Malata di Aids nel Cie di Bologna: invece di aiuto arriva il rimpatrio

'Storia di Gloria, rinchiusa nel CIE perché senza documenti. Ma è malata: anzichè curarla la rimandano in Nigeria. E'' questa la politica dell''accoglienza? [Alessandra Testa]'

Malata di Aids nel Cie di Bologna: invece di aiuto arriva il rimpatrio
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22 Marzo 2012 - 23.52


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Questa è la storia di una giovane che a febbraio è stata rinchiusa nel Centro di identificazione ed espulsione di Bologna perché senza documenti e che, a pochi giorni dalla festa della donna, è stata prelevata e rispedita nel suo paese, la Nigeria, perché malata di Aids.

In barba ad ogni dichiarazione dei diritti umani, e in un paese che ama definirsi civile, succede ancora che chi ha bisogno di aiuto venga abbandonato e rimpatriato a dispetto di alternative alla legge Bossi-Fini come potrebbe essere, per esempio, la concessione di un permesso di soggiorno di protezione sociale.

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A denunciare la vicenda era stata, neanche a dirlo, una donna. E cioè la deputata bolognese del Partito democratico, Sandra Zampa, che aveva visitato la struttura bolognese e toccato con mano le condizioni di «promiscuità», così le aveva definite, in cui vivono gli ospiti di queste strutture. «La situazione è allucinante – aveva informato allarmata la parlamentare –. Questa ragazza che, come le coetanee che sono rinchiuse al Cie, sembra molto più vecchia di quel che è, è parecchio malconcia. Avrà a malapena trent’anni. All’Aids, che è conclamato e di cui gli operatori si sono accorti solo dopo il suo arrivo nell’edificio, si aggiungono altre patologie che la rendono estremamente sofferente. Ha il terrore di essere rispedita in Nigeria dove, date le sue precarie condizioni, sarebbe di fatto mandata a morire».

Per questa giovane donna nigeriana – che le poche testate giornalistiche che hanno riportato la sua storia hanno ribattezzato Gloria – non c”è però stato lo stesso tam tam mediatico che si era scatenato per il caso di Adama, la ragazza senegalese che solo qualche mese prima era stata rinchiusa sempre nel Cie di Bologna dopo aver denunciato gli abusi subiti dal suo compagno e trovata, anch’essa, senza permesso di soggiorno.
Mentre Adama – grazie alla mobilitazione di alcune associazioni femminili e ad un appello corredato da più di 800 firme – aveva ottenuto un permesso di protezione sociale ed era stata “liberata” e affidata alla Casa delle donne per non subire violenza; di Gloria si sono perse le tracce. Come accade, del resto, a tutti quei migranti, che il nostro paese considera clandestini perché “sans papier”, che vengono rimpatriati applicando pedissequamente la legge dello Stato.

Eppure quando la polizia era andata a prelevare Gloria gli operatori del Cie credevano che l’interessamento della parlamentare democratica, seppur solitario, avesse sortito buoni frutti e che la giovane sarebbe stata presa in carico da una struttura o da un”associazione umanitaria in grado di aiutarla. Ma così non è stato. Al contrario, Gloria è stata accompagnata all”aeroporto, imbarcata per Fiumicino e poi per Lagos dove è stata consegnata alle autorità locali.

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Ora non è dato sapere dove sia e, soprattutto, se sta bene e se riceve le cure di cui necessita. È accaduto, insomma, quanto la portavoce della rete Primo Marzo e responsabile del Pd Emilia-Romagna per l’immigrazione, Cécile Kyenge Kashetu, aveva profeticamente previsto. Ma nessuno le aveva dato ascolto. «La semplice uscita dal Cie non basta. Per aiutare davvero queste persone – aveva sottolineato -bisogna costruire una vera politica dell’accoglienza».

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