Alice Rivaz “sorella femminista”: «L'uomo al potere diventa Attila o Hitler»

Un estratto dal romanzo “La pace degli alveari” dell'autrice svizzera che demolì il matrimonio e i rituali di soli maschi

Alice Rivaz dalla copertina di “La pace degli alveari”

Alice Rivaz dalla copertina di “La pace degli alveari”

“Una vera sorella del femminismo”. Così definì Alice Rivaz, scrittrice svizzera di lingua francese del secondo dopoguerra, la scrittrice francese Annie Ernaux, che ha appena vinto il premio letterario Gregory von Rezzori di Firenze per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia.

Di questa autrice, poco conosciuta, è appena uscito La pace degli alveari (Paginauno - McNelly editore, traduzione di Sabrina Campolongo, pp. 138, € 15,00), romanzo del 1947 che, informa la casa editrice, fu a suo tempo censurato: è “il diario di una donna, Jeanne Bornard, che, a partire dalla sua vita, con sottigliezza, ironia ma senza sconti demolisce l'istituzione del matrimonio e l'universo maschile dominante”, riferisce la nota stampa. “A finire implacabilmente sotto accusa è il matrimonio, nella sua prosaicità, nel suo insanabile scollamento dall’amore. L’intera società degli uomini, di cui le donne sono al tempo stesso vittime e complici, finisce sotto la sua critica spietata, tanto più feroce perché tinta della più lucida ironia”.


Alice Rivaz è nata a Rovray nel 1901 e morta a Ginevra nel 1998). Come riferisce Paginauno nella scheda editoriale, anticipò temi femministi, fu influenzata dal padre socialista, scrisse di omosessualità e antisemitismo. La pace degli alveari è stato pubblicato per la prima volta con il sostegno di Pro Helvetia, fondazione svizzera per la cultura. Ne pubblichiamo un estratto su concessione di Paginauno.


Alice Rivaz: "Credo di non amare più mio marito"


Credo di non amare più mio marito. E pensare che tutta la mia famiglia immagina sia l’uomo della mia vita, dato che ho penato così tanto e così a lungo per lui, ho lavorato per lui, a causa sua. Ma è da questo che si misura forse l’amore? Io non credo. Quel che misura, ciò di cui è testimonianza non è piuttosto una certa obbedienza a un destino?


Obbedienza, sì, termine più vero di quello di amore e che a poco a poco lo sostituisce, quando le squame cominciano a caderci dagli occhi1 e osiamo chiamare gli esseri e i sentimenti con il loro vero nome, quando quelli che chiamiamo “mio marito” ci appaiono per ciò che realmente sono, forse traghettatori che non sanno quel che fanno, però lo fanno affinché dietro di loro, nella loro ombra, imbarcate con loro per questo passaggio da una riva all’altra, non ci sia dato di conoscere in solitudine i mulinelli, la spuma delle onde, affinché non restiamo senza compagno e senza testimone durante la traversata. Ma com’è difficile vedere un semplice compagno in colui che tanto a lungo è stato qualcos’altro. E poi! Che razza di compagno! Lui che è per l’appunto così poco tagliato per essere quello di una donna. Così poco tagliato per vivere con noi, lui che non apprezza le nostre stesse cose, non desidera le nostre stesse cose, è attirato da ciò che non amiamo, indifferente e talvolta ostile verso quel che amiamo. Quanto gli preferirei a questo punto la compagnia di un’amica, di una madre. Il fatto è che loro appartengono a una specie diversa dalla nostra. L’avevo capito già da piccola. È tra di loro che dovrebbero trascorrere la vita, inseguire il proprio destino. Del resto, solo tra di loro sono davvero felici, davvero autentici, senza di noi. Ogni volta che Philippe parte per il servizio militare leggo sul suo volto la calma gioiosa di chi si appresta a far ritorno tra la sua gente. Meglio di qualsiasi libro di storia, è la sua espressione che mi spiega le loro grandi partenze di massa, sin dalla notte dei tempi. Tutti quei Crociati, gli uomini della Santa Lega, quei combattenti di così tante cause, tutte quelle interminabili colonne, quei cortei verso la lotta e verso la morte. I loro canti, il clamore che si leva per un sì, per un no, o per meno ancora. La loro fretta di rispondere a questa misteriosa chiamata che li agglutina. Una confraternita nell’avventura, nelle piaghe, negli inni e nei giuramenti. La stessa che, una generazione dopo l’altra, li spinge verso qualche incomprensibile carneficina. E per ogni generazione ecco i più intelligenti, i più sensibili tra loro impegnati a dare un nome, dei nomi, a ciascun massacro, per spiegarlo e giustificarlo.


A volte me lo chiedo: cosa abbiamo a che fare noi con dei pazzi del genere? Sì, l’uomo nell’esercizio dei suoi poteri terreni, ed eccolo che diventa Attila, Nerone, Hitler, Napoleone, mentre nell’esercizio di quell’altro potere si fa inchiodare a una croce, mozzare la lingua, trafiggere da frecce davanti a tutte le Eva e le Maria costernate che dapprima si torco-no le mani, poi si precipitano a raccogliere le membra sparse, a raccattare, a contare i morti, a ripulire il campo. No, al di là dell’amore l’uomo non sa esserci compagno. Nel momento in cui smettiamo di amarlo, o lui non ci ama più, non abbiamo davvero più niente da fare insieme. La forma che lo delimitava in quello spazio profondo dove lo custodivamo non copre più che un gran vuoto.


Ma smettiamo mai di amarlo?