Non siamo né buone né buoniste, siamo giuste

Una riflessione di Cristina Obber su accoglienza e dignità.

Non siamo né buone né buoniste, siamo giuste
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18 Giugno 2015 - 18.54


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Se in Lombardia scoppiasse una guerra cercherei di andarmene, per me stessa, per le mie figlie e mio figlio. Se temessi per la loro vita, se li vedessi in lacrime, affamati e stanchi, se la nostra casa fosse sotto le macerie, se la nostra realtà fosse in pochi mesi divenuta fame, e violenza, e stupri, o se questo non fosse ancora un presente ma il nostro orizzonte, farei qualsiasi cosa per andare il più lontano possibile. Mi aggrapperei a qualsiasi possibililtà di salvarmi, di proteggerli e non farli morire. Infilerei quattro cose in uno zaino, salirei su qualsiasi mezzo di fortuna ci potesse portare lontano da qui. Tutto fuorché restare a vederli soffrire in uno strazio quotidiano e insopportabile.

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E se giunti ad una frontiera con il Veneto, il Piemonte o la Svizzera mi sentissi dire Ci dispiace, tornate indietro, indietro non tornerei. Punterei i piedi, urlerei, graffierei quelle mani ostili, pronte a respingermi. Sarei incapace di comprendere il rifiuto. Chiederei aiuto con tutta la forza del dolore per la mia vita perduta, fiera di imporre il mio diritto al mio posto nel mondo. E al mio fianco il mio uomo farebbe lo stesso.

Ogni discorso pratico (su cui è doveroso ragionare in altre sedi) sugli equilibri tra gli stati, le regole, eccetera eccetera, nulla avrebbe a che fare con quel nostro diritto alla sopravvivenza e all’accudimento dei nostri figli, con l’urgenza di difenderli e riprenderci le dignità violate. Se Papa Francesco parla di perdono si riferisce alla scelleratezza di quelle mani ostili, “che non sanno quello che fanno”. Che non sono più capaci di sentire che nelle vite degli altri ci sono anche le proprie, che non sanno mettersi nelle vesti di chi hanno di fronte e capire che c’è un momento per venirsi incontro e nient’altro, di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. E non perché si è buoni, ma perché si è giusti. Parlare in questi frangenti di sicurezza e procedure è disumanizzante quanto lo era veder portare via gli ebrei sui camion, girandosi dall’altra parte.

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Lo so, i tempi del fascismo sono lontani – meno di un tempo -, ma non dobbiamo dimenticare che gli orrori non sono arrivati all’improvviso, sono stati costruiti lentamente, giorno dopo giorno, creando dentro le persone comuni un terreno sempre più arido e capace di tollerare violenze ed ingiustizie – spacciate per difesa della sicurezza nazionale, spacciate per ribellione – fino a desiderarle. E la storia può ripetersi, niente è per sempre, né l’amore, né la pace. L’unica costante è la scelleratezza, figlia di un sempre seducente potere. Difendiamoci da chi ci conduce lì, con abili parole; non è certo noi che ha a cuore.

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