Denunce per violenza, a Milano metà archiviate

Una prassi in aumento per mancanza di tempo e risorse. E intanto i casi di maltrattamento crescono. Di [Maria Teresa Manuelli]

Denunce per violenza, a Milano metà archiviate
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22 Maggio 2013 - 16.17


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La violenza sulle donne non solo è definita quotidianamente ‘questione femminile’, come se il problema di essere maltrattata, picchiata, stuprata e finanche uccisa da un uomo fosse solo nostro, ma a Milano sembra anche essere sempre più di poco conto. E mentre sui media impazzano articoli, blog e rubriche al limite del morboso su questo gravissimo e delicatissimo tema, in Procura i reati vengono derubricati e archiviati.

“Si parla tanto di violenza, ma se ne parla quasi sempre male. Negli ultimi tempi si è assistito addirittura a una spettacolarrizzazione della violenza maschile” esordisce Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (Cadmi), alla presentazione dei dati 2012 dell’Associazione il 14 maggio scorso alla Libreria delle Donne. Mentre all’atto pratico “il numero di misure cautelari richieste dai pm nel corso dei procedimenti per maltrattamenti in famiglia e per atti persecutori è decisamente ridotto”, spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi che ha esposto i numeri dei procedimenti penali riguardanti i reati commessi ai danni delle donne e dei loro figli. “La mancanza di richieste di misure specifiche sembra testimoniare lo scarso allarme giudiziario che suscitano questi reati, nonostante la crescita dei fenomeni di violenza contro le donne”.

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Ma la vera nota dolente desunta dai dati del “Bilancio di responsabilità sociale 2011-2012” diffusi dalla Procura della Repubblica del capoluogo lombardo – che non fa che confermare quanto già ampiamente emerso in modo allarmante dalla esperienza diretta delle operatrici e delle avvocate della Casa Donne Maltrattate di Milano – riguarda il numero delle richieste di archiviazione delle denunce per i reati in questione: il dato, già elevatissimo nel 2009, è aumentato in modo esponenziale negli anni successivi fino a divenire, per il reato di ‘maltrattamenti in famiglia’, di molto superiore al 50% delle iscrizioni, ovvero su 1.545 iscrizioni ben 842 sono state le archiviazioni (1.032 le richieste di archiviazione). Così che, mentre le principali istituzioni internazionali riconoscono la gravità del fenomeno della violenza familiare contro le donne e i minori e lo considerano una priorità del sistema di giustizia e sanitario, i nostri organi inquirenti (ovvero quelli milanesi) vanno sempre di più a definirlo semplice ”conflittualità familiare”. “Tale definizione, troppo spesso abusata e utilizzata in modo acritico – prosegue Garisto –, non fa che occultare il reale fenomeno della violenza familiare, sottovalutando la credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. La nostra esperienza ci ha infatti insegnato che la ”conflittualità familiare” non è che la inevitabile conseguenza dell”esercizio della violenza domestica stessa”.

Nonostante tutto l’interesse mediatico sulla violenza maschile contro le donne, sembra quindi che le istituzioni politiche, la magistratura e le forze dell’ordine non abbiano ancora affrontato il tema della profondità e delle implicazioni che la violenza domestica ha nei rapporti tra uomo e donna. “Mi duole constatare che quanto emerso a Milano – precisa Garisto –, a dispetto della fama di realtà avanzata di cui gode la nostra città, nella pratica non rispecchia la stessa immagine. Ci sono procure in altre zone d”Italia con pratiche più virtuose rispetto alle nostre”.

Aumentano le denunce. Le iscrizioni nel registro degli indagati della Procura relative ai procedimenti per ”atti persecutori” (art. 612 bis c.p., cosiddetto stolking), sono in crescente aumento, tanto che negli anni considerati sono più che raddoppiate passando da 430 a 945. “Va considerato – spiega Garisto – che il reato di ‘atti persecutori’ è stato introdotto nel nostro codice penale proprio nell”anno 2009. La consapevolezza delle donne sulla possibilità di perseguire quelle condotte si è andata formando solo a decorrere da quell”anno. Questo spiega, ma solo in parte, l”aumento tanto crescente delle denunce”.

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Le iscrizioni per “maltrattamento in famiglia” (art. 572 c.p.) sono anch”esse in crescita fino a giungere la cifra di 1.545 nel solo anno 2012 (erano 1.318 nel 2009). Dati elevati, ma abbastanza circoscritti se considerato il bacino di utenza della provincia di Milano e paragonati ad altre province.

Le iscrizioni per “violazione degli obblighi di assistenza familiare” (art. 570 c.p.), pur in numero notevole, si sono mantenute costanti nel periodo in esame, aumentando in modo più rilevante solo nell”ultimo anno (920 casi). “Un dato particolarmente allarmante – prosegue Garisto – è quello relativo alla percentuale dei reati commessi ai danni della coniuge o convivente e della ex coniuge o ex convivente, che raggiunge il 70% nell”anno preso in considerazione”.

I numeri Cadmi della violenza a Milano

Lo scorso anno si sono rivolte all’Associazione Cadmi tramite il centralino telefonico 1.023 donne, di queste 220 sono state seguite nel percorso di uscita dalla violenza, mentre 578 sono stati i contatti di prima accoglienza.

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Sul tipo di violenza quella psicologica è la più diffusa con l‘86,8%, seguita dalla violenza fisica (70,9%), economica (25,9%), dallo stalking 15% e dalla violenza sessuale per il 13 per cento. “Nei casi di maltrattamento – spiega la presidente Manuela Ulivi – è proprio da quella psicologica che si comincia a esercitare una forma di aggressione nei confronti della donna. Da evidenziare, inoltre, che per le violenze sessuali la maggior parte avviene tra le mura domestiche e nell’86% dei casi vi è una conoscenza del violentatore”. In generale, il 67,2% subisce violenza in casa: il maltrattante è nel 46% dei casi il marito, dato che aggiunto all’ex marito raggiunge il 52%, e nel 18% è il convivente o ex (4%) per un totale di 74% di casi in cui c’è stata una relazione affettiva e convivenza.

Le percentuali non variano in relazione all’età né tra chi ha sporto denuncia oppure no. Anche se a subire violenza sono donne tra i 28 e i 47 anni nel 55% dei casi. Un’età in cui di solito si sviluppa la propria indipendenza. “Le donne tra i 18 e i 27 anni – afferma Ulivi – denunciano tipi di violenza che in percentuale sono simili a quelle delle donne tra i 38 e 47 anni. Non è vero, quindi, che sulle giovani viene esercitato un certo tipo di violenza e sulle donne più mature un altro”. Così come non è vero che a sporgere denuncia sono soprattutto le giovani: si denuncia poco il maltrattamento a tutte le età, circa un 30% appena.

Lavoro e istruzione non riducono il rischio. Un altro mito da sfatare è che le donne che subiscono violenza siano in situazioni di dipendenza economica: nel 59% dei casi esaminati dall’Associazione hanno una occupazione lavorativa. Il lavoro, quindi, non è una variabile sufficiente ad allontanare la violenza. Peraltro la scolarità è alta (laurea o diploma superiore) nel 35%, di livello medio (scuola media inferiore o corso professionale) nel 17,7 per cento: nemmeno il titolo di studio mette al riparo dalla violenza.

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Basta luoghi comuni. Importante sottolineare che nell’80% delle situazioni non ci sono problematiche di dipendenze da alcol, droghe, prostituzione, disturbi psichiatrici o altre forme di problemi personali, come invalidità e malattie croniche. Ovvero, tutte quelle situazioni a cui solitamente si ascrive l’esercizio di una violenza. La ‘questione’ della violenza non è nemmeno straniera: le donne non italiane sono state il 31% dei casi seguiti da Cadmi, mentre gli uomini stranieri che hanno agito violenza sono il 26 per cento.

Correre il rischio della denuncia. Le donne che hanno denunciato sono state il 29%, quelle che non hanno sporto denuncia il 67% circa, ma c’è anche un 3% di chi l’ha ritirata. “Dai colloqui con le donne che si rivolgono a noi – spiega Ulivi – emerge chiaramente che esse non trovano nella denuncia uno strumento utile per l’uscita dalla violenza. Anzi, hanno molta paura di questo passo. E’, infatti, per loro il momento di maggior rischio: sia quando l’uomo viene a conoscenza della denuncia sia quando comunque dichiarano di aver deciso di interrompere la relazione. Come se non bastasse molte di loro sono costrette a vivere con il maltrattante anche dopo aver sporto denuncia, in attesa dei provvedimenti che riguardano la separazione. Fatto che abbiamo più volte denunciato, ma con scarso ascolto”. Una banalizzazione del conflitto da parte delle istituzioni che mette a rischio la vita delle donne. Un rischio che non dobbiamo più permettere.

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