Bankitalia: Sì, le donne sono discriminate

In Italia restano ampi i divari di donne e uomini nella partecipazione alla vita economica, nonostante i progressi degli ultimi decenni. Di [Claudia Stamerra]

Bankitalia: Sì, le donne sono discriminate
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4 Giugno 2012 - 18.20


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“Le donne sono ancora discriminate nell´accesso al lavoro e nella carriera. Devono scegliere: o l´uno o l´altro. La cultura familistica che le relega al ruolo di mogli e madri, di fatto frena lo sviluppo del paese”. Cosí il numero due di Bankitalia Anna Maria Tarantola ha messo in evidenza al Festival dell´Economia di Trento un tema assai delicato, quello del rapporto delle donne italiane con il lavoro. L´occasione é stata la presentazione di un libro dal titolo emblematico di Chiara Valentini, “O i figli o il lavoro” (Feltrinelli.

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Nel mirino della vice direttrice generale proprio la scelta forzosa e alternativa a cui le donne sono spesso costrette, l´abbandono di uno dei fronti, il piú delle volte dettato da un concorso di circostanze dovuto sia all´organizzazione tipica della famiglia – che quasi sempre s´incardina sulla figura femminile – sia all´assetto socio-aziendale italiano, composto in prevalenza di piccole e medie imprese. Un binomio caratterizzante, e che produce da sempre prassi deleterie nella gestione delle risorsa del lavoro femminile. Tanto che la stessa Bankitalia, nel suo “Rapporto 2011” da pochissimo pubblicato, ha dedicato un intero capitolo al ruolo delle donne nell´economia italiana. Lo scenario che emerge é nel complesso allarmante se si osservano con attenzione i dati generali.

“In Italia restano ampi i divari di donne e uomini nella partecipazione alla vita economica, nonostante i progressi degli ultimi decenni”, scrive palazzo Koch. “Nel 2011 il Paese continua a collocarsi tra i più arretrati nella graduatoria dell’indice Global Gender Gap”, continua il Rapporto, che pone l´Italia al 74° posto su 145 paesi e al 21° posto tra quelli Europei, in particolare per quanto riguarda la partecipazione alle attivitá. E malgrado il fatto, non di secondaria importanza, che il divario in termini di risultati scolastici ottenuti dalle donne italiane rispetto agli uomini non sia affatto elevato. Le studentesse ottengono di solito ottimi risultati, si diplomano o laureano con profitto. Ma tale capacitá si scontra con una societá poco equilibrata, che crea dei doveri di genere. La sofferente partecipazione alla vita economica attiva, frutto anche della mancanza di servizi dedicati alle lavoratrici madri e della presenza di carichi domestici eccessivi, pone le donne in una prospettiva seccamente mortificante inducendo “penalizzazioni involontarie”, prosegue il Rapporto, che delinea cosí una donna afflitta dalle consuetudini sociali e poco libera di muoversi in ambito produttivo.

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A farne le spese non é solo l´occupazione femminile, che in Italia si attesta al tasso medio del 46.5 per cento, circa 21 punti in meno di quella maschile (la situazione peggiora nettamente al Sud), ma anche il livello salariale, del 6 per cento piú basso di quello degli uomini. E, in ogni caso, la qualitá dei contratti di lavoro proposti alle donne é peggiore: favoriti gli atipici e i meno stabili. Le lavoratrici sono, dunque, piú precarie. Spesso grava sul loro capo la spada di Damocle di incivili pratiche, come quella – diffusissima – della firma di dimissioni in bianco, eseguibili in caso di gravidanza. Anche l´accesso al credito, per le imprese femminili, (quasi un quarto del tessuto connettivo italiano) é piú difficile, le donne ottengono soldi in prestito dalle banche con piú difficoltá e in genere li chiedono di meno. Il quadro é drammatico. Inutile affermare che, secondo le numerose e ormai consolidate esperienze internazionali, una posizione della donna piú forte in ambito produttivo é associata a maggiore crescita complessiva del prodotto interno lordo. La discriminazione femminile di fatto “blocca lo sviluppo del paese”, ha perció affermato Anna Maria Tarantola a Trento. Un´affermazione che suona come monito ed esortazione, che stabilisce un legame stretto tra partecipazione femminile e crescita economica. Le donne potrebbero contribuire fortemente a portare il paese fuori dalla recessione, ma di fatto sono costrette a brusche frenate. E se la malattia del paese é ormai evidente, con l´urgenza di abbandonare la posizione di eterno fanalino di coda anche quanto a paritá dei diritti, la cura potrebbe essere vicina e percorribile.

“Le azioni da porre in essere ci sarebbero”, sostiene Tarantola, e vanno in senso di una lotta effettiva contro la discriminazione. Una percorso che deve essere condotto in termini “culturali, economici, di governance, di organizzazione aziendale”. Si guarda anche alle politiche di paesi leader del Nord dell´Europa, che tendono all´eliminazione di pregiudizi fiscali, come quelli relativi al lavoro familiare dovuto ma non retribuito. Una trappola per la donna, in genere coniuge con reddito minore e maggiormente a rischio di lavoro in nero, part-time oppure semplicemente assente. Giá prima della crisi, infatti, i dati europei su reddito, condizioni di vita e partecipazione attiva (EU-SILC 2007) segnalavano che la paritá di trattamento economico tra uomo e donna, in Italia, avviene solo nel 13.40 per cento dei casi. In Danimarca, nel 19.40 per cento.

Esempi di virtú fiscale, sono proprio paesi come la Danimarca, dove l´assegno familiare viene pagato direttamente alla madre se e in quanto effettiva curatrice dei figli. O la Svezia, dove oltre al congedo parentale alternativo é prevista da tempo un´astensione facoltativa per la cura del bambino, a prescindere dal genere, mentre in Germania vige l´opzione di tassazione separata dei coniugi.

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