Maternità surrogata: tra vissuto delle donne dubbi e (poche) certezze

La discussione sull'utero in affitto, divide anche il mondo del femminismo. Dopo l’articolo di Licia Conte, proponiamo la riflessione di Giovanna Pezzuoli

Maternità surrogata: tra vissuto delle donne dubbi e (poche) certezze
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25 Giugno 2019 - 15.29


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Utero in affitto. GPA, gestazione per altri. Un tema delicato, che non ammette approcci superficiali. Un tema che non esce dall’agenda delle donne. In questi giorni ci sono state una serie di iniziative. Segnaliamo in particolare il convegno alla Cgil sulla “gestazione solidale” che ha suscitato molte reazioni ed in particolare la conferenza stampa di Snoq-Libere, Udi e altre sigle per la per la messa al bando universale della maternità surrogata e contro l’iniziativa ospitata da Cgil.  

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L’associazione GiULiA-giornaliste non prende volutamente posizione su un tema che prima che legale è etico: non è suo compito. Da giornaliste, invece, è nostro compito investigare la questione, portare elementi di riflessione.  Dopo l’articolo di Licia Conte “Landini, non deluderci: il corpo di una donna non si affitta” ecco dunque l’analisi di Giovanna Pezzuoli.

 

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Premetto che sulla cosiddetta Gpa, gravidanza per altri, gestazione per altri, maternità surrogata o utero in affitto che dir si voglia, non ho solide certezze. Ma sento una crescente inquietudine e una leggera irritazione di fronte alle diffuse prese di posizione che liquidano un tema così incandescente e un dibattito così coinvolgente, in uno scenario riproduttivo in rapido mutamento, sostenendo la necessità di proibire ovunque la pratica della Gpa, peraltro in Italia già proibita dalla legge 40/2004 (che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a un milione di euro chiunque realizzi, organizzi o pubblicizzi la gestazione per altri).

Sentimenti di disagio che provo perché non condivido le ragioni di chi si proclama con tale sicurezza «contro», argomentando che «vendere l’utero» è una nuova forma di schiavitù dove non esiste libertà di scelta. È bastato però che questo argomento venisse affrontato in un nostro piccolo gruppo di giornaliste perché affiorassero i vissuti personali e le esperienze intime di chi aveva provato un desiderio di maternità dolorosamente frustrato e ammetteva che avrebbe potuto anche ricorrere a una pratica così discutibile, ribaltando le certezze “teoriche” di chi negava questa possibilità. Vediamo, dunque, di che cosa stiamo parlando.

 

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LO SCENARIO

In Italia l’infertilità riguarda il 20, 30% delle coppie, nel 70% dei casi di età compresa fra i 35 e i 40 anni, un fenomeno legato a motivazioni economiche, culturali e politiche, visto che a causa di condizioni di lavoro sempre più precarie, le coppie tendono a procreare dopo i 35 anni, periodo in cui la fertilità cala drasticamente. Dall’infertilità diffusa, della quale ognuna di noi ha esperienza diretta attraverso i percorsi accidentati di figlie e figlie di amiche, deriva non solo l’aumento di richieste di procreazione assistita omologa ed eterologa (cioè con spermatozoi o ovuli provenienti da donatore/donatrice, pratica illegale in Italia fino alla decisione della Corte Costituzionale del 2014) ma anche appunto di maternità surrogata (necessariamente fuori dall’Italia). Secondo l’Osservatorio sul turismo procreativo sono una trentina le coppie che ogni anno si recano all’estero per avere figli attraverso questo tipo di pratica, mentre sono circa 4mila all’anno le coppie che ricorrono a trattamenti di procreazione assistita.

 

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LA COINCIDENZA DELL’ETA’

Sto citando i dati di un pezzo molto esauriente di Giorgia Serughetti (Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio, 2017; Uomini che pagano le donne, 2019) che apriva un numero della rivista Leggendaria dedicato all’appassionato e appassionante dibattito sulle nuove forme della genitorialità, ironicamente intitolato «Mamme mie!». E lo cito non solo perché apprezzo una riflessione che vuole evitare la scorciatoia, probabilmente inefficace, del proibizionismo, ma anche per una coincidenza riguardo all’età della studiosa che scrive. La quale è più o meno coetanea della prima bambina al mondo «figlia della provetta», ovvero Louise Brown, nata in Inghilterra nel 1978. Per una generazione di femministe relativamente giovani il rapporto tra riproduzione e tecnologie si colloca dunque in un «orizzonte di relativa familiarità», così come una maternità vissuta secondo tempi e modalità sempre meno tradizionali rende del tutto normale l’approccio alla procreazione medicalmente assistita. E apre la strada alla surrogacy nonostante i dilemmi etici e giuridici che comporta. In altre parole credo che ci sia una precisa linea di separazione a questo proposito tra le femministe più giovani e le over 60, che sottolineano una mercificazione del corpo femminile non così evidente per tutte.

 

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NELL’ANTICA BIBBBIA

Vogliamo solo accennare, sempre per sottolineare la complessità di questa pratica, alla differenza fra surrogacy tradizionale, in cui la madre surrogata è anche la madre genetica del bambino/a, mentre il padre genetico è di solito il genitore intenzionale (pratica che affonda le radici nell’antica Bibbia, nella storia di Sara, Abramo e della schiava Agar) e surrogacy gestazionale che non prevede l’uso degli ovuli della madre surrogata ma di quelli della madre intenzionale o di una terza figura di donatrice (una pratica che apre ulteriori problemi in quanto il prelievo ripetuto degli ovuli viene considerato rischioso per la salute). Con sentenze differenti nel caso di contestazioni in cui la risposta alla domanda «chi è la madre?» diventava in questo secondo caso particolarmente complessa.

 

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COME LIMITARE I DANNI

Un tema davvero vastissimo, in cui non basta dire «Ma perché piuttosto non adottate?» (come se procedure lente e spesso mortificanti di un’adozione non scoraggiassero chi tenta questa strada) oppure non ha senso ribadire che «Non è giusto volere un figlio a tutti i costi, la maternità non è un diritto», piuttosto secondo me serve proprio capire le ragioni, i desideri, i bisogni e soprattutto limitare i danni. Che evidentemente ci sono, eccome, se accanto a pratiche espressione di autodeterminazione e solidarietà, esistono accordi stipulati all’interno di un mercato transnazionale che coinvolge paesi poveri o emergenti, in cui pesano come piombo le differenze sociali tra genitori committenti e madre surrogata o ovodonatrice, con un vero e proprio sfruttamento del corpo delle donne.

 

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QUANTE LEGGI DIVERSE

E qui ha senso accennare alla varietà delle leggi che regolano la surrogacy, da quelle che ammettono la pratica soltanto se «altruistica», con un tetto per il rimborso delle spese sostenute dalla gestante, come Grecia, Sud Africa e Regno Unito, dove peraltro non vengono riconosciuti i contratti e sono vietate intermediazione e pubblicità, a Paesi come Stati Uniti, Ucraina, India e Thailandia, dove si può praticare la surrogacy anche in forma commerciale, con limitazioni in alcuni casi per quel che riguarda coppie straniere e omosessuali. 

In altre parole, addentrandosi in questa materia scottante, si scoprono davvero molti mondi differenti e si intuisce che le madri surroganti non sono affatto una categoria uniforme. Vale la pena di ricordare il documento pubblico più esaustivo sull’argomento, per quello che riguarda l’eurozona, ovvero A Comparative Study on regime of Surrogacy in EU MemberStates, in cui si osserva che 160 milioni di cittadini europei non hanno pieno accesso alle procedure di riproduzione eterologa nel proprio Paese e si sostiene che mettere al bando la maternità surrogata è un errore perché sono proprio le legislazioni restrittive ad alimentare un mercato senza regole e lo sfruttamento di chi ha meno potere contrattuale.

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RICCHI E POVERI

A chi mette in contrapposizione coppie ricche e povere, immaginando che per queste ultime non ci sia possibilità di accesso alla maternità surrogata, che resterebbe dunque un privilegio per pochi, ricordo che è proprio l’obbligo di andare all’estero, vista l’assenza di regolamentazione in Italia, ad accentuare il divario tra chi ha soldi e chi non li ha. Voglio dire che i Vendola della situazione (con tutto il rispetto per la loro scelta e la loro dichiarata attenzione nei confronti della madre surrogata) se vogliono un figlio, vanno tranquillamente a «comprarlo» negli Stati Uniti. Ma chi invece non ha i mezzi per andare all’estero che può fare?

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