Rosaria, che non ha paura della bomba esplosa sotto casa

'Rosaria Malcangi di Ruvo di Puglia segue i Consigli comunali. E scrive quel che vede. La intervista un''altra giornalista minacciata [Maria Luisa Mastrogiovanni]
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Rosaria, che non ha paura della bomba esplosa sotto casa
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7 Dicembre 2011 - 00.43


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Hanno fatto esplodere una bomba sotto casa sua in piena notte per metterle paura, ma Rosaria non si sente un”eroina. È una cronista che scrive solo ciò che accade e non vuole mettere a rischio con imprudenze la sua vita e quella dei suoi familiari. Ma, come tanti giornalisti, lei dice: questo è il mio lavoro.

Lei dice we insist, come diceva Pierpaolo Faggiano, il corrispondente della Gazzetta del Mezzogiorno, precario come Rosaria, morto suicida il 21 giugno 2011 a Ceglie Messapica, nel brindisino. 
Rosaria ha dedicato alla triste storia di Pierpaolo il suo primo documentario. Lo ha presentato alla due giorni della “Carta di Firenze”. “We insist” è il titolo. Era il grido di guerra di Pierpaolo e anche il nome di un festival che aveva ideato lui.

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Rosaria dice che non si può dare una spiegazione ad un gesto come quello di Pierpaolo. Per lui questo mestiere precario era diventato un tunnel di cui non vedeva più la fine. 
Ma io voglio chiedere a Rosaria se si può rischiare la vita per 5,20 euro a ‘pezzo”? “Sì, si può perché – mi risponde – il valore di quello che fai non risiede nel compenso che ricevi”. 


Su questo Rosaria non ha dubbi. Ha 37 anni, è laureata in lettere moderne a Bari, vive a Ruvo di Puglia, insegna per diversi progetti Pon e Pof nelle scuole, da settembre è pubblicista. È una cronista. 
Racconta ai lettori della Gazzetta del Mezzogiorno ciò che accade a Ruvo di Puglia e a Terlizzi, la città di Nichi Vendola.


Racconta i fatti per 5,20 euro a pezzo. Non scrive di mafia, non fa inchieste su fatti scottanti. Perciò è rimasta alquanto “stupita” quando le hanno fatto capire senza ombra di dubbio che la bomba carta esplosa il 6 novembre scorso di fronte a casa sua, era indirizzata proprio a lei. 
Perché? Cosa può esserci di pericoloso, si è chiesta, per chi, come faccio io, racconta sul giornale ciò che accade nei consigli comunali di due paesoni da venticinquemila abitanti ciascuno?

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Ne parliamo insieme. Rosaria mi spiega come lavora. È così metodica e precisa da seguire per dodici ore di fila il consiglio comunale senza perdersi una battuta. Ha scritto che in soli sette minuti, il tempo che si impiega per andare in bagno, il consiglio comunale ha approvato la modifica di un regolamento comunale che ora permette di allargare i vani tecnici innalzati un po” qua, un po” là, aprendo porte e finestre et voilà, trasformandoli in mansarde attrezzate.

Ci chiediamo se può essere pericoloso scrivere queste cose, visto che sono accadute. Rosaria ha scritto anche che l”opposizione non si è opposta, non ha mosso un dito, si è astenuta, non ha pronunciato nessun intervento per dissociarsi. Perché dovrebbe essere pericoloso dire semplicemente queste cose che accadono veramente?


Rosaria Malcangi assiste alle sedute del consiglio comunale. Mi racconta che quando è stata discussa la proposta di costruire 400 nuovi appartamenti, si è visto che gli interessi di imprenditori, faccendieri, semplici lavoratori convergevano, e lo spazio riservato al pubblico era affollato da intere famiglie al completo. Anche in questi casi Rosaria osserva e scrive semplicemente quel che accade. Può essere pericoloso anche fare queste osservazioni? 
Non dovrebbe, se non fosse che c”è un confine arbitrario che alcuni vorrebbero non fosse mai varcato quando si fa la cronaca. Io lo chiamo il confine dell”orticello. Secondo chi ha tracciato questo confine, ognuno ha diritto a difendere e valorizzare il suo orticello e guai a chi si mette in mezzo o ci guarda dentro. Se un cronista mette un piede nell”orticello, o semplicemente racconta quel che accade lì intorno, deve vedersela con il proprietario.

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Di fronte a queste teorie ogni regola del giornalismo e ogni teorizzazione della legalità diventa opinabile, relativa, evanescente. 
”Ma chi si crede di essere? Che cosa crede di poter fare? Non lo dicono apertamente. Ma io questa frase – dice Rosaria – gliela leggo in faccia al politico di turno che mi guarda con un sorrisetto di sufficienza. A me, lo so, riserva un sorrisetto più ironico perché sono donna. Lo intuisco. Ho impiegato un anno per fare capire la differenza che passa fra il loro addetto stampa e il corrispondente locale. Qui c”è più o meno, la stessa differenza che passa tra un portamicrofono e un giornalista. Alla fine, quando l”hanno capito, per loro sono diventata la corrispondente-donna-stronza-senza-arte-né-parte che non si fa i fatti suoi”.


In questo contesto culturale e in questa percezione del lavoro del cronista locale è da ricondurre il motivo dell”intimidazione subita da Rosaria. “Ma devo davvero fare questo, per 5,20 euro a pezzo e per una città che mi ritiene fastidiosa?” Rosaria se lo chiede, e la sua risposta, è sempre questa: “Il valore di quel che fai non risiede nel compenso che ricevi”.


E qual è il valore di quel che fai, Rosaria?

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“Io seguo consigli comunali anche di dodici ore, quando faccio un pezzo, per garantire la pluralità, faccio sempre diverse telefonate. Se c”è una determina, un bando, un documento importante per i cittadini, io lo studio. Il mio lavoro ha degli aspetti noiosi e pesanti, ma io li affronto volentieri, perché mi piace restituire poi con leggerezza il succo dell”informazione ai cittadini. Io sono il tramite tra i miei lettori e la notizia. Se la notizia è diluita in un barboso documento di decine di pagine, io lo leggo e interpreto l”interesse che il contenuto di quel documento può avere per la città. Il mio è un lavoro di servizio, almeno questo è lo spirito in cui lo faccio, è mi aspetterei che fosse riconosciuto il suo valore. Senza quello che faccio, i cittadini non sarebbero in condizione di sapere tante cose”.


Resta il fatto dei 5,20 euro di compenso. “La sperequazione tra il mio compenso ed i poteri che miei pezzi possono potenzialmente intaccare (ad esempio quando scrivo di un parco eolico da 100 milioni) è enorme. Un compenso così ridicolo è quasi una forma di delegittimazione. 
Mi piacerebbe che la Gazzetta lo capisse. Dovrebbe riconoscere che i cronisti sono l”asse portante del giornale, il vero collante tra la testata e i cittadini”. 
Rosaria non ha dubbi: “Voglio fare la cronista, non mollo. Mi basta sapere di far parte di una rete di persone che la pensano come me. Che per loro, come per me, il nostro mestiere è un servizio, inestimabile”. Sì, we insist.

Anche l”autrice di questa intervista, Maria Luisa Mastrogiovanni (giornalista professionista freelance; quest”anno il suo documentario “Human goods” è stato finalista al premio Ilaria Alpi), è vittima di intimidazioni: nel link l”articolo su di lei di Matteo Finco, pubblicato da www.ossigenoinformazione.it

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