Finale di coppa in Arabia Saudita? I soldi non lavano sangue e sottomissione

GiULiA aderisce e rilancia l'appello delle commissioni pari opportunità della nostra Federazione e del sindacato Rai

Finale di coppa in Arabia Saudita? I soldi non lavano sangue e sottomissione
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3 Gennaio 2019 - 20.36


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GiULiA aderisce e rilancia l’appello delle commissioni pari opportunità della nostra Federazione e del sindacato Rai.

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Diritti umani e diritti delle donne al primo posto

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Le commissioni pari opportunità della Fnsi e dell’Usigrai appoggiano l’appello del segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani affinché si apra nel mondo dello sport in generale e in quello del calcio in modo particolare, una riflessione sull’opportuinità di giocare il prossimo 16 gennaio la finale della Supercoppa italiana a Gedda in Arabia Saudita. 

Riteniamo censurabile che i due club coinvolti, quello del Milan e della Juventus, e la Lega Serie A non abbiano fatto alcun passo indietro di fronte alla palese violazione dei diritti umani che si verifica nel paese e che è culminata con la brutale uccisione, il 2 ottobre del 2018 nel consolato saudita ad Istanbul, del giornalista Jamal Khashoggi. 

Ricordiamo che l’Arabia Saudita è un paese nel quale attiviste per i diritti delle donne e alcuni loro sostenitori sono rinchiusi in un carcere di massima sicurezza dal maggio del 2018 e in cui il controllo degli uomini sulle donne è previsto per legge. Consideriamo dunque deprecabile che, in cambio dell’ingente somma di denaro pagata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, siano state accettate condizioni in palese violazione della pari dignità di uomini e donne. Condizioni che sono diventate evidenti all’inizio della campagna di vendita dei biglietti per assistere alla partita: con tifose, anche del nostro paese, cui saranno preclusi settori dello stadio riservati soltanto agli uomini e che potranno vedere la partita soltanto se  indosseranno l’abaya, la lunga veste che copre le donne in Arabia Saudita, ammesse agli stadi solo da un anno. 

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Ci rendiamo conto che, purtroppo, il calcio italiano è in buona compagnia: sono tanti i paesi, compresa l’Italia, che vendono armi al regime saudita impegnato nel devastante  e dimenticato conflitto in Yemen, con l’immane strage di civili e bambini, che proprio Khashoggi illuminava con i suoi artitcoli. Tuttavia non perdiamo la speranza che dallo sport possa arrivare un segnale chiaro: in nome dei diritti umani e nel rispetto della dignità e integrità delle donne. E invitiamo i mezzi di informazione a coprire la protesta affinchè la finale non venga giocata a Gedda 

 

 

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