Milano, esercizi di democrazia partecipativa

'Dopo due anni di esperienza dei "Tavoli delle donne" le cittadine chiedono il conto e la liaison d''amour con l''amministrazione Pisapia vacilla. Di [Camilla Gaiaschi]'

medici obiettori

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Redazione 23 luglio 2013
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[i]Milano fa i conti con la democrazia partecipativa al femminile. Dopo due anni di esperienza dei "Tavoli delle donne" promosse dalla CPO del Comune, le cittadine chiedono il conto e la liason d''amour con l''amministrazione Pisapia vacilla.

Cominciamo dall''inizio: due anni fa Anita Sonego, consigliera comunale e presidente della Cpo, lancia i tavoli, luoghi di proposta politica delle cittadine dentro le mura di Palazzo Marino. Si formano tre gruppi: lavoro, spazi, salute. A due anni di distanza l''unico tavolo ancora funzionante (ma per quanto?) è il tavolo spazi, che ha avuto l''indubbio merito di portare a casa un risultato imlortante: la casa delle donne di milano. Agonia invece per gli altri due tavoli che hanno prodotto molti progetti di qualità che guardavano al territorio. Vittoria o sconfitta della partecipazione? Su arcipelago Milano, autorevole asservatrio civico cittadino online, è scoppiato il dibattito.
Qui di seguito il mio intervento.[/i]


Democrazia partecipativa e Casa delle donne: quali vittore e quali sconfitte a Milano? Adriana Nannicini ha proposto un’ottima sintesi dei due anni di Tavoli delle donne promossi dalla Commissione Pari Opportunità (C.P.O.) del Comune di Milano [i](riflessioni che trovate in allegato a questo articolo, ndr)[/i]. Anch’io come Adriana ho partecipato ai lavori e riprendo il filo della sua riflessione: la Casa delle donne è il risultato più visibile e importante dei Tavoli, un passo dovuto per la città che ci arriva con trent’anni di ritardo. Un “brave” sincero ad Anita Sonego, presidente della C.P.O., che l’ha fortemente voluta, e a tutte le donne del Tavolo Spazi.

Mi piace, però, fare l’avvocata del diavolo e lancio qui una provocazione: ben venga la Casa delle donne, ma il carattere innovativo dei Tavoli stava (almeno negli intenti) altrove: nel tentativo cioè di instaurare un rapporto continuativo e speculare tra cittadinanza e rappresentanti delle istituzioni che portasse a progetti diffusi nella città per le donne (e non solo): policies su lavoro, conciliazione, welfare, salute, violenza. Molteplicità dei temi (da portare, nei migliori auspici, in Consiglio) che riflette la molteplicità delle donne all’interno della città. C’era qualcosa di postmoderno in quelle riunioni: fuori la società civile organizzata, dentro le cittadine. Eterotopia dei Tavoli: si trovano a Palazzo Marino ma con l’obiettivo di agire nelle scuole, sui luoghi di lavoro, negli ospedali, nei consultori. Processo ben più lento e tortuoso, meno “visibile” ma a mio avviso più destabilizzante.

Ben inteso, così è nata la Casa delle donne, come proposta delle cittadine all’amministrazione: vittoria della partecipazione. Il punto però è che non dobbiamo fermarci qui. Se via Marsala sarà l’unico risultato del percorso partecipativo dei Tavoli, non potremo ritenerci soddisfatte. Già qualcosa è andato storto, non ha funzionato: parlo almeno per il tavolo a cui ho partecipato, il tavolo lavoro. Le responsabilità sono molteplici, da entrambe le parti: ingenuità da parte nostra che ci siamo gettate a capofitto (e alcune con competenza, visto che, come dice Adriana, il tavolo contava una nutrita schiera di professioniste del settore) su numerosi progetti (conciliazione, imprese, raccolta dati, lavoro, bilancio di genere) e troppo tardi ci siamo accorte che nulla era dovuto, che avremmo dovuto soffermarci sulla forma della partecipazione ancora prima che sui contenuti dei progetti.

Che avremmo dovuto insistere, lottare, innanzitutto per ottenere forme di riconoscimento politico (e istituzionale), nonostante gli ostacoli di fronte a noi: la contrarietà da parte di alcune donne dei Tavoli a forme di “statuizione” (con conseguente mancanza di compattezza da parte nostra su questo fronte) e l’effettiva mancanza di volontà ad agire in tal senso da parte delle nostre controparti istituzionali. Su questo aspetto molte le delusioni: assessore, consigliere e dirigenti attente all’ascolto delle nostre proposte solo a ridosso degli incontri pubblici seguiti da un nulla di fatto; parole e promesse che con il senno di poi sapevano troppo di campagna elettorale. La partecipazione – sotto questo profilo – è stata una chimera.

Comunicativamente però ha vinto l’amministrazione. Nascita della Casa delle donne: attesa e desiderata, che mi riempie di gioia ma che – dal punto di vista della “forma” della partecipazione (e della riflessione su) – non innova (ma guarda alle donne, ed è già molto). Che non disturberà. Lontana da Palazzo Marino. Lontana da dove si decide. Fine della partecipazione dentro le stanze del Comune. Partecipazione critica che avrebbe portato le elette e le istituzioni a confrontarsi davvero con la cittadinanza, che avrebbe necessitato forme di riconoscimento da elaborare, sperimentare, su cui si sarebbe potuto scrivere per dare il buon esempio alle altre città – faticosa sì ma sul lungo termine potenzialmente ricca. Il tentativo di uno spazio “terzo” – a metà tra istituzioni e cittadinanza – è fallito. O forse no?


[i]In allegato (qui sotto) l''intervento di Adriana Nannicini[/i]

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