Boldrini privata? A noi interessa quella politica

Gli “effetti collaterali” della sua popolarità, la sua vita privata sezionata con calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne. Di [Luisa Betti]

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 28 aprile 2013

Non c’è niente da fare, questo Paese non migliora e riguardo le donne ormai gli stereotipi sembrano un riflesso incondizionato da cui non si riesce a uscire: un nodo che invece, come ci ha ricordato Violeta Neubauer della Commissione Cedaw dell’Onu in Italia l’anno scorso, va affronato e risolto se vogliamo districare anche il resto, femminicidio compreso.



Lo so, posso sembrare petulante e antipatica, una presuntuosa che sa tutto e che se la tira (come pensano alcun*): un giudizio di cui pago il prezzo per parlare in maniera diretta e chiara, senza paura di sembrare anche un po’ dura. Ma devo dire che oggi mi dispiace andare a ragionare su una “buona intenzione” scivolata nel solito trabocchetto del dover rendere accattivante una cosa semplice: un’intervista alla terza carica dello Stato, e precisamente quella su “D di Repubblica” con tanto di lancio in copertina. Un’intervista in cui Laura Boldrini spiega gli “effetti collaterali” della sua popolarità e di come, in veste di presidente della camera donna, sia stata sottoposta a un fuoco di fila dove la sua vita privata continua a essere sezionata e su cui emeriti sconosciuti hanno divulgato calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne.



“È stato vergognoso”, ha detto Boldrini a “D di Repubblica”, riferendosi alla rivista di gossip che ha pubblicato le foto con il compagno di vita: “Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante”. Poi la giornalista chiede: “ma cosa vogliono?” e lei risponde: “Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale”.



Benissimo, tutto chiaro: Laura Boldrini, la terza donna che in Italia ricopre la carica di presidente della Camera, sta troppo stretta, e quindi bisogna trovare qualcosa che non va, bisogna trovarlo e scaraventarlo addosso come una grossa pietra, anzi tante pietre fino alla sua lapidazione mediatica. E come si fa? Non c’è problema, siamo in Italia, quindi la si colpisce solleticando il peggio della cultura machista nostrana: una rete in cui, dopo 20 anni di Berlusconi, chiunque può cadere con facilità.



Ma se le parole sono importanti, e se la realtà si cambia anche a partire dal linguaggio, perché alludere proprio in questa intervista a una certa “Camera con Laura” (quale? quella da letto, quella di casa sua?) con un occhiello “Boldrini in privato”, nel titolo di copertina, stampato sopra il suo primo piano? Che senso ha? È come negare il fulcro dell’intervista, e cioè che la vita privata è privata e che il fatto di essere una donna la sottopone al vaglio di uno stereotipo tutto maschile. Te lo sta dicendo, cos’è, non ci si rende conto del contenuto del’intervista quando si sceglie il titolo? Oppure la verità è che solletica troppo mettere un richiamo di copertina ammiccante su una donna che ricopre quella carica istituzionale, accarezzando (anche qui) uno stereotipo duro a morire e facile da cavalcare, su cui nessuno tanto dirà nulla perché ormai è dentro il costume e la metalità comune.



La realtà è che oggi Laura Boldrini si ritrova a doversi difendere non solo dalle calunnie ma da un linguaggio violento a sfondo machista che sul web e sui social network è proliferato in pochissimo tempo, con truppe che sembravano pronte al primo segnale di via. Un bersaglio politico trasformato prontamente in un bersaglio “debole”, in quanto bersaglio femminile di facile attacco su un terreno sessista, con attacchi collaudati che ricalcano quelli dei fake che negano la violenza sulle donne (non esiste perché è la donna che lo vuole) e anche il femminicidio (non è vero che sono poi così tante le donne che muoiono). Attacchi che se respinti con forza, ci trasformano in vetero femministe “coi peli”, eterne zitelle castranti della libertà di pensiero, o “avvoltoi femministe” (come io stessa sono stata ribattezzata dal “Giornale“).



Un terreno su cui qualora ci si provi a difendere, si viene prontamente accusate di censura: tanto che a oggi sul web ci sono almeno 5 fonti in cui è possibile leggere di una presidente, Laura Boldrini, che “piccata” da questi “scherzetti” sul web, ha osato difendersi per fermare il linciaggio partito nei suoi confronti. Sul “Giornale” (sempre lui, chissà perché), si legge “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato”.



Scherzare? Allora perché non dare ragione ai mariti che picchiano le mogli di loro proprietà o gli ex che uccidono le fidanzate perché troppo innamorati. La radice culturale è la stessa e si chiama discriminazione di genere: un contesto dove la cultura dello stupro è talmente inserita nella mentalità, che non ci si rende conto e non si percepisce la violenza, con una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco sessista come fosse una burla, cose in fondo non gravi.



Ma perché Laura Boldrini dà così fastidio?



Perché è una donna autorevole che ragiona con la sua testa, che non rientra in quei canoni balordi, una donna che noi volevamo vedere su quella poltrona e che vorremmo fosse duplicata su diverse poltrone decisionali di questo Paese. Una presidente che abbiamo incontrato mercoledi scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma, per un confronto aperto con la Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne, e che non solo non ci ha snobbate ma che è venuta, ci ha ascoltate e si è presa degli impegni sul femminicidio e lo ha fatto in maniera pubblica: una notizia che non ha fatto notizia perché fuori dagli “interessi” dei grandi giornali nazionali.



Qui la presidente Boldrini ha ascoltato tutte le promotrici della “No More!” (la sottoscritta, Vittoria Tola, Barbara Spinelli, Francesca Koch, Titti Carrano, Simona Lanzoni, Oria Gargano) ma anche altre associazioni sempre interne a “No More” (tra cui Teresa Manente di Differenza Donna) e le parlamentari presenti (come Rosa Calipari, che fin dall’inizio ha appoggiato “No More!”), ragionando con noi su cosa fare concretamente per fermare una violenza ormai diventata strutturale all’interno del Paese. Un tavolo di esperte della materia, dove Boldrini ha fatto un discorso e ha espresso un impegno non scontato da parte della terza carica dello Stato: ed è questa la notizia, non la sua “camera”.



“Io non sono un’esperta di tematiche di genere – ha detto Bolrini alla Casa delle donne – ma sono una persona che ha sempre avuto un’educazione nel rispetto dei generi, e ritengo che una donna possa fare tranquillamente quello che fa un uomo e viceversa, perché il problema è culturale e politico. Per il mio lavoro sono andata nei luoghi di conflitto, e non potete immaginare quante volte mi sono sentita dire ma come, vai via dei mesi e lasci tua figlia?, come se questo tipo di lavoro non fosse adatto a una donna”.


“Eppure – ha detto Boldrini – ho visto lo stupro adottato come arma di guerra in Bosnia, con donne violentate all’ottavo mese di gravidanza. Chi vede questo non può non maturare che tutto ciò va cambiato, e che questo cambiamento ci sarà solo se ci portiamo dietro tutte le donne nel mondo con la consapevolezza che la nostra è una battaglia doppia. In Italia solo il 52 per cento delle donne lavora, e visitando i centri antiviolenza, mi sono resa conto di come siamo messe. Per capire in profondità cosa era successo, ho dovuto fare un film all’indietro, a come siamo state rappresentate in questi ultimi 20 anni, con un corpo usato quale volano per qualsiasi cosa, comprese le pubblicità su qualsiasi prodotto. Forse noi non pensavamo che facesse così leva, ma lo abbiamo permesso, perché se oggettivizzi il corpo femminile spiani anche la violenza contro le donne, perché di un oggetto puoi fare quello che vuoi: gettarlo a terra, passarci sopra, puoi fare tutto”.



Un discorso che si è concluso con l’impegno da parte della presidente della camera a sollecitare “la commissione Esteri per la ratifica immediata della Convenzione di Istanbul” e a “raccomandare buone pratiche secondo la Convenzione No More”: una vittoria per la società civile con cui Boldrini vuole avviare “una campagna di ascolto” in Parlamento per aprire “ogni settimana su un tema specifico, da riportare alle commissioni con raccomandazioni per sostenere il lavoro legislativo”.

“Userò i miei poteri per ottimizzare il lavoro perché tutto ciò possa cambiare”, ha detto Boldrini, invitando le parlamentari a unire le forze all’interno delle istituzioni sui temi di genere che riguardano la violenza, il lavoro, la salute, il welfare, la rappresentanza.



A tutto ciò ha fatto eco Rosa Calipari, deputata del Pd presente alla tavola rotonda e fin dall’inizio aderente alla “No More!”, che ha sottolineato la presenza di ben 10 disegni di legge in Parlamento sul femminicidio, sottolinenando che più che “una legge che entri troppo nello specifico” (come il ddl sul contrasto al femminicidio di Anna Serafini, oggi ripresentato da Daniela Sbrollini, o quello di Giulia Bongiorno), sarebbe più efficace un indirizzo chiaro all’esecutivo che coinvolga tutti i ministeri, dal lavoro, alle pari oppotunità, la salute, ecc., in una direzione che vada a favore delle politiche per le donne e dove sia chiara la centralità della prevenzione della violenza e della formazione di chi di questo si occupa.



Ma di questo, non ne ha parlato quasi nessuno.