Sheryl e le idee vintage

Le manager possono essere femministe? Egualitarismo o cultura delle differenze? Il libro della "numero 2" di Facebook riaccende la discussione. Di [Marika Borrelli]

Il tribunale di Bari

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Redazione 23 marzo 2013



Sheryl Sandberg è un grosso personaggio. Già vicepresidente di Google, capostaff al Ministero del Tesoro statunitense ed ora COO (significa Numero Due) a Facebook, l’Azienda di Palo Alto. Il suo libro ‘Lean In’ (di cui ho già parlato proprio su Giulia) – com’è d’uopo per personaggi come lei ed anche per l’argomento – sta suscitando riflessioni ed anche polemiche.

Pare che, nonostante il successo di vendite, le idee del libro non siano molto gradite. Non solo al maschilismo di mainstream, che vede nelle sandberg del futuro un pericolo per lo status quo, quanto a molte pensatrici esperte di questioni di genere.


Su The Atlantic, Christina Hoff Sommers, per esempio, ha raccolto alcuni malcontenti relativamente alle idee espresse da Sandberg, una donna che ha tutto: il pane e le rose; la famiglia e la carriera; un marito con cui divide gli impegni famigliari e genitoriali ed un lavoro appagante e prestigioso. È così brava Sheryl che ha deciso di scrivere un libro per insegnare alle altre donne – che non sono brave-fortunate-toste pari a lei – come si fa a far tutto, ma soprattutto a ‘farsi avanti’ (‘lean in’). Sandberg martella su questo punto: le differenze di status sono innanzitutto condizionamenti culturali e sociali. Le società insegnano alle bambine a fare le bambine, in una pinkizzazione globale di comportamenti e cultura.


Hoff Sommers, riprendendo la critica di un’altra opinionista (Katha Pollitt di Nation), definisce il femminismo di Sandberg da ‘Era dell’Acquario’, con riferimento alle specifiche del movimento femminista degli Anni ’70, con i suoi gruppi di auto-coscienza, i buoni propositi da attuare step-by-step (o da alcolisti anonimi?), il tutto imbevuto di un anelito egalitario.


Tuttavia, dopo l’Era dell’Acquario (l’epoca di Hair, di The Stawberry Statement) il passo degli Studi di Genere è cambiato: non più egualitarismo, bensì cultura delle differenze. Così, Hoff Sommers spiega come la Cultura delle Differenze è quella che meglio si attagli all’intimo desiderio di ogni donna: scegliere e soprattutto scegliere la famiglia. Infatti (e c’era da chiederselo?), la scelta preferita dalle donne – garantisce Christina con tanto di ricerche e statistiche – è quella di trovare la propria strada seguendo la biologia. In altre parole, se le donne fossero libere di scegliere – e le società occidentali offrono questa possibilità grazie ad un welfare supportivo (obiezione: mai avuto un welfare supportivo delle donne in Italia) – opzionerebbero per la iper-specializzazione di ruoli e funzioni all’interno della società e della famiglia.


Secondo Hoff Sommers, ci sarebbe più egualitarismo forzato in società arcaiche, dove il welfare è inesistente e dove tutti fanno tutto per necessità, che non nelle progredite società economiche quali gli USA o la Danimarca, Paesi nei quali le donne scelgono volontariamente e frequentemente il part-time, una carriera ridotta o le dimissioni per seguire i figli. Insomma, la mancata carriera di molte donne è semplicemente un corollario del maggior tasso di welfare nazionale. A livello statistico, il tasso di part-time e di dimissioni delle donne è direttamente proporzionale alla quantità e alla qualità di welfare della società in cui vivono.
(Ovviamente, in Italia non è così, figuriamoci. Da noi, le donne il lavoro proprio non lo trovano. Altro che opzione! E se per caso l’avessi, un lavoro, te lo farebbero lasciare in caso di gravidanza).


Dunque, Sheryl Sandberg sarebbe anacronistica. Chiede per le donne qualcosa che non si porta più. Durante una ricerca internazionale di Accenture, inoltre, il 70% di manager ambosessi intervistati è convinto che si può avere una famiglia ed una carriera, ma il 50% degli stessi ha parimenti dichiarato che famiglia e carriera non si possono gestire contemporaneamente. Insomma, le donne del mondo occidentale sono più simili ad Anne-Marie Slaughter (la docente universitaria che ha rinunciato ad un incarico governativo a Washington per seguire suo figlio adolescente e ne ha scritto paginate – guarda caso - proprio su The Atlantic) che a Sheryl Sandberg.


Sono due strategie di coping molto diverse, anche perché il lavoro di Slaughter era, per modalità ambito ed organizzazione, sicuramente più maschile e maschilista di quello di Sandberg. Ciò non di meno, secondo me, la soluzione non è nell’inneggiare alla Cultura delle Differenze come fa Christine Hoff Sommers, perché alla lunga ciò è un boomerang contro le donne. La strada da percorrere somiglia più alle proposte di Sandberg. È molto più utile una politica di uguaglianza, che porti al cambiamento della cultura organizzativa nel lavoro per tutti, uomini e donne: orari possibili e flessibili; modulazione dei tempi della città (c’era una volta in Italia la legge 53/2000…); promozione di idee e soluzioni locali; diffusione di buone prassi; totale capovolgimento mass mediale riguardo alla figura femminile nella nostra società.


Il Terzo Millennio non ha portato bene alla causa della parità e dell’uguaglianza fattuale tra generi, e – detto fra noi – negli Anni ’70 (l’Era dell’Acquario) si divertivano di più.