Guida ragionata all’uccisione del padre

Anatomia della ragazza zoo: intervista a Tenera Valse sul suo nuovo romanzo, che demolisce - da dentro - la famiglia borghese. Di [Barbara Romagnoli]

Guida ragionata all’uccisione del padre
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3 Novembre 2012 - 18.54


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Torniamo a Tenera Valse. Torniamo a parlare di lei, scrittrice irriverente, sex worker per scelta e per passione. Con il suo Portami tante rose [Cooper, 2011] ha fatto discutere, anche negli ambienti progressisti e femministi, su quel nodo che è la prostituzione libera e consapevole.

Torniamo a Tenera e alla sua scrittura evocativa e colta, limpida e fantasiosa, così come lei torna a parlare di corpi, umori, sessualità, donne e bambini. Ma, soprattutto, di cultura maschile e potere, di relazioni familiari che viste da vicino non sono per nulla normali, di una liberazione possibile e necessaria.

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Il suo nuovo romanzo [Anatomia della ragazza zoo, Il Saggiatore, 2012] è la storia di una famiglia medio borghese, simile a tante altre, in cui crescono due femmine e un maschio, adolescenti negli anni Settanta, dove il padre è l’uomo colto che porta i soldi a casa e la madre è la depositaria del sapere della tradizione, dell’economia domestica per far tornare i conti.

Un destino segnato per tutti, soprattutto per le figlie femmine. Per volere del padre, ma anche della madre, custode, non così inconsapevole, della cultura maritale. Poi accade che l’equilibrio salta: una figlia sparisce nel nulla, o quasi; il figlio si rifà una vita oltreoceano; l’altra si accontenta, e forse gode; la moglie si ammala di quelle malattie ‘femminili’ al limite fra esaurimento, depressione, demenza senile o semplice abbandono ad un potere più forte. Ad un certo punto il romanzo si tinge di noir, ma non sveleremo certo la trama, lasciamo che a parlare sia Tenera.

Hai scritto un romanzo per demolire, da dentro, la famiglia borghese così come si realizza nei suoi aspetti peggiori. La protagonista, Alea, fugge da tutto questo e si rinchiude in una “gabbia”, seppur scelta. Sembra che l”unica alternativa al modello borghese sia la fuga e la solitudine.
Non possono esistere altre forme di genitorialità e/o figlitudine?

Se ti cadono le bombe in testa, tu non ti rifugi da qualche parte? Si chiama istinto di sopravvivenza, è un istinto sano, genuino, animale se contrapposto all”educazione dentro la famiglia media nazionale italiana che crea animaletti da zoo, o bioparco nel politically correct! Ma se chiamo lo zoo bioparco, gli animali in gabbia stanno meglio? Alea è la ragazza zoo finché non compie un proprio percorso di critica radicale dell’educazione ricevuta. Nella sua sfera familiare incontra una madre succube del maschile, una genitrice femmina che rinuncia al proprio simbolico per l”ordine maschile a cui si adegua, anche in epoca protratta di emancipazione. Certo, possono esistere altre forme di genitorialità. Ma ti sembra normale che le donne facciano di tutto per piazzare i figli dove e comunque (corsi di violino, di nuoto, etc) esattamente come facevano i maschi sino alla metà del novecento? Solo perché è ancora un tabù per una donna ammettere che non le va di occuparsi dei figli? Molti maschi ormai sanno svolgere benissimo il ruolo di mammi e le donne possono benissimo liberarsi di questo rapporto primordiale di maternità che si portano dietro. È giunto il momento che le donne si liberino dei primitivi modelli femminili della maternità e si rendano conto che la tutorialità genitoriale non é esclusivamente donna. Il prossimo passo sarebbe la tutorialita genitoriale effettiva, la legge invece sostiene ancora la primarietà della madre e la sua insostituibilità: non è questa ancora una trappola per chiunque voglia essere genitore, maschio o femmina che sia? Perché una donna è ancora definita ‘contro natura’ se rinuncia alla maternità?

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La ragazza zoo resta sospesa fra le pagine e disseziona se stessa in maniera complessa.

La scelta stilistica che hai fatto è ricercata anche nel nominare i capitoli. Come ci sei arrivata?

Anatomia della ragazza zoo è costruito come un atlante anatomico di ogni donna che non ha dimenticato i suoi istinti. Alea ripercorre la sua vita come un passaggio dallo stato minerale a quello umano, tutta l’evoluzione della specie. Allo stesso tempo la sua discesa nel profondo è fatta come un”autopsia, scendendo sempre più dentro di sé lei rinomina tutto il mondo che conosce e che la rappresenta. Uno dei primi lavori logici che il bambino compie è nominare il mondo, dare un nome alle cose, quegli straordinari titoli che ho trovato mi sono venuti spontanei quando provavo a nominare le cose del vissuto infantile senza ricorrere a paradigmi patriarcali: i maschi usano la nominazione per dividere e per creare campi di potere, noi donne per figurare il mondo.
Il libro si riferisce a questa nominazione positiva, è come un catalogo dei nuovi miti di oggi, e fa al contempo la parodia, il verso (animale) allo scientismo medico e illuministico che cataloga ogni cosa. Non a caso l”ultimo capitolo lascia la nominazione, non nomina più le cose ma le numera, e si chiama “capitolo zero”: perché quando cresce il bambino comincia a far di conto, comincia a valutare l”economico, a misurare il mondo e perché quello zero è l’inizio di una vita nuova che Alea, la ragazza libera e non più zoo, ha ricreato dalle fondamenta. Di questo abbiamo bisogno noi donne, di rifondare la realtà nominando nuovamente le cose e abbandonando i paradigmi patriarcali, patrimoniali, paterni, padronali a cui restiamo ancora sottomesse. Il discorso riguarda a buon diritto uomini e donne, non solo le donne.

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Anche chi non sa nulla di te o del tuo primo libro, penserebbe che c”è dell”autobiografico in queste pagine. È la scrittura che rende nudi o è una scelta consapevole e per certi aspetti autocurativa?

Ho scritto il racconto del bambino/a mentre è sottoposto agli stereotipi di genere, alla configurazione maschile di dio e della religione, alla distorsione delle sue vocazioni e dell’istinto polimorfo dell’amore: in tutti questi processi la natura totemica del padre resta il punto di partenza e noi donne non facciamo granché per limitarlo perché ci troviamo immersi tutte e tutti nel bagno di un sistema di potere che, anche se i padri sono finiti, resta paternalistico. Sì scrivere può essere curativo, ma anche andare a farsi una passeggiata è curativo, ogni gesto che facciamo per rigenerarci lo è. Alea è tutte le donne che smettono di rifugiarsi dietro i pantaloni del maschile. Paradossalmente i maschi stanno abbandonando i cliché a cui erano associati più velocemente delle donne, che al contrario spesso sono le maggiori conservatrici o scope del sistema paternalistico. Dovremmo rileggere Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, per capire chi è la ragazza zoo, o Luisa Muraro, Dio è violent, Simone weil, L’Iliade o il poema della forza, o anche Hannah Arendt, Sulla violenza. Siamo stati governati con la violenza e continueremo ad esserlo se non facciamo, come donne, una critica radicale dei sistemi famiglia con cui ci rappresentiamo.

In chiusura del libro proponi un’immagine della tradizione rivoluzionaria: “Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo avrà un’avanguardia bambina, lo guideranno donne con le pance a sfera ridondanti per fierezza e allegria che avanzando sorridenti sfonderanno l’illusione del quadro e ci partoriranno nello sguardo”. Secondo te, com’è lo stato di salute dei femminismi in Italia? Riusciremo a sradicare il maschilismo e paternalismo della nostra cultura?

Di recente una donna ha letto Portami tante rose (a novembre uscirà in lingua inglese, n.d.r.) e mi ha detto che farà leggere il libro a sua madre che è una “femminista istintiva”: cosi dovremmo ridiventare, tutte, femministe spontanee non solo colte e politicizzate, perché anche l”uso della cultura che facciamo come donne non resti di genere paternalistico e maschile ma versato all”azione e alla resistenza attiva, e gli esempi nella storia non mancano.

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