Bruno Vespa dà in pasto al pubblico la sopravvissuta di femminicidio

A “Porta a porta” va in scena un’inaccettabile intervista, che vittimizza la vittima. Le proteste sui social e delle associazioni di donne [di Paola Rizzi]

La puntata di "Porta a Porta"

La puntata di "Porta a Porta"

Redazione 18 settembre 2019
di Paola Rizzi


«Signora, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto». L’affermazione, con un mezzo sorriso, è di un professionista del servizio pubblico televisivo, Bruno Vespa. La signora a cui si rivolge nel suo salotto è Lucia Panigalli, che ogni volta che esce di casa deve avvisare i carabinieri che la scortano anche per andare a prendere un gelato, vive blindata circondata da telecamere e allarmi e ha dichiarato più volte di sentirsi come «una malata terminale», da quando Mauro Fabbri, condannato per il suo tentato omicidio a otto anni di carcere, grazie ai benefici di legge è già in libertà e vive a quattro chilometri da casa sua, nel ferrarese. 


Il copione è il solito: tra Panigalli e Fabbri c’era stata una breve relazione, poi lei l’aveva lasciato e lui ha voluto fargliela pagare. Ma non è finita. Durante la carcerazione per il primo tentato omicidio, avvenuto 9 anni fa, Fabbri ha commissionato l’omicidio della Panigalli al suo compagno di cella, un bulgaro, in cambio di 75mila euro e un trattore. Il sicario ha intascato la ricompensa ma non aveva nessuna intenzione di commettere il delitto e ha denunciato Fabbri. Il secondo processo si è concluso con un’assoluzione perché aver pianificato un delitto senza che si sia verificato poi l’atto non configura un reato. 


Nonostante il secondo processo, al di là della conclusione, l’uomo è uscito prima dal carcere per buona condotta. Lucia Panigalli è da Vespa per denunciare tutto questo e per promuovere una proposta di legge presentata con la senatrice Laura Boldrini che permetta di modificare l’articolo 115 del codice penale e di punire il mandante di un tentato omicidio. Ma a Vespa di questo interessa poco. Gli interessa di più, come è nello stile della trasmissione, riallestire un secondo processo e procedere ad un interrogatorio incalzante della sua ospite che sembra tutto mirato a minarne la credibilità, a ridimensionare l’allarme, a giustificare l’assassino.


Perde l’aria grave e rispettosa che aveva poco prima intervistando il potente di turno, Matteo Renzi e assume un’aria scanzonata e rilassata. Se ne frega che ci sia una sentenza che ha mandato in galera Fabbri per il primo tentato omicidio. Per lui non voleva ucciderla e lo dice interrompendo la donna mentre racconta il primo agguato: l’uomo con il passamontagna che l’aspetta sotto casa e la prende a coltellate, il coltello si spezza e quindi passa ai calci, lei che si divincola e riesce a vederlo in faccia e miracolosamente a scappare.  Guardando la foto del volto tumefatto  Vespa commenta: «In effetti l’aveva ridotta piuttosto male». 


La interrompe spesso con domande del tipo «Posso chiederle di che cosa si era innamorata?», che di solito sottintende che è anche un po’ colpa sua se si è scelta un tipo così. E insiste: «18 mesi sono un bel flirtino però...». Vespa in tutti i modi prova a minimizzare tra sogghigni e battutine. «A differenza di tante altre donne è protetta. Non corre rischi». Il clou nella frase incredibile: «Quindi lui era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere se non con la morte, finché morte non vi separi come si dice».  Risata mentre Lucia rabbrividisce e gli risponde che non si può associare la parola amore a quello che le è successo. 


Vespa attua in modo scrupoloso quella vittimizzazione secondaria della sopravvissuta ad un tentato femminicidio che viola oltre alla decenza tutte le carte dei doveri del giornalismo, compreso il manifesto di Venezia promosso da noi di GiULiA, dalla Cpo della Fnsi e anche dal sindacato dell’azienda per cui lavora, l’Usigrai. Lucia Panigalli durante tutta la trasmissione ha mantenuto un sangue freddo ammirevole, ma suo malgrado è stata costretta a controbattere, a difendersi, mentre era lì  non per sentirsi vittima ma per affermare un’azione positiva, una modifica legislativa del codice penale che il servizio pubblico avrebbe dovuto approfondire. 


In queste settimane di discussioni roventi su come si fa cronaca nera sui femminicidi e in certi casi giustamente si sono stigmatizzati alcuni racconti del delitto di Elisa Pomarelli in cui si sono usate espressioni inappropriate e troppo empatiche nei confronti dell’assassino, qui facciamo un bel passo oltre: di fronte ad una verità giudiziaria, passata in giudicato e inoppugnabile, sbranare di nuovo la vittima per dare in pasto ai telespettatori ogni brandello di carne utile all’audience.  Cito alcuni dei punti del Manifesto di Venezia fatti a pezzi a cominciare da quanto scritto nella premessa: 1«Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo». 


E poi più o meno tutto il punto 10: «Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:
a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;


b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona». 

La buona notizia è che, a dispetto di Vespa, il cambiamento è in corso, non solo nel ristretto circuito delle associazioni di donne. Un post su Facebook del giornalista Lorenzo Tosa, che cura il blog sul giornalismo Generazione Antigone, in cui si racconta e si condanna con parole ineccepibili l’orrenda intervista di Vespa a Lucia Panigalli, ha ricevuto in poche ore migliaia di condivisioni. Da leggere.