delle distinzioni: se Vendola ha almeno firmato la Convenzione nazionale “No More!” contro la violenza maschile sulle donne pochi giorni prima delle primarie, e Bersani ha appoggiato il ddl per il contrasto al femmincidio su cui ha lavorato Anna Serafini, nel movimento di Ingroia c’è un silenzio assordante su questi temi, un silenzio non giustificabile per un movimento che si pone a sinistra e che vorrebbe partire dalla società civile.

Una dimenticanza, in una campagna elettorale che arriva dopo un anno molto faticoso per le donne, ingiustificata.


La violenza domestica, che non è uno scherzo per la quantità di donne e bambini che coinvolge (l’85% della violenza in Italia è violenza domestica e ci sono circa 400 mila bambini che assistono alla violenza in famiglia), è il terreno su cui si sviluppa il 70% dei femmincidi in Italia, in situazioni in cui le donne il più delle volte si trovano in una prigione da cui non riescono a uscire. Su questo, prima della campagna elettorale, si sono consumati fiumi di inchiostro ma quello che il governo Monti ha fatto praticamente – a parte far firmare all’Italia la Convenzione europea di Istanbul e fare un ddl per una ratifica futura – è nulla, o meglio ha detto “faremo” (forse) ma non ha risposto agli appelli che chiedevano politiche immediate, con la conseguenza che le donne sono continuate a essere uccise per mano dei propri partner. Ora, per esempio, sarei curiosa di sapere come le diverse forze politiche in corsa per le elezioni, intendendono prendersi carico di questo problema, e come penserebbero di “vestire” la Convenzione di Istanbul, perché se anche adesso tutti sono d’accordo per la ratifica, in realtà bisogna vedere come il parlamento italiano intende rendere effettive le indicazioni di Istanbul.
E alla luce del dibattito al Senato nel settembre scorso sulla firma della Convenzione europea, dove alcune forze politiche di centro destra (Udc e Lega) facevano notare il pericolo di mettere in discussione il concetto di famiglia (si è parlato addirittura di incostituzionalità di alcuni punti della Convenzione), mi sembra evidente che ogni intesa con questi signori, soprattutto se hanno stretti rapporti con il Vaticano, sia molto pericolosa per le donne. E questo bisogna dirlo prendendo posizione pubblica.



Le forze politiche dovrebbero chiarirci come la pensano, e come intendono aiutare le donne che, nel tentativo di uscire da un incubo, cercano aiuto, denunciano, si separano da un marito violento e invece di trovare tutela e protezione dalle istituzioni, o vengono uccise (come la donna di oggi) o si ritrovano non credute in tribunale, o vengono implicate loro stesse in responsabilità che non hanno sulla violenza che subiscono e, nel caso siano presenti minori, con il rischio di sottrazione anche dei figli. Mi preme chiarire ai leader che si presentano, che un Paese che ha ratificato varie convenzioni internazionali a protezione dei minori, vuole una risposta chiara al perché qui, in Italia, sono in aumento casi in cui – anche in presenza di un procedimento penale per violenza fisica, sessuale, psicologica, stalking, ecc. – un giudice può decidere di togliere il bambino dal contesto in cui vive per metterlo in casa-famiglia, o collocarlo addirittura presso il genitore che il minore rifiuta, in base alla diagnosi, fatta da psicologi o psichiatri nei tribunali attraverso le Ctu (consulenze tescniche d’ufficio) di una malattia che non esiste, ovvero la sindrome di alienazione parentale (Pas). Bambini sottratti con la forza o con l’inganno, perché le istituzioni devono “tutelare” il diritto a una bigenitorialità che non può essere costruita “resettando” il cervello dei bambini.

Dopo il caso di Padova, che ha fatto scalpore per i modi in cui il minore è stato prelevato a scuola il cui video trasmesso a “Chi l’ha visto” ha fatto il giro del mondo, sulla questione non si è più aperto bocca e tutto è stato messo nel cassetto. Eppure in Italia i bambini che transitano nelle case famiglia – per varie ragioni tra cui anche i contrasti sull’affido – sono circa 30.000, con un costo di circa 3mila al mese a bambino. Un trauma che si aggiunge al trauma e che può avere effetti devastanti sul minore che viene strappato dal suo contesto: casa, scuola, affetti, amici, tutto, per essere appunto “resettato” in un ambiente “neutro”.



L’anno scorso la Commissione giustizia al Senato, grazie all’impegno di alcuni senatori e senatrici dell’Idv e del Pd – e soprattutto grazie alla senatrice Silvia Della Monica – è stato bloccato il disegno di legge (ddl 957) sulla modifica dell’affido condiviso dei minori che avrebbe sdoganato definivamente la Pas introducendola nella legge: una malattia che lo stesso ministero della salute ha diffidato dal riconoscere e che non è mai stata riconosciuta in maniera ufficiale in alcun modo. Malgrado ciò il partito democratico non ha voluto ripresentare in queste liste Silvia Della Monica (Pd), mentre Rivoluzione Civile ha collocato Sara Vatteroni (Idv), che si occupa sia di Pas che di minori che di violenza contro le donne, al 23° posto (Camera) nella lista Toscana, mentre Frida Alberti (Idv), per cui vale lo stesso discorso di Vatteroni, è stata messa al 6° posto in Liguria per il Senato: donne con competenze specifiche e importanti che quasi sicuramente non passeranno.



C’è però chi alla questione ci tiene eccome, perché la Pas si è intrufolata nei tribunali italiani grazie alla lobby pro-Pas (che ora chiamano alienazione parentale ma che ha gli stessi effetti devastanti nei tribunali), schieramento di avvocati, psicologi, pscichiatri, esperti vari che coinvolgono padri in fase di separazioni problematiche. Senza nulla togliere ai padri separati in difficoltà economica e/o con problemi di relazione con le ex partner in presenza di figli minori (che sicuramente vanno aiutati come e quanto le mamme), questo gruppo rappresenta un tesoretto di voti su cui qualcuno già ha messo gli occhi, nella prospettiva di riattivare il ddl 957 sulle modifiche dell’affido condiviso ora fermo al Senato (mentre un altro disegno è alla Camera). Ed è così che Casa Pound Italia, che partecipa alle prossime elezioni, ha messo nel suo programma: “Sostegno ai padri separati e ridefinizione delle norme sull’affidamento della prole e sull’assegnazione degli alimenti in caso di separazione coniugale”, mentre Fratelli d’Italia – che sostengono Francesco Storace nella corsa verso la presidenza della Regione – hanno fatto di questi temi la loro bandiera assecondando molte delle istanze contenute nel ddl 957 che modificherebbe l’affido condiviso con gravi effetti su donne e minori.

E se anche il Movimento 5 stelle ha cominciato a interloquire con queste istanze, Bruno Volpe – il direttore di Pontifex da cui prese infelice spunto il prete di Lerici per dire che le donne il femminicidio se lo vanno a cercare – ha parole di conforto dichiarando che da una parte pensa “ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria” e dall’altra pensa “ai tanti bimbi abortiti, molti più delle donne uccise”. Giorni fa Casini (schierato con Monti e Fini) ha detto da Vespa che pensa “ai padri separati che dormono in macchina e fanno la fila alle mense della Caritas”, mentre Matteo Salvini (Lega alleata con Pdl) da Santoro ha ricordato il finanziamento di 500 mila euro della Regione Veneto pensato in particolare per i padri separati. Aiuti importanti che non tengono conto che di fronte ai tanti padri separati ridotti in miseria, esiste una maggioranza di madri separate in povertà che nessuno aiuta e che non cercano sponsor politici.


Secondo l’Istat il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate, e di queste il 66,5% sono donne mentre il 33,5% sono uomini. Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento Istat, ha affermato tempo fa che “certamente esistono padri in gravi condizioni, ma i dati Istat ci dicono che sono le donne sole e con figli separate/divorziate le persone a maggior rischio di povertà e non lo afferma solo l’Istat ma anche altre ricerche”. Per l’Istat tra gli uomini separati l’1,6% è povero di contro a un 3,5% di separate in povertà, dato che in presenza di figli minori sale al 15,4% per le donne.



Vorremmo che lo schieramento “di sinistra” si pronucnaisse su questi temi, e non solo sul femminicidio o sulla Pas, ma sul grave attacco riguardo i diritti delle donne e dei minori, perché il voto delle donne non è affatto scontato.