I Tavoli di Milano, senza rete senza regole

'L''esperienza del movimento delle donne milanese, una sperimentazione che non segue strade o modelli, ma sono laboratorio politico. Di [Adriana Nannicini] '

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 14 settembre 2012

Rappresentatività, lavoro, spazi, salute e violenza. Solo alcune delle parole chiave intercorse negli incontri dei gruppi dei Tavoli della Commissione Pari Opportunità. Sono lo sfondo di altre: la voglia di contare e quella di inventare, di innovare forme di pratiche politiche frequentando “dall’interno” alcuni luoghi istituzionali. Senza rete e senza manuali. Un altro esito delle elezioni arancioni del 2011? Un altro esito di un movimento di donne che della voglia di contare e di cambiare i modi del vivere ai tempi della crisi parla e scrive da allora (e anche da prima)?



Dopo l’assemblea di marzo 2012, si è cominciata a avvertire l’esigenza di dare maggiore visibilità al processo avviato e alle “cose “fatte, alle tante relazioni costruite, allo spessore di questa esperienza che costituisce agli occhi di molte un cantiere di politica partecipativa radicato in due luoghi: quello dell’amministrazione della città e quello dei movimenti delle donne, così attivi e molteplici a Milano.



Una sperimentazione che non ripercorre strade o modelli già in atto nella storia delle relazioni tra Amministrazione e cittadine a Milano. Le donne che vi hanno preso parte fino a ora, partecipano a titolo individuale e non in rappresentanza di Associazioni, si iscrivono senza filtri, senza presentazioni, per ora solo segnalando il proprio nome e interesse. I gruppi di lavoro, o Tavoli, si sono riuniti intorno a temi che hanno avuto origine e una sorta di legittimazione informale, implicita nelle assemblee di Sala Alessi aperte a tutta la cittadinanza.



Si è avvertito il desiderio di raccontare che questi tavoli non rappresentano un’esperienza interessante soltanto per le donne, qualcosa di separato e parallelo ad altri percorsi partecipativi. Si riconosce tra noi che questi tavoli, per le loro caratteristiche formali e informali, sono di fatto un laboratorio politico, uno straordinario laboratorio che non ricalca i modelli di una Consulta femminile né quelli di una assemblea permanente.



Ci è stato evidente quando ha chiesto un incontro con noi la Presidente del Consiglio Comunale di Bologna, Simona Lembi, che è avvenuto a Palazzo Marino con alcune dei Tavoli e con il presidente del Consiglio Comunale di Milano e la Presidente della Commissione Pari Opportunità (CPO) e si è ragionato su come promuovere delle attività partecipative che non siano neutre, ma di donne e uomini, che possano superare l’imparzialità anche delle prassi di partecipazione. Un laboratorio perché si sperimentano modi, forme e numeri, e perchè si aprono interrogativi relativi alla rappresentatività.



Su rappresentatività e rappresentanza, sulle relazioni da intrattenere con la politica perché le donne siano presenti in tutti i luoghi in cui si decide, dal Parlamento alle Giunte cittadine, ai Consigli di Amministrazione delle Partecipate o delle imprese private, non sono mancati convegni, seminari, studi e ricerche anche di livello nazionale realizzate a Milano da parte di gruppi diversi.



Ma chi sono le donne che compongono i gruppi dei Tavoli e cosa fanno negli incontri a cui prendono parte? Molte “esperte” dei temi di genere, altre da lungo tempo membri di associazioni, o di gruppi definiti storici, altre “single” interessate a portare la propria personale esperienza, tutte interessate a cercare e a sperimentare nell’incontro un luogo inedito che possa essere innovativo: per qualità del dialogo, per l’intreccio intergenerazionale, per diversità di sguardi e di punti di osservazione sui temi, che si vorrebbero affrontare con un atteggiamento pragmatico (qualcuna dice che “non andrebbe a una riunione femminista, ma qui, in un Sala Consiliare di Palazzo Marino, qui si, perché questa è la casa di tutte/i“). Critica, cambiamento e laboratorio.



Ognuna è lì in rappresentanza di se stessa, ma ciascuna ha una storia, dei legami, dei saperi e dei pensieri. E le proposte avanzate (“solo proposte concrete” fu l’impegno su cui coinvolse le partecipanti la Presidente della CPO, “a costo zero“: ancora? Perché quando si ragiona di proposte al femminile, queste devono risultare a costo zero?) delle tante storie milanesi di donne infatti sono intessute: gli Spazi sono quelli di una Casa delle donne; la Salute è sia quella di un’indagine sui consultori della città che una visione della salubrità dell’ambiente di tutti e l’omaggio a una medica come Laura Conti; il Lavoro diventa la necessità di Dati sui lavori delle donne, di tre giorni di congedo di nascita per i papà, di una Tata per Milano; il Bilancio proposto è quello di Genere.



Sul Bilancio di Genere è stata invitata a un’audizione presso le Commissioni Bilancio e Pari Opportunità la professoressa Antonella Picchio con le sue giovani colleghe, per presentare le linee teoriche e le esperienze già realizzate in tanti comuni italiani, (proprio su questo tema, decisivo per qualsiasi amministrazione pubblica anche in tempi di crisi Beatrice Costa e Rosanna Scaricabarozzi hanno scritto su ArcipelagoMilano). Questa impostazione di bilancio ha coinvolto l’attenzione dell’assessora Bisconti, e i contatti proseguono.




Alla ripresa settembrina voglio porre alcuni interrogativi: come proseguire? La sperimentazione necessita di considerazioni da condividere: abbiamo chiesto una forma di “riconoscimento istituzionale”, appena avviata una riflessione con la vice presidente CPO, contiamo di proseguire. Come superare la sminuzzamento delle proposte, mantenendo la concretezza, ma avendo un quadro condiviso; e come “seguire” le proposte accolte dall’Amministrazione?



Costituire un percorso che possa prevedere incontri “misti” Comune – cittadine? Incontri per elaborare proposte da sottoporre? Per discutere atti e proposte dell’amministrazione, che siano coerentemente connessi ai temi di ciascun tavolo? E anche come coinvolgere le donne che hanno dato vita ai network professionali? E nelle zone? Vorremmo aprire dei tavoli anche nei quartieri dove la quotidianità scorre?